A tavola con Giovanni Comisso. Tutto a tavola

Colazione d’affari


Il frenetico intermediario parlava di grande credito. Egli agiva per conto dell’industriale  Alfa che aveva «miliardi di fatturato ». E’ una frase fatta che oggi fa molto effetto. Voleva sentire il mio parere circa un piano edilizio, e propriamente se trovavo bello sostituire, nel viale prossimo alle nuove case, i platani con pini marittimi come dono generoso dell’industriale. Secondo lui i platani sporcano il terreno, mentre il pino purifica l’aria. Non sapevo come pronunciarmi, cd egli credeva  fossi riservato per darmi importanza. Era quindi necessario prendermi per la gola e sedurmi, con le pietanze di una colazione. Non potevo dargli buon giuoco, perché non avevo appetito, ma egli cercava di farmi coraggio con il suo esempio.

Ci offersero la solita pasta e fagioli come un piatto democratico e che presumeva volessimo andare verso il popolo come il progetto edilizio in questione. Egli dichiarò che preferiva un risotto con gli scampi, e avendo io detto che per me sarebbe bastato un assaggio, disse al cameriere di portare una porzione abbondante ed egli me ne avrebbe dato da assaggiare. Dopo bisognava cadere nel pesce, perché era di venerdì; io diffidavo e scelsi un poco di prosciutto. L’intermediario si ordinò una sogliola. Capivo che il conto sarebbe stato pagalo dal suo industriale Alfa.

Non avevo assolutamente appetito e, quando venne portata la frutta, accettai come chiusura metà della sua mela, ma egli si ordinò fichi secchi e mandorle e ne mangiò a esuberanza, divertendosi come un bambino goloso a imbottire i fichi di mandorle. Garantiva che erano ottimi, mentre nauseava nel vederlo mangiare quella roba come non avesse mangiato prima. Poi, al caffè, ordinò un pezzo di cioccolata amara da sciogliere in bocca e mi assicurò essere una ottima trovata digestiva, ma non accettai. Allora propose un liquore, ma non lo volli.

Egli mi guardava di sbieco e certamente con dispregio, perché non sapevo abbinare il cibo agli affari, tanto più quando veniva offerto. La tovaglia davanti a lui era tutta ingombera di bucce di mandorle che aveva aperte con la rapidità dei castori. Allora mi venne da chiedergli come ritenesse che i platani sporcano il terreno sottostante: « Sì », disse, «con le loro palline che sembrano sterco di animali ». E le sue labbra tenevano appiccicati frammenti di mandorle che continuava a maciullare dopo bevuto il caffè all’aroma della cioccolata amara. « No », dissi, « un albero non sporca mai il terreno ». Rafforzato dal cibo, aveva trovato una forza dialettica che mi dava noia: « Non vorrà dire che il pino marittimo sia un albero da disprezzare, tanto più che la sostituzione è offerta dall’impresa. Quel pino dà insieme l’idea del mare e della montagna e rientra nel giuoco turistico della nostra città equidistante dal mare e dai monti».  Sorridevo e stavo per dirgli che sarebbe stato meglio sostituire il viale di platani con un altro di fichi e mandorli

Cena con le candele


La famiglia dell’industriale Beta aveva deciso di concedersi una breve vacanza invernale. Sarebbe andata sulla neve come era molto di moda e la sua presenza sarebbe stata notata assieme a quella dei grandi industriali delle città del Settentrione. Infine sarebbe stata una forma di pubblicità quasi gratuita se il giornaletto della località montana avesse segnalato la sua presenza. La prima sera avevano fissato per la cena una tavola in un locale rinomato, perché vi andavano appunto quegli industriali, ma disgraziatamente non conoscevano alcuno di quegli ospiti famosi, e credendo di riescire più appariscenti avevano accettato la proposta di cenare alla luce delle candele. Erano isolati, si sentivano isolati come per un’onta subita, come per una nobiltà non sufficiente, e sentivano scoperta l’umile origine della loro industria, sebbene tra colpi di fortuna e assidua fatica avessero una solidità che gli altri non potevano dimostrare.

A un certo momento entrò nella sala uno degli industriali famosi, miope e sviato per gli abituali aperitivi molto alcoolici. Aveva sbagliato sala e si era diretto verso la tavola occupata dalla famiglia dell’industriale Beta. In quel momento si determinarono come per un corto circuito due forme di sorriso. Sorrisero per primi i familiari dell’industriale Beta credendosi riconosciuti e onorati dall’industriale famoso. Poi sorrise anche questi, ma appena si accorse di averli scambiati per gli amici che lo attendevano, fatto un prudente inchino, volse le spalle per continuare a sorseggiare il suo aperitivo alcoolico.

Cena coloniale


Il mio amico Piero ama combinarmi qualche sorpresa e mi disse: «Andiamo a cena da ragazzi simpaticissimi, in una casa di campagna che si sono costruiti dopo che hanno liquidato tutto al Congo». La casa era in un bosco tra i colli e si impiegò molto tempo per cercarla. Era una vecchia casa rifatta con esigenze moderne. Per fortuna l’auto di Piero era adatta alle strade impervie e già si presumeva di essere arrivati in una terra selvaggia. L’ospite era in ansia per il nostro ritardo e ci aspettava all’ingresso. Nell’armadio per mettere i cappotti apparve un assortimento di cappelli a larghe tese di feltro e credevo vedere anche qualche casco per il sole. Entrammo nel soggiorno molto ampio formato dalla riunione di tre stanze con tende festose alle finestre, poltrone molto comode, riviste italiane e straniere sparse dovunque. L’ospite viveva solo e pareva volesse dimostrare di non avere bisogno di una donna per ricevere amici. Non dimostrava di avere preoccupazione per i servizi, come avesse molti indigeni. In vero aveva solo una servetta che doveva essere stata trovata in qualche casa di contadini abitanti nello stesso bosco.

Non si parlò della sua esperienza africana, dalla quale era riuscito a sfuggire in tempo, prima della rivolta dei negri. In attesa di andare a cena, sturò egli stesso una bottiglia e ci offerse un vino fresco in calici pregiati della sua vecchia famiglia. Godeva di avere attorno a sè cose di buon gusto, pure essendo in un bosco che in certi giorni doveva riescire impraticabile. Aveva ospiti due amici come convenuti per una partita di caccia. Alle pareti vi erano vecchie carte topografiche, incorniciate sotto vetro della regione, disegnate alla primitiva nei fiumi e nei monti, con alcuni alberi tratteggiati completi di lato per inquadrare il panorama della terra. Mi aspettavo di vedere in qualcuna raffigurata una tigre tra le liane o una giraffa allungare il collo verso le fronde più alte. La cena pareva come certe cene nostalgiche organizzate nel centro dell’Africa ripensando al paese natale. Si incominciò con un antipasto di soppressa e pane casalingo, poi venne una minestra in brodo eccellente come al tempo in cui le galline razzolavano per i campi, un lesso di manzo e di pollo con verdura in tegame e fresca. Proprio un capriccio culinario dopo una lunga serie di cene a base di antilopi e di iguana.

La camerierctta era lenta, come temesse, da povera indigena, di fare cadere a terra qualcosa e di romperla, e allora il padrone si alzava disinvolto per mescere il vino agli ospiti e offriva un grande assortimento di salse inglesi e francesi. Mi venne naturale chiedergli come si era organizzato in Africa per i servizi. Vi erano degli indigeni, « giovani o vecchi? » domandai. Non si poteva sapere quale età avessero, tanto erano abbrutiti dal vivere disordinato, non avevano vent’anni e pareva ne avessero trenta e si doveva stare attenti alla benzina, perché la bevevano come fosse acquavite. La camerieretta che seguiva il discorso atteggiò un sorriso e scomparve senza farsi più vedere, perché la cena era finita, semplice, saporita, non vanamente sovrabbondante. Dopo il caffè volle farci vedere la casa, bella, ampia; le stanze avevano tutte i letti di ferro con ornamenti d’ottone, quelli che in vero gli antiquari definiscono del tipo coloniale.

Il solo disordine era dato dalle belle valigie di cuoio e maneggevoli degli ospiti. Ognuno aveva un suo entusiasmo, la sua gioia di vivere, parevano vivessero proprio in una terra selvaggia, dove doversi difendere da loro stessi, cacciare, provvedere i viveri e prepararli con le loro mani. Si ritornò al soggiorno nelle comode poltrone, il padrone venne con diverse bottiglie di liquori e si prese a chiacchierare di tutto, dal passato all’avvenire. La donna era assente. Uno constatò che eravamo stati benissimo anche senza la sua presenza, che a un certo momento si sarebbe fatta noiosa con la richiesta e l’offerta di ricette per fare qualche speciale pietanza. Volevano essere liberi dal peso di una donna in una casa, di subire la sua volontà, i suoi desideri. Il giorno dopo sarebbero partiti tutti assieme per andare a godere l’ultima neve sulle Dolomiti. Non volevano , avere il vincolo di un legame. « Haimè », dicevo a loro, « se avete una casa non illudetevi di restare liberi, avete in essa già una donna».

Giovanni Comisso
Il Gazzettino, 15 maggio 1965