Il teatro classico. Impressioni di viaggio in Oriente di Giovanni Comisso

Tokio, maggio.

Quale differenza fra il teatro giapponese e quello cinese! Nei secoli antecedenti alla Restaurazione, il teatro, assieme all’arte, alla religione, al pensiero, venne importato dalla Cina; ma il Giappone seppe darvi un’impronta tutta sua. Qui si può assistere allo spettacolo sino alla fine e godere e soffrire unitamente al pubblico. Al teatro cinese le parole non arrivano nella platea, tale è il fracasso della banda e tale, attorno, il vocio e il trepestio del pubblico che mangia, beve e rumoreggia. Quello che si può avvertire è di tanto in tanto qualche pezzo di canto; ma che canto! I Cinesi, coerenti alla loro delicata sensibilità di bambini, vanno pazzi por il falsetto. Questo è il tono di voce ideale per loro;

e uomini in parti da donna o giganti barbuti sollevati dai coturni hanno questa voce che nei canoni dell’arte teatrale è discritta cosi: «Deve essere simile al suono d’una cascata inteso dalla parte opposta del monte». Qualcosa di fievole!

Le tradizioni di un’arte

La mimica poi, nel teatro cinese, è l’un grado tale di ingenuità che da noi troverebbe appena posto in certi miserabili circhi errabondi pei piccoli paesi di campagna. E nei teatri di Sciangai è di Pechino ci sono attori che per saper fare di queste scempiaggini non vengono pagati meno di mille dollari per sera.

Come in Cina, in Giappone c’è una vera follia per il teatro.

Sino a poco tempo fa lo spettacolo cominciava alle dieci della mattina e andava avanti per ore e ore fino al principio della notte; ma adesso che la vita s’incatena borghesemente con le ore d’ufficio comincia alle tre del pomeriggio e dura fino alle dieci di sera.

C’è una forma di teatro classica, e un’altra moderna.

Il teatro classico, o Kabuki, sorse in Tokio nel 1600, nei primi anni di potenza della famiglia Tokugawa, e fu particolarmente caro al popolo. L’arte si tramanda di padre in figlio; vi sono attori i cui nomi debbono essere susseguiti dal numero d’ordine per distinguerli dal padre e dai fratelli, tutti egualmente battenti la scena. Cominciano da bambini e non lasciano la professione che vecchissimi. Vi sono attori di sessantenni suonati, che con straordinaria snellezza impersonano ancora parti di giovanette. Anche qui, come nel teatro cinese, le donne sono in gran parte escluse dalla recitazione.

Il tono della voce nelle parti da uomo è un tono enfatico, che in qualche modo fa pensare a quello degli attori della ComédieFrancaise: è la così detta cadenza alla samurai; a questa s’accoppia quella stridula dell’uomo in parte di donna, che in verità non è piacevole; e questo è uno del pochi aspetti del teatro giapponese che non entusiasma.

Secoli in contrasto

A Tokio le rappresentazioni classiche si danno nei tre principali teatri: il Kabuki, il Teatro Imperiale e il Teatro i di Tokio. Sono tutti di costruzione modernissima, capaci di parecchie migliaia di spettatori, messi con grande lusso e molto buon gusto. Come il Giapponese nella propria casa, mantenendo intatti forma e decori tradizionali, ha saputo introdurre con armonia la luce elettrica adattandola a toni temperati, cosi nel teatro, pur apportandovi tutte le necessità moderne, non ha alterato i minimamente il vecchio aspetto delle esecuzioni. Palcoscenico girevole, riflettori, posti comodissimi, sala con soffitto e pareti dove il cemento imita il legno, salette per fumare, restaurants e piccole stanze da toilette per le signore, dove queste possono darsi opportuni ritocchi alle capigliature e ripassarsi la cipria là dove le lagrimette l’hanno levala. Vi sono donnine che bruciano di ammirazione e d’amore per i grandi artisti e tra un atto e l’altro si vedono ai piccoli bazars scegliersi lo fotografie dell’attore preferito nelle pose che più le hanno commosse.

Il pubblico è vario e pittoresco. Uomini e donne in massima parte vestiti alla giapponese. Si vedono le piccole signore salire le gradinate sui loro sandali spessi, indossanti sopra al kimono una spolverina di seta che sulla schiena si rigonfia come per una gobbetta sottostante, ma invece altro non è che il grosso nodo dell’obi che cinge loro la vita. Qua e là qualche Giapponese in tight disarmoniosissimo e qualche studente con la divisa nera.

I kimono femminili dai vivi colori variali, secondo la moda di quest’anno, con disegni a forme geometriche bizzarre e non a fiori, s’alternano a quelli marrone o neri degli uomini segnati sulla schiena e all’altezza delle braccia da piccoli fregi che riproducono l’insegna di famiglia. Molti uomini portano il ventaglio infilato alla cintura.

Nell’atrio sono esposti i doni d’omaggio agli attori: certi treppiedi con fiori artificiali intrecciati attorno a grandi pesci rossi di stoffa; una tonalità falsa di pasta di zucchero; inconcepibili con tanti bei fiori naturali che hanno a disposizione!

Attori, cori e scenografia

I personaggi del teatro classico sono: cortigiane, mercanti, artigiani, e sopra tutto samurai, principi e vassalli. Scene familiari, argomenti di leggenda e di storia Ogni lavoro è suddiviso in episodi senza numero fisso, tutti di per se stessi sostenuti da scene concrete: passionali o tragiche. Queste serie di episodi finiscono sempre in modo da lasciar intuire la conclusione, senza darla.

Il palcoscenico è molto più lungo di quello dei nostri teatri, ma meno profondo, però ha in più quelle che si chiamano le vie fiorite e che riescono a dare una grandissima efficacia ed ampiezza alle scene e al muoversi degli attori. Le vie fiorite sono due passaggi che attraversano parallelamente la platea all’altezza delle teste degli spettatori. Nelle scene di battaglia, in quelle che si svolgono all’aperto, là dove si parte in palanchino per lunghi viaggi o si fanno cortei, queste vie fiorite danno veramente vitale vigore all’azione attanagliando gli spettatori. Scena bellissima, avvantaggiata da questo sistema, fu, nel dramma II castello d’Osaka, quella svolgentesi al campo dell’esercito assediante, dove i portaordini arrivavano alla tenda del principe attraversando di corsa queste vie fiorite.

I drammi del teatro classico sono una fusione di danza, di mimica, di gesti ritmici, di recitazione e di canto.

Nei momenti dove la recitazione lascia il posto alla mimica, agisce il coro, che ha la stessa funzione di quello della tragedia greca. Molte volto è visibile in una nicchia ad un lato del palcoscenico, ma altre volte quando la sua presenza diretta può turbare l’armonia della scena, rimane nascosto. Consta di un cantore, d’un suonatore di samisen e d’un altro di piffero, ma nei momenti epici s’aggiungono tamburi e altri strumenti forti; cosi per accompagnare le danze aumentano cantori e suonatori. Il coro segue la mimica cantando riflessioni ideali o didascaliche in relazione alla passione che domina l’attore, e nei passaggi tragici o disperati il suo canto diviene singhiozzo doloroso e modulazione di pianto o grida d’incitamento alla forza o all’ardire.

Sono questi i momenti in cui, volgendo lo sguardo sul pubblico vicino, si possono scorgere donne dalla pettinatura impassibile, sospirare, lucenti negli occhi e ragazzi coi lagrimoni che arrivano alle labbra.

Ma veramente commuove l’attore, la cui potenza espressiva nei gesti e nello sguardo raggiunge gradi insuperabili.

Le vicende dei 47 « Ronin »

Uno degli argomenti drammatici che più appassionano è quello offerto dalle storiche vicende di quarantasette Ronin o capitani di ventura vissuti nel 1300.

Hangan, loro signore, insultato da Moronao, maggiordomo del principe Ashikaga, finisce col dargli un colpo di spada. Per questo il principe ordina a Hangan di farsi harakiri e che i suoi beni siano confiscati. I quarantasette Ronin sono costretti a lasciare la terra che fu del loro signore e a errabondare miserevoli. Prima di sciogliersi giurano di riparare l’ingiustizia uccidendo Moronao, e dopo innumerevoli peripezie, dove lo spirito eroico è costretto a subire umiliazioni ed onte, riescono nello scopo.

Questo argomento ha ispirato innumerevoli lavori. In alcuni episodi la tragicità è portata ai puri elementi necessari per commuovere, nel modo più diretto.

Gesti, musica e canto, anche senza che si comprenda il significato delle parole, concludono chiaramente in un’espressione umana subito comprensibile e toccante.

I costumi sono qualcosa di ricco e di bello. Gli scenari degli interni ammirevoli; scadono invece quelli di panorami o di esterni, dove si sente un maledetto sforzo di voler essere veristi all’eccesso senza che ci sia bisogno e senza riescire. Puntiglioso scrupolo di portare sulla scena elementi che non hanno questa grande importanza nel contesto della rappresentazione specie poi quando gli artisti siano eccellenti, come lo sono. Per esempio, certi effetti di luna, di stelle o di acque che si muovono, o di lucciole che s’accendono e si spengono lungo un fiume;

ridicola poi l’apparizione di guerrieri in groppa a cavalli composti da due uomini camuffati. Ma in Giappone bisogna assuefarsi agli squilibri.

Giovanni Comisso

Pubblicato sul Corriere della Sera del 20 giugno 1930