Aniceto e i suoi marinai. Il "sottile erotismo" di Giovanni Comisso

Aniceto e i suoi marinai. Il “sottile erotismo” di Giovanni Comisso

L’ammiraglio Lucio Aniceto che comandava la flotta del basso Tirreno, a Capo Miseno, era preoccupato per i marinai asiatici che formavano la maggioranza dell’equipaggio della sua nave.

Durante l’eruzione del Vesuvio, che aveva desolato le più belle città e campagne del Golfo di Napoli, assieme a quei marinai avevano fatto prodigi per portare in salvo gli abitanti fuggiti lungo le rive del mare, sotto la pioggia di cenere e di lapilli infuocati, mentre si allargavano le esalazioni soffocanti di zolfo.

Tra i fuggiaschi imploranti, invano aveva sperato di trovare sua moglie che, in una villa di Pompei, curava, secondo il rito bacchico, proposto all’imperatore Augusto dal suo medico Antonio Musa, le donne restie all’unione con l’uomo (leggi “La villa dei misteri e il medico delle mogli“, NdR).

Con un manipolo di quei marinai asiatici aveva tentato di scendere a terra, ma dopo pochi passi non aveva potuto proseguire, perché nelle tenebre si vedeva solo vampeggiare la cima del vulcano da cui scendeva la lava incandescente verso il mare. Ai bagliori dei lampi Pompei non biancheggiava più nei suoi templi e nelle sue case, la terra tremava, si spaccava e dovettero retrocedere alla barca già piena di cenere. Aveva cercato di trovare l’amico Plinio che, contrariamente al suo consiglio, aveva voluto sbarcare a Stabia per studiare il cataclisma, ma dovette desistere perché verso quella città venivano intensamente portate dal vento le esalazioni soffocanti di zolfo. Risalì sulla sua nave, che l’attendeva al largo, dolorosamente convinto ormai che sua moglie era morta e anche il suo amico.

“L’ultimo giorno di Pompei”, dipinto di Karl Pavlovič Brjullov del 1830-1833

Aveva portato in salvo a Pozzuoli solo poche centinaia di abitanti di quei luoghi e appena riapparso il sole era ritornato lungo la Costa desolata che sembrava uno di quei deserti di sabbia africani, ma sotto ci stavano sepolte città, ville, tesori e abitanti. Le onde impetuose che avevano distrutto tutte le dighe dei porti impedivano di scendere e ritornò definitivamente a Miseno per spedire all’imperatore un messaggero con la relazione dell’avvenimento. Infine aveva trovato il tempo di fare un bagno per togliersi la cenere.

Immerso nella piscina e poi disteso mentre i bagnini negri lo massaggiavano, nella sua mente sconvolta cominciarono a diradarsi i suoi pensieri. Da molti anni non vi erano state più guerre a minacciare l’impero, tutti godevano di un benessere che era diventato opulenza perfino negli schiavi affrancati. La vita aveva raggiunto limiti estremi di strapotenza e di lussuria e quella distruzione avvenuta sul Golfo di Napoli, gli appariva come un segno premonitore che si sarebbe successivamente propagata per tutta la terra, perché non si poteva andare oltre. Già sua moglie gli aveva raccontato le storie di quelle donne ossesse di castità, ospitate nella villa di Pompei e ne era stato turbato. Ella seguendo quel rito bacchico le aveva fatte drogare, spaventare e frustare per indurle ad avvicinarsi alla cesta mistica che conteneva un fallo enorme che dovevano imparare ad adorare, ma era ben difficile piegarle.

La vita non voleva più propagarsi e anche quella eruzione gli riesciva come ordinata dagli dei per distruggere la specie umana indegna di sussistere. La modestia esisteva solo come un ricordo ridicolo della vita romana dei primi tempi, tutti avevano esorbitato fino da quando Marco Antonio, per andare da Pozzuoli all’anfiteatro di Capua, si faceva portare in un carro trainato da pantere, seguito da altri carri con cinedi, citaredi e donne battenti tamburelli, e sua madre era tra quegli ospiti. Se Marco Antonio aveva una cucina con ventiquattro cinghiali allo spiedo, cosìcché a ogni ora ve n’era uno di pronto, Lucullo nella sua isola, a Nisida, non faceva di meno. La ferocia degli Imperatori, che erano venuti dopo, ispirata da principio dalla paura di venire sbalzati dal trono, si era poi tramutata nel piacere di trucidare, perché tutti gli altri piaceri risultavano insipidi.

Dopo il bagno che lo aveva lievemente equilibrato era salito sulla tolda della nave dove i suoi marinai asiatici facevano pure il bagno gettandosi a vicenda secchie d’acqua, l’uno contro l’altro. Assiso sul ponte del nocchiero li osservava. Erano belli come statue modellate dai maestri di Atene. Bronzei di sole e carnosi gli rappresentavano ancora una possibilità futura della vita, ma non erano gioiosi nel rinfrescarsi dopo quei giorni di estrema fatica. Già da tempo alcuni di essi gli avevano chiesto di venire mandati nei circhi a lottare con le belve e con altri gladiatori e pareva si fossero liberati da un incubo al piacere di farsi sbranare o tagliuzzare quella carne sovrabbondante dei loro corpi. Aniceto aveva accondisceso alla loro domanda perché con i loro grandi corpi davano impaccio nella nave e perché sapeva che l’imperatore li avrebbe graditi per uno spettacolo della plebe che si doveva tenere distratta è divertita. Guardava quella carne fresca e potente e arrivò a pensare che se un gladio ne avesse tagliato una fetta sulla schiena avrebbe potuto mangiarla arrostita sulla brace come staccata dalla groppa di un cinghiale. Si stupì di avere avuto questa idea e ne ebbe quasi orrore. Egli era arrivato a pensare di mangiare fette di carne dei suoi marinai prediletti, come certi selvaggi, e sputò come sentisse in bocca l’amaro del sapore. Vedeva quella carne aderente alle ossa di quei corpi massicci e lucenti, compatta al petto dove il segno delle mammelle spuntava come linguette di serpi e ricordava che con Plinio aveva cercato di spiegarsi perché gli uomini avessero quelle inutili mammelle, ma erano rimasti entrambi in vane supposizioni. Plinio aveva detto che probabilmente alle origini della specie umana vi era stata una forma sola che aveva la facoltà di ingravidarsi e di partorire, poi con il succedersi del tempo si era divisa nelle forme differenziate di uomo e donna, e così doveva essere avvenuto anche per gli altri mammiferi.

Avevano riso entrambi, ma Plinio aveva soggiunto che erano rimasti non solo i segni di quelle mammelle, ma anche il gusto di confusione nel congiungersi tanto per le donne che per gli uomini e sua moglie ne doveva sapere qualcosa di quelle ossesse che aveva in cura. Erano rimasti pensosi ed entrambi ricordavano, ma non osavano dirselo, quelle nozze di Nerone che erano avvenute pubblicamente a Roma con un suo schiavo e l’Imperatore si era abbigliato da donna.

Nerone in un’opera di John William Waterhouse (fonte: Wikimedia Commons)

Aniceto riprese a guardare i suoi marinai asiatici nudi che si asciugavano al sole, per quanto belli e levigati erano tristi e sembrava non comprendessero il loro corpo. Pensava a tutti quei morti durante il cataclisma: bisognava rimpiazzarli con altri esseri viventi. Quella sera avrebbe dato ai suoi uomini le più belle donne che si potevano trovare nella baia per farle procreare. Avvertì il suo intendente di preparare il grande connubio.
Erano appunto rifugiate a Pozzuoli molte donne di Pompei e di Ercolano, sbalordite dal disastro, ma non private del tutto del senso del loro corpo, così quando vennero reclutate per quel tripudio si misero a saltare dalla gioia. Nella notte quando quei marinai, quasi una cinquantina, vennero avviati nei sotterranei del circo di Pozzuoli, resi soffici dal fieno per gli elefanti, per compiere il grande connubio con quelle donne, si rifiutarono di sollevare la tunica succinta e ognuno si rannicchiò in se stesso meditabondo e piangente, deviando lo sguardo da quei corpi nudi, illuminati dalle torce. Erano inutili gli eccitamenti degli aiutanti dell’intendente di Aniceto: quei marinai asiatici dicevano che non volevano che il loro seme servisse più alla propagazione umana che doveva scomparire dalla terra. Così ritornarono a bordo della loro nave cantando in coro una lugubre nenia simile a un lamento. Aniceto quando li intese di ritorno mandò a chiamare l’intendente per sentire com’era andato il grande connubio e questi gli riferì quanto era successo.

Aniceto non riusciva a prendere sonno. Adesso si trovava a provvedere agli uomini come sua moglie aveva provveduto per le donne. Pensò di usare gli stessi mezzi: fruste ed eccitanti. Ma gli sembrava ridicolo. Quella specie di incantamento era dovuta al terribile cataclisma a cui avevano assistito nei giorni passati, e si sarebbe rasserenato da solo. Ma non fu così, ogni giorno uno di quei marinai combinava qualcosa di strano. Una volta uno si era evirato con un colpo secco di gladio, altra volta uno si era mozzato la mano destra, ancora uno si era strappato un occhio e alcuni, gettatisi in mare, non riemergevano più dalle acque come vi volessero affogare e sarebbero riesciti se altri marinai non li avessero tratti fuori. Aniceto non sapeva più cosa fare, quando gli giunse dal governatore di Capua la richiesta di cinquanta marinai per stendere il grande velario sopra l’anfiteatro a riparo degli spettatori dal sole e pensò di distaccare in quella città quei marinai assieme al suo intendente che doveva osservarli.

Anfiteatro di Capua (foto di Miguel Hermoso Cuesta, Wikimedia Commons)

Da un mese non gli giungeva alcuna notizia e non vi pensava più sopra quando gli si presentò l’intendente e gli raccontò quello che era avvenuto. I marinai si erano tranquillamente adattati a loro lavoro. Si arrampicavano tra i colonnati ultimi dell’Anfiteatro e facevano scorrere con i bozzelli le funi del velario, come le vele tra gli alberi delle loro navi, senza che fosse successo alcun incidente. Nessuno era mai precipitato nel vuoto ed erano tanto agili ed equilibrati che il pubblico considerava quel lavoro come una parte dello spettacolo e li applaudiva sempre. Vivevano appartati dalla popolazione, facendo, fuori dalle ore di servizio, vita strettamente in comune. Alcune casette vicino al mercato erano state riservate a loro per dormire e farsi sobriamente da mangiare secondo il loro gusto. Avevano bandito dai pasti ogni carname limitandosi a qualche pesce e a verdura e non bevevano vino, ma succhi di frutta e acqua. Erano assai dimagriti, ridotti ai soli muscoli che permettevano di fare agilmente il loro lavoro. Li aveva spiati più attentamente ed era riescito a sapere che a Capua avevano conosciuto un vecchio asiatico che non si sapeva se era ebreo o cristiano, il quale aveva l’aspetto di un santone e, seduto all’angolo delle strade ripeteva sempre: “Il futuro sarà diverso” oppure andava in giro spingendo una carriola con la ruota legata e diceva: “Non si può andare avanti così“. Costui era un sacerdote di un culto dedicato a un dio asiatico che si chiamava Mitra e li aveva indotti a costruire un piccolo tempio, tra una casetta e l’altra. L’intendente aveva cercato di poter assistere a una celebrazione, ma per quanto li avesse favoriti nel fare avere loro tutto il materiale occorrente per la costruzione, gli rifiutarono l’accesso, a meno che non volesse accettare egli stesso quel culto. Dopo avervi pensato sopra decise di accettare, già nell’Impero si tolleravano ormai tanti culti che riteneva di non fare atto sacrilego verso gli dei. Il tempietto era modesto, consisteva in un altare di pietra combinato con una grande tavola di marmo messa davanti in pendenza verso una vasca, la quale comunicava per un canaletto con un’altra vasca più stretta scavata nel pavimento. Di lato, su due file, vi erano seggi in pietra dove sedevano come sacerdoti alcuni marinai e nel fondo stavano in piedi tutti gli altri. Mentre il vecchio santone prendeva posto all’altare, alcuni officianti portarono sulla tavola un giovane toro, legato alle zampe, egli era stato fatto inginocchiare nudo nella vasca scavata nel pavimento.

Tauroctonia di Mitra al Louvre-Lens (foto di Jean-Pol Grandmont, Wikimedia Commons)

Tutto il gruppo dei sacerdoti intonava un coro cupo e lagrimoso mentre il santone brandendo un gladio sgozzava il toro e faceva scorrere il sangue nella vasca sotto all’altare. Da qui passava nell’altra cospargendogli tutto il corpo. Quel sangue non finiva più di scendere e arrivò a coprirlo, stando inginocchiato, fino alla schiena. Era un sangue caldo, limaccioso, e gli dava uno strano benessere come fosse un raggio di sole nella penombra del tempietto. Il toro non era stato colpito mortalmente e si dibatteva sull’altare riversando nella vasca assieme al sangue, la sua urina, il suo sterco e con un’abbondanza anche il suo seme. Aveva sentito l’odore di tutta quella materia, acre e nauseante, come nelle latrine delle caserme, ma l’aveva sopportato comprendendo che erano le basi essenziali della vita. Di quella vita che fa anche dell’uomo un essere ritenuto perfetto. Egli aveva compreso questo. I sacerdoti, finito il loro canto, di cui non aveva compreso una sola parola, lo avevano fatto passare in un’altra vasca dove lo avevano lavato da ogni bruttura indossando una tunica bianca si era sentito rigenerato. Aniceto lo aveva ascoltato attentamente e d’impulso avrebbe desiderato andare con lui a Capua e ricevere la stessa iniziazione a quel culto. Nulla lo ripugnava, Anzi si sentiva attratto avidamente, quando gli venne annunciato un messo dell’imperatore e scattò in piedi come se l’Imperatore stesso fosse presente. Quel messo gli portava  l’annuncio che per la sua opera prestata durante l’eruzione del Vesuvio era stato promosso al comando supremo navale di tutto il Tirreno e doveva subito raggiungere la sua sede a Ostia. Avrebbe guadagnato cinque volte di più di quello che guadagnava a capo Miseno. Da Ostia non sarebbe stato più possibile avere davanti a sé la visione del Vesuvio che lo dominava come un incubo e diede subito l’ordine di salpare per arrivare alle foci del Tevere prima di notte.

Giovanni Comisso

Pubblicato sul settimanale “Il Mondo” del 23 febbraio 1965 con il titolo “Aniceto e i suoi marinai”.