Arrivo a Tokio: panorama. Impressioni di viaggio in Oriente di Giovanni Comisso

Tokio, maggio

La campagna giapponese finalmente fu visibile dal treno viaggiando verso Tokio. Campi gialli a momenti nascosti da boschi di pini bassi e contorti e a momenti da bianche macchie di ciliegi. Larghi fiumi di tanto in tanto, monti non elevati e uguali. Campi ordinati e studiate risaie dove i contadini lavoravano calzando stivali di cuoio per difendersi dall’umido. Su questi scenari che nulla hanno di straordinario, il poco di bello che c’è è continuamente e violentemente tempestato di noiose réclames della birra e delle sigarette di produzione nazionale.

Il Fuji stava completamente avvolto nelle nubi, e un signore giapponese al quale si domandò dove fosse situato, si dichiarò con ospitale cortesia spiacente per il contrattempo.

La città della «nuova vita»

Con la notte ci s’avvicinò a Tokio; sui binari paralleli altri treni correvano nella stessa direzione, venivano raggiunti e sorpassati; le città si susseguivano coi loro chiarori, i riverberi di luce rossa delle réclames s’alzavano come bagliori d’incendi. Yokohama: dopo venti minuti Tokio; queste estese città quasi si toccano. Alla stazione i megafoni annunciano rochi gli arrivi dei treni. Oramai da che si viaggia in Oriente, non ci si lascia più prendere dalla tenera illusione di trovare il prodigio. Le prime delusioni là dove più forte era l’attesa produssero la stessa diffidenza come dopo che s’è scoperto un nemico nell’amico. Quindi con occhio molto freddo si prese a visitare la città.

Oh, quante e quante volte il pensiero è ricorso alla nostra Italia, alla quale pazzamente s’usa raffrontare questa terra; il ricordo dei nostri più piccoli paesi, solidi, uno diverso dall’altro, ricchi di gloriose strutture su sfondi di paesaggio vario e ravvivante, dominava incontrastato.

Tokio è una città smisurata, piatta, costruita un quarto in cemento e tre quarti in legno. L’occhio s’avvilisce a guardarla. E’ risorta dalle ceneri. L’incendio scoppiato in seguito al terremoto del ’23 la distrusse assieme a Yokohama. E’ capitale dal 1868 con la resa del partito militare capitanato dalla famiglia dei Tokugawa al potere imperiale. La sua elevazione a capitale coincide con la restaurazione di questo potere e con la trasformazione del paese su basi occidentali. E’ di questa data l’abolizione dei diritti feudali dei nobili, la suddivisione del territorio in prefetture, il divieto ai samurai di portare le loro due spade fierissime, e l’adozione della coscrizione.

Tutti i cittadini risultarono uguali davanti alla legge. Tokio per i Giapponesi è il suggello della nuova vita, quella che li ha posti nel rango delle grandi Potenze.

Il castello dell’Imperatore

L’Imperatore, discendente dagli dei; supremo pater familias, risiede nel castello dei Tokugawa, al centro della città, cinto da muraglioni e da fosse d’acqua. Muraglioni di grossi blocchi di pietra stipati uno addosso all’altro in una maniera che pare scelta per subire il terremoto senza crollare, ma qua e là s’aprono crepe nella compagine. Spuntano sugli angoli alcuni piccoli edifici bianchi, come vedette, dalle finestre chiuse, col tetto spiovente e dovunque forti pini dai rami bislacchi. Gli ingressi sono severamente guardati. Vicino a quello principale si può scorgere una breve parte del palazzo. Qui vengono a sostare i sudditi in atto di reverente omaggio. S’arrestano alla balaustrata presso alla fossa di cinta, si scoprono e s’inchinano.

Le donne tolgono i berretti ai loro bambini e insegnano ad inchinarsi. Poi le fronti si elevano e rimangono fisse a guardare, come fosse una luce meravigliosa, il tetto del Palazzo che spunta tra gli alberi.

Torme di contadini sopraggiungono stupiti e umili coi loro cappelli di paglia tra le mani fin dal principio dello spiazzo antistante. Sono tutti le foglie del grande crisantemo che fiorisce in vetta. Le sorelle si sacrificano per ifratelli, queste e i fratelli minori per il primogenito; la moglie e i figli si sacrificano per il capo della casa, e tutti per l’Imperatore. Lungo alle fosse dove l’acqua grigia e ferma s’increspa ai soffi del vento, vi sono dolci filari di salici le cui docili fronde, toccano il volto a chi vi cammina accanto. Attorno al castello sono accampati tutti i Ministeri, gli alti uffici governativi e le Ambasciate, tutti in massima parte ancora sistemati in baracche o chalets. Ad oriente si estende tra i ponti di Shimbashi e di Nihombashi il quartiere più centrale di Tokio. Qui vi sono i principali teatri, la stazione centrale, la grande strada di Ghinza piena di bazar, di grandi magazzini, di restaurants e di caffè. Qui è dove si può vedere un discreto numero di edifici, ma quale orribile architettura! Uno stile americano da grattacielo accorciato a due piani. Non si ha l’idea della bruttezza di queste strade modernizzate, bordeggiate da pali telefonici, cineree, informi, per quanto diritte e spaziose, e a volte ancora sconnesse nel pavimento dopo sette anni dal terremoto.

Ma tanto brutte sono di giorno, altrettanto belle sono di notte a merito d’una illuminazione giusta, moderata e veramente gradita.

I Giapponesi in questo rivelano che non tutta la loro finezza di sensibilità è svanita coll’assorbimento violento della necessità meccanica. Tra grandi spazi neri di strade secondarie ne appaiono altri, come viali alberati di lampade. Una luce tenue e ben disposta; la luce elettrica è perfettamente adattata al suggestivo valore della lanterna di carta. Varia è la forma delle lampade e la distribuzione; ora globi disposti su mezzi archi o in grappoli, ora, specie sui ponti, scatole a più facce, e sempre di vetro opaco. Al di là di Nihombashi c’è il quartiere delle banche sommariamente elevate su d’uno stile neoclassico, che dovrebbe coincidere con la solidità del credito. Quartiere abbastanza piacevole è quello di Azabu, in parte occupato da abitazioni signorili. E’ un po’ in declivio, tagliato da stradette fiancheggiate da muriccioli su dai quali esorbitano le verzure dei giardini rinchiusi. Ma entrare in queste abitazioni di ricchi turba per lo squilibrio del gusto.

Parco di Ueno

Capi di grandi industrie, essi non possono non avere nella loro casa un appartamento completamente europeo e qui si possono trovare quadri di Sisley, di Renoir e di Gauguin in cornici stonate, disposti lungo le scale. Questo corrisponde alla loro maniera di portare l’abito europeo: sempre goffamente. Ma accanto l’appartamento giapponese riconsola. Composto di legni preziosi senza nodi, con massime confuciane sopra agli ingressi, paraventi dipinti a fiori primaverili d’inverno, e a fresche acque o a paesaggi nevosi d’estate e nell’angolo d’ogni stanza, riservato all’arte, può trovarsi un capolavoro di Sesshu, di Motonobu o del moderno Yokohama Taikan e davanti un bronzo cinese o una tazza coreana.

Viali, parchi e case di legno

Il resto della città è disperatamente uguale su un’astensione enorme: grandi strade e casupole di legno!

Sovente le strade sono sorpassate da cavalcavia ferroviari su cui si vedono treni filare uno dietro all’altro. Sovente qualche strada cerca rendersi meno ostile con filari d’alberi nel mezzo. Sovente tra la distesa di baracche s’aprono zone verdeggianti di parchi, ma, poco edificante realtà e inconcepibile contrasto col tradizionale amore per la natura di questo popolo, sono tutte pessimamente tenute. I ciliegi lasciano poeticamente cadere i loro petali su masse di azalee in fiore, ma i viali sono ghiaiosi, sparsi di carte; le parti erbose calpestate e sovente veramente sporche. Il parco di Ueno racchiude tra gli alberi restaurants, templi, il Museo Imperiale, l’Accademia di pittura e un padiglione dove si fanno continuamente esposizioni d’arte moderna e antica con opere offerte dalle collezioni private. Altro parco è quello di Shiba, esteso su basse colline dalle cui cime si vede ii mare e vicino tra il folto degli alberi spuntare il verde dei tetti di rame dei templi.

Ma il parco più popolare è quello di Asakusa. Vi si arriva, sempre, per strade senza fine euguali, ma attorno al parco si fanno gaie di innumerevoli bottegucce, trattorie, cinematografi e teatrini; e nel parco è tutto un viavai davanti a venditori ambulanti, a fotografi, a saltimbanchi, a mangiatori di serpentelli o a pellegrini ieratici, vestiti di bianco, dalle lunghe chiome, tenenti concioni infuocate. Vicino ad Asakusa c’è il largo fiume Sumida che aduna il popolo nelle sere estive e al di là il quartiere di Ryogoku dove abitano i panciuti lottatori e dove in certe rintanate stradicciole presso al fiume studenti ed operai trovano a buon mercato argomento ai loro amori. Qui in casette per nani, dietro una spia quadrata intagliata sulla porta una testina vigila in attesa e lancia quasi lamentosa l’invito: « Aspetta un poco, per favore ».

Yoshiwara, quartiere dell’amore

Altra palestra ai sensi è il prossimo quartiere di Yoshiwara: è come una cittadina chiusa da porte, la città dell’amore. Un tempo centro di celebri poeti e pittori che accesi dall’amore creavano opere che poi rimanevano a decoro delle case stesse che li ospitavano.

Utamaro squattrinato e folle viveva qui e in compenso ai sostentamenti che riceveva dava le sue opere ora tanto ricercate.

Ma Yoshiwara è in decadenza. I ripetuti incendi vi hanno immolato donne e capolavori. Una volta le cortigiane stavano tutte abbigliate lussuosamente, in mostra su piccoli palcoscenici all’ingresso. Ora invece, per sfuggire alle critiche dei moralisti protestanti, quegli stessi che recentemente hanno impedito una  « tournée» in America di gheishe danzatrici quasi fossero vilissime prostitute, vengono esposte soltanto le fotografie entro ad urne di vetro con riflessi di luce verdina.

Fotografie che dicono niente, una somiglia all’altra e quasi sempre le labbra abbassate nascondono denti malsani. Il sistema è inceppante e il luogo viene disertato. Sussiste per un impulso storico. Tagliato da stradette regolari. I lenoni stanno accovacciati entro grandi casse che li riparano del freddo, solleciti nell’invito ad osservare le fotografie immerse nelle urne verdine come nel fondo di acquari illuminati. Ma quello che piace è l’ornamento della parete centrale soprastante alla serie delle fotografie, posta tra duo ingressi. E’ una parete quasi sempre a fonde oro, con due borchie di legno nero da cui pendono fiocchi di seta rossa. Un tempo, al cader della notte, essa si dischiudeva per mostrare viventi i migliori fiori della razza.

Davanti su mensole con bell’ordine sono disposte poche cose che bastano per far capire quale tradizione d’arte regnava in questo luogo. Qui un Budda panciuto e sorridente e ai lati due piante nane di glicine; altrove una vasca di ceramica con due blocchi di corallo che riproducono due scogli della costa sul Pacifico denominati «marito e moglie », perché uno grande e l’altro piccolo e le cui cime tendono ad incontrarsi. In altra casa un’anfora con piccoli pesci rossi e neri dalle lunghe pinne fluenti o una fetta di grossa radice con scolpita una poesia sulla brevità della vita e sull’amore. In altre pendono strisce con buoni disegni pur essendo moderni, con massime o con poesie. Quello che stride sono le fotografie insipide.

Un popolo in decadenza

Ma di tanto in tanto le tende celesti degli ingressi si dischiudono, una voce richiama, si vede la tenda trattenuta al vento da qualcuno che non vuol farsi scoprire, ma si scopre. Ed ecco nell’interno di una piccola stanza chiusa da vetrate una decina di donnine assise che leggono, giuocano a scacchi, che s’incipriano davanti allo specchio o che tengono infreddolite le mani tutte attorno ad un grande braciere. Oppure, ecco, in un’altra una vecchia donna occhialuta con arte amorosa avvolgere ed annodare dietro alla loro vita l’obi variopinto. Come s’accorgono d’essere spiate rialzano le sopracciglia in stupore, sorridono o si nascondono. Ma una che non si nascose e anzi ostentò farsi vedere, era niente meno munita che d’occhiali d’oro e di denti tutti pure d’oro.

La decadenza è completa. La gioventù preferisce i caffè di Ghinza, caffè dall’aria di bottesparigine o berlinesi, con decori futuristi o grotteschi. Ci sono tutte ragazze in kimono che servono, ma la più parte pettinate senza rigonfi. Come ci si siede subito vengono a tenere compagnia; la loro conversazione è vivace, piena di studiate cortesie, e loro compito principale è d’ubbriacare il cliente.

Sotto ai rami fioriti che decorano le stanze e i palloncini rosa s’intona la canzone di moda lanciata dalle gheishe che danzano al Shimbashi Embujo.

Le ore passano inebriate per questi Giapponesi che sembrano maltrattati dal lavoro. E al mattino lanterne sfasciate e rami spogli finiscono gettati sulla strada come corpi consunti.

Giovanni Comisso

Pubblicato sul Corriere della Sera del 15 giugno 1930