La moglie amata

La moglie amata. Una storia italiana del dopoguerra nel racconto di Giovanni Comisso.

Egli adorava sua moglie. L’aveva conosciuta in un paese di montagna dove era andato, al principio della sua carriera, durante un’estate, per godersi un po’ di aria libera fuori dall’ufficio pieno di incartamenti polverosi. Ella era damigella di compagnia di una vecchia signora assai religiosa. Riconobbe in lei l’ansia di potersi liberare da quel servizio opprimente, come per lui uscire dall’ufficio dove le vecchie carte impregnavano l’aria. Ed ella trasalì nel sentirsi comprendere.

Si trattava di attendere il principio dell’anno seguente, quando, avuta la promozione a un grado superiore, gli sarebbe stato possibile con un maggior stipendio metter su casa e sposarla. Ella avrebbe atteso; e quando la vecchia signora dormiva, andava a sedersi con lui sotto ai pini del giardino che stormivano come popolati da api. Diceva che, rimasta senza genitori, bambina ancora, era stata raccolta in un collegio di monache, le quali le volevano fare prendere gli ordini religiosi, ma non riesciva a sentirne la vocazione. Le sarebbe piaciuto essere di un uomo che l’amasse, avere una casa per il loro amore, avere un bambino da nutrire con il suo latte e vederlo crescere e insegnargli a parlare.

Tutto questo ella diceva tenendo le mani in quelle di lui, e nell”ombra frastagliata dei pini si dettero i primi baci. Le sue parole erano così pure, così naturali, che egli le sentiva scendere in lui più balsamiche di quell’aria di montagna. In quei mesi di attesa egli fece il suo lavoro scrupolosamente, l’ufficio gli riusciva persino piacevole, il lavoro gli scorreva rapido, curvo sui registri polverosi e in primavera raggiunse l’avanzamento di grado. Ella ebbe il suo amore; ebbe anche, per ora, un piccolo appartamento coi mobili che egli avrebbe pagato a rate. E furono felici.

Vi era una piccola terrazza ed ella l’aveva trasformata in un giardino pensile con tanti fiori e una cassetta dove aveva messo un rampicante che ad ogni crescere ella stendeva su alcuni fili di ferro, così da formare come una tenda di foglie verdi. Sotto vi si mettevano alla sera, ed era come se si ritrovassero sotto ai pini nei giorni che era incominciato il loro amore.

Quella donna era la sua consolazione: doveva vivere libera nella casa che le aveva formato e dare a lui la gioia di viverle accanto. Non gli pesava il lavoro è più ancora voleva dare a lei perché fosse felice. Qualche anno passò poi non venne il figlio che ella sperava di avere. Ma questo destino lo accolse con gioia; quello che pensava di dover spendere per il figlio, se fosse nato, decise di impiegarlo in oggetti e in arredamenti della casa che potessero far piacere a lei. Ogni cosa che le portava, come la vedeva raggiante di gioia, si traduceva in un senso di maggiore conquista: quella donna amata gli si legava indissolubilmente. L’aveva liberata dalla schiavitù della vecchia signora, l’aveva portata alla vita, ora voleva portarla a diventare una moglie sontuosa. Volle che venisse assunta una cameriera, volle prendere un appartamento più grande e che avesse un giardino.

Potè sostenere le spese avendo con l’assiduo lavoro raggiunto in breve tempo un punto di maggiore importanza. Ma non bastava: durante la stagione estiva ella doveva, come tutte le signore, andare in villeggiatura e i suoi vestiti dovevano variare frequentemente. Il suo stipendio non gli permetteva questo, ma gli fu facile trovare credito presso un amico, e firmandogli alcune cambiali ebbe il denaro. Quando la raggiungeva, al sabato nel paese di montagna, quello stesso dove si erano incontrati la prima volta, fresca di salute e rinnovata di bellezza, era una conferma che ogni sacrificio si tramutava in gioia. Al ritorno in città egli pensava che, finita la stagione estiva, doveva pensare per lei nuovi svaghi, nuove delizie. Avrebbe dovuto frequentare il teatro, avrebbe dovuto avere un abito da sera e gioielli, non dovevano mancare questi conforti all’essere che gli aveva dato il più grande conforto della vita. Ma egli non era ancora riuscito a scontare le cambiali firmate all’amico e questi già gliene aveva fatto premura.

Furono giorni tormentosi, nuovi prestiti non poteva chiedergli ad altri, perché non aveva altri amici che avrebbero potuto farglieli, e non voleva chiederli ad estranei, perché si poteva compromettere la posizione nell’ufficio. Per le strade già apparivano gli avvisi del prossimo spettacolo lirico, egli già ne aveva parlato a lei, e le aveva detto di ordinarsi un vestito da sera, ma su quel vestito ci doveva stare una pelliccia e al collo di lei doveva sfavillare una collana preziosa.

Furono giorni tormentosi, ma infine risolse quello che doveva fare. Nel posto che occupava, generalmente affluiva molto denaro del quale doveva rendere conto soltanto alla fine del mese. Aveva quasi trenta giorni per rispondere, se lo avesse distolto per comprarle la pelliccia e la collana.

Una sera sua moglie gli disse che il vestito era pronto e lo indossò per fargli vedere se le stava bene. Quando la vide apparire stretta in quel nero della seta che rendeva le braccia e il collo nudi più bianchi e incantevoli, si sentì sperdere nell’orgoglio: quella era la sua creazione.

Pochi giorni dopo al direttore dell’ufficio era stato segnalato il folle disperdere del suo dipendente. fu eseguito improvviso un controllo di cassa. Una forte somma mancava. Richiesto di una spiegazione, egli rispose che lo facessero pure arrestare. Avrebbe scontato la condanna che si meritava, ma non gli togliessero quello che aveva dato a sua moglie. Nell’istruire il processo si volle indagare chi fosse sua moglie. Il giudice pensava che avesse influito sul marito spingendolo alla prevaricazione. Ella era nata a Genova e fu richiesta a quel tribunale la sua fedina penale. Da questa risultò che non era incensurata: nell’età di 17 anni, una sera, ella aveva derubato un marinaio straniero attratto in un vicolo del porto. Ad un interrogatorio il giudice gli chiese se sapeva chi era stata sua moglie da giovane: e quella fu la sua condanna.

Giovanni Comisso

Pubblicato il 21 marzo 1949 sul quotidiano Il Tempo.
Immagine in evidenza: Foto di Milivojevic da Pixnio