Bacco in collina

“Bacco in collina”. Vigneti, viticoltori e la vendemmia nel racconto di Comisso

Questo paesaggio è come una stoffa tanto perfetta che non si capisce quale sia il suo diritto e quale il suo rovescio. Sotto alle montagne cosparse di mandrie sui crinali erbosi e fitte di boschi al principio delle pendici, si allineano dolcissimi colli, che al primo passaggio dei torrenti si incurvarono nella schiera e si intersecarono, come fossero stati mucchi di cenere raspata dalla groppa delle montagne. Le montagne fanno a questi colli un ampio riparo dal vento di settentrione. In tempi lontani, quando l’agricoltura era sonnolenta e limitata alle esigenze dei villaggi, i boschi delle montagne arrivavano a coprire anche i due versanti dei colli. E nei quadri di Giorgione e di Giovanni Bellini sono ritratti sovente appunto con questo aspetto di colli selvosi, tra i quali passa qualche pastore col suo gregge. Ma da quasi un secolo, risvegliatosi il contadino, stanco della propria miseria, si accorse che sul versante a mezzogiorno di quei colli ai aprivano le prime violette, quando in quello a settentrione resisteva ancora la neve, e col suo acume pensò che doveva essere propizio alla coltivazione della vite. Le prime prove diedero subito risultati eccezionali e al posto dei boschi sorsero dovunque i vigneti per tutto lo schieramento dei colli tra quelle montagne e la pianura. Presto non solo i villaggi vicini si dissetarono a quel vino, ma attratte dalla seduzione del sapore e della forza vi attinsero la provincia e anche la regione. Lusingati dalla richiesta e dal buon prezzo i contadini di altre valli, prive di industria e di altre coltivazioni, proseguirono nell’abbattimento dei boschi anche sulle pendici dei monti e vi sostituirono la vite. Oggi, tutta la zona è come se fosse stata scandagliata da un meteorologo, esattamente divisa nelle sue parti fredde e nelle sue parti calde, quasi al millimetro, e in queste sorgono i vigneti e in quelle permangono i boschi. Sono i vigneti come arabeschi di fìligrane, quando l’uva risplende e dopo che la vendemmia li ha sgravati rosseggiano dovunque le foglie prima di cadere.

fonte: pxhere.com

Ero stato negli ultimi boschi, rimasti ancora intatti, alla ricerca delle castagne che ogni tanto cadevano dalle alte frondi col rumore di sassate sul terreno duro. Qualche uccello fuggiva gracchiando a quei tonfi buttandosi a volo giù nella valle mentre dal versante al sole arrivava il parlottare dei contadini che vendemmiavano. Uscito dal bosco andai verso il vigneto e per il sentiero ripido un vecchio scendeva portando due ceste colme d’uva messe a bilanciere su di una spranga di legno che gli solcava la spalla. Pure scendeva sicuro e quando lo vidi risalire con le ceste vuote li chiesi perché non avessero reso più agevole quel sentiero. Mi rispose che potevano essere contenti se qualcuno era venuto a comperare la loro uva, e mi indicò sulla strada un autocarro con una grande tinozza. Quella terra non dava altro raccolto, avevano avuto spese assai forti per coltivare il vigneto e dovevano vendere quell’uva, se volevano comperare la polenta, giù nei paesi della pianura dove si coltiva. Per la sua famiglia teneva solo una piccola parte di vino tanto per riscaldarsi durante l’inverno. Se non avessero avuto il vigneto avrebbero dovuto emigrare al lavoro nelle miniere del Belgio. Ma da qualche anno, il prezzo dell’uva minacciava di ribassare mentre il filo di ferro per sostenere le viti, le irroratrici e il solfato erano accresciuti.
Prevedeva che negli anni venturi sarebbe stato sempre peggio e mi chiese come mai nelle città si andava perdendo l’abitudine di bere il vino.

Vigne di glera a San Vito di Valdobbiadene (Wikipedia)

Nel parlare con lui lo accompagnavo tra i filari dove altri uomini stavano vendemmiando. Non sapevo cosa rispondergli preso com’ero dall’incanto di quell’uva simile ad ambra che in grappoli rilucenti si offriva alle mani dei vendemmiatori e all’insistenza delle api. Il vecchio mi invitò a coglierne quanto volevo, ed egli stesso mi indicava i grappoli migliori. Si giunse dove stavano le donne ed egli chiamò a sé una ragazzina.
«Questa è mia nipote», mi disse, «siamo troppi in casa, lei che sta in città non potrebbe trovarle un posto per andare a servizio?». Sembrava una ragazzina appena capace di tenere la scopa in mano e gli feci osservare che nessuno l’avrebbe presa così giovane. «Non importa anche se non le daranno paga, ci si accontenta che la tengano per il mangiare, pur che impari qualcosa, perché qui non possiamo più vivere della nostra vigna». Tanto per accontentarlo mi feci dire il suo indirizzo che, facilissimo da ricordare, non scrissi.

La ragazzina mi guardava attenta, girai per la vigna che battuta dall’ultimo sole estivo risultava tutto un intreccio elaborato. Poi ripassai ancora davanti al gruppo delle donne che vendemmiavano e la ragazzina, appena mi rivide, mi disse ardita che dovevo essermi già dimenticato il suo indirizzo. Invece glielo ripetei preciso, ed ella mi confermò con la sua prontezza che avrebbe potuto lasciare la sua valle anche così giovane per imparare a vivere e a lavorare.

Lasciai le pendici di quelle montagne e discesi tra i colli sottostanti. Le piccole valli e tutti i declivi a mezzogiorno brulicavano di vendemmiatori tra i vigneti. Nelle stradine sostavano i carri coi tini alcuni già traboccanti d’uva. Non si sentiva parlare, nel silenzio risultava solo il suono secco del taglio dei grappoli ritmico e affrettato. Era un silenzio che riportava quella gente come fuori dal nostro tempo, quei vendemmiatori vivevano in un tempo antichissimo ed eterno per la nostra terra. Questa opera agricola si compiva in quei giorni tra quei colli del Veneto, come in quelli del Piemonte o di Romagna o di Toscana o lungo i nostri mari fino alla Sicilia e alla Sardegna. Gli umori del nostro cielo che avevano impregnato le terre felici, temperate dal riverbero dei mari, riparate dai gelidi venti, riscaldate dal sole gradatamente dalle Alpi al Mediterraneo, erano stati nel mistero dei tralci elaborati e filtrati fino a gonfiare i grappoli, come materne mammelle. In quei giorni la nostra terra rivelava di essere in vero: Enotria, come la possibilità sorridente di un volto.

Veneto – foto di Robert Forster (pixabay)

Dai colli passai alla pianura e il primo paese che attraversai era quello dove un mio amico aveva estesi possedimenti di campagne. Il paese già alle prime case odorava di mosto come fosse un ambiente chiuso, trainati dai buoi avanzavano da ogni strada i carri coi tini pieni d’uva. Dalle cantine venivano le voci eccitate degli uomini che lavoravano, l’aria stessa ubbriacava. Entrai nel cortile della sua casa, dove dai tini sui carri si riversava alle pigiatrici l’uva che aveva tramutato la sua bellezza in un impasto colante e macerato. Solo quando i torchi si aprivano riemergeva nelle bucce pressate una bellezza, quasi marmorea come per le ossa di un essere quando siano state liberate dalla carne. Chiesi del mio amico ed egli subito uscì tra la ressa dei lavoranti per prendermi al braccio e accompagnarmi nella sua casa. Col suo solito modo di accogliere gli amici, tolse da una dispensa una bottiglia che aperse per dissetarmi.
Prima di sorseggiare il vecchio vino brindai alla sua salute e alla fortuna del vino nuovo che stava nascendo. «Vi è poco da sperare nella sua fortuna», subito mi disse e allora, vedendo nel suo volto la stessa ombra di pensiero che avevo vista nel vecchio vignaiuolo della montagna, lo invitai a parlarmi quale era la situazione del vino in Italia. «Non vi è terra al mondo», egli mi disse, «più favorevole della nostra alla coltivazione della vite, dall’Alto Adige alla Sicilia ogni regione e anche ogni zona di una regione, possono dare tipi diversissimi e ugualmente squisiti divini con una gamma di gradazioni sorprendenti. Pensa solo a questi nomi: Marsala, Trani, Capri, Cecubo, Falerno, Salento, Frascati, Orvieto, Macerata, San Severo, Chianti, Sangiovese, Lambrusco, Bardolino, Valpolicella, Soave, Gambellara. Cabernet del Montello, Verduzzo e Pinot del Friuli, Cartizze di Valdobbiadene, Terlano e innumerevoli altri ancora da non finire. L’Italia è una vera matrice di vini. Vini di montagna, di collina e di pianura tutti ugualmente pregiati, eppure oggi bisogna ripetere la solita triste frase: “Siamo in crisi”. La produzione aumentata in questi ultimi anni e sempre meglio perfezionata non trova il suo adeguato consumo e le spese degli impianti, della manutenzione e della lavorazione non vengano confortate, così che se non si arriverà a qualche riparo, saremo costretti a distruggere i vigneti tanto amorevolmente tenuti». Gli chiesi quali riteneva fossero le cause del diminuito consumo del vino in Italia. Ed egli sedutosi di fronte a me, temendo il bicchiere tra le mani, disse: «Prima di tutto, stupidamente va mutandosi il costume del nostro popolo. Tenere tra le mani come faccio io un bicchiere di vino, oggi, lo si giudica quasi un’attitudine volgare. Si trova più alla moda, più eccentrico, più signorile bere birra o svampate bibite d’ogni colore. Mentre bisogna ricordare che quando Cristo ha pensato di indicare agli uomini un simbolo del suo sangue, ha indicato il vino e non l’aranciata». E come togliersi il fastidio per l’imbarrimento del gusto, bevette tutto il vino che gli rimaneva nel bicchiere e io feci altrettanto. «Ora», prosegui il mio amico, «noi si vorrebbe che il governo ponesse un freno all’uso delle bibite italiane e straniere». Lo interruppi subito per dirgli di non pensare al governo, come fosse un santo miracoloso, lo lasciassero stare, non s’illudessero avesse una funzione paternale, ma ne ha solo una politica e se fa qualcosa in favore di certe categorie lo fa sempre con un presupposto politico di consolidamento di se stesso. Egli riprese: «Già, è vero, noi viticoltori non possiamo come gli industriali dire al governo di aiutarci, di sovvenzionarci, altrimenti trentamila o cinquantamila operai scenderanno in piazza a fare le barricate. Noi non possiamo fare di questi ricatti, perché i più di dieci milioni di lavoratori che vivono attorno alla produzione del vino non sono accentrati in una città come Milano o come Torino. Pensa però quanto incide la viticoltura sull’industria sia col consumo di concimi, di zolfi e di solfati, di filo di ferro e di macchine necessarie alla lavorazione, di vasi vinari di legno, di cemento e di vetro. Pensa come in regioni quali quelle dell’Italia meridionale, povere di industrie e senza il complemento di altre coltivazioni, e ugualmente in quelle montane, quanto la viticoltura risolva il problema di vita per quegli abitanti, distogliendoli dalla miseria e dalla umiliazione dell’emigrare, quando sia possibile. In vero il nostro peso politico non risulta imminente per il governo, e così ci lascia precipitare come già fece per la coltivazione del baco da seta, spremendo con dazi e tasse a noi quello che occorre all’industria, ma se n’accorgerà il giorno quando i bei vigneti italiani saranno sostituiti da brulli sterpeti dove pascoleranno le capre». Lo interruppi di nuovo per dirgli che si rassodassero tra tutti i produttori grandi e piccoli e facessero una propaganda in favore del vino e contro i prodotti concorrenti. Gli ricordai che in Francia vi sono sui muri delle case grandi avvisi pubblicitari con bellissime figurazioni che lanciano perennemente i loro vini, mentre da noi si vedono soltanto colossali avvisi per la birra e per le altre bibite. Il mio amico sorrise amaramente e soggiunse: «Ci vorrebbero dunque altre spese per assicurarci resistenza, sappi che quest’anno il mio vino, con le spese che ho dovuto sostenere, mi risulta non prodotto da me, ma comperato. Oltre a tutte le spese normali ho avuto anche quella, che però giudico utilissima, per la difesa dalla grandine a base di razzi che costano tremila lire l’uno e ne abbiamo sparati a centinaia». Versò ancora vino nel mio bicchiere e nel suo poi subito riprese: «Sembra che tu non ti renda conto, come tantissimi altri, dell’importanza vitale della viticoltura in Italia. Prima di tutto la terra italiana ha una sua qualità specifica per la coltivazione della vite e se è fatta così, perché si dovrebbe coltivare altrimenti? Si credeva che la terra di bonifica non fosse adatta e invece anche questa nuova terra ha dato la sorpresa di gradazioni forse superiori alle vecchie terre lavorate a vigneto da secoli. Vi erano terre, come quella della zona di Maccarese, prima battuta da cacciatori e da pochi pescatori, che oggi è trasformata in ventimila ettari tra vigneti e poderi vitati. Se si spiantano le viti come già si sta cominciando nel Novarese e nel Grossetano, in più d’una regione si ritorna a una vita arretrata, misera e animale. In Piemonte, in Toscana, in Emilia, nel Veneto e nel Lazio vi sono cantine di lavorazione attrezzate come grandi fabbriche. In moltissime altre zone dove più intensa è la coltivazione della vite, sono sorte le cantine sociali, dove proprietari, mezzadri e coltivatori diretti portano il loro prodotto per una lavorazione razionale. Distillerie per il ricavo dell’alcool, acetifici, fabbriche di acido tartarico e di tannino sono tutte sorte in rapporto alla viticoltura. Capirai che questa attività agricola, nostra, non è uno scherzo e che la sua crisi non si può sanare solo con gli avvisi pubblicitari».

fonte: pxhere.com

Gli chiesi che mi lasciasse parlare e gli narrai che un giorno sceso alla stazione di Firenze, dopo avere mangiato durante il viaggio qualcosa senza averci bevuto sopra un po’ di vino, appena fuori, entrai in un caffè e ne ordinai un bicchiere. Non sarà stato un quarto di vino e quando chiesi il prezzo mi sentii rispondere: «Cento lire». In Firenze, città immediata al Chianti, quel prezzo era sbalorditivo e mi sarei ben guardato dal ritornare in quel locale per chiedere ancora del vino. Lo stesso avvenne a Montepulciano, dove andato a fare colazione con amici, ci vedemmo mettere in conto, in quel centro di produzione, un litro di vino: trecentosessanta lire. In un caffè di Venezia, durante l’inverno, cioè in una stagione morta per i forestieri, chiesto un bicchiere di vino riscaldato, che fa tanto bene con la nebbia pungente, mi si chiesero: ottanta lire. A conclusione di questi esempi subiti personalmente, dissi al mio amico che se in Italia non si consumava più tanto vino, questo dipendeva dal costo esoso di esso. Egli allora mi spiegò che se può essere vero che l’esercente voglia fare un esagerato guadagno, è anche vero che su quel prezzo grava il dazio che naturalmente viene fatto pagare al consumatore. Sono passati i tempi in cui questo dazio e le difficoltà per le concessioni a rivendite di vino trovavano forza e giustificazione nel principio umanitario di combattere l’alcoolismo. In quei tempi di vasta miseria sociale molti, sia nei piccoli villaggi, che nelle grandi città, se avevano pochi soldi li spendevano tutti per un’ubriacatura liberatrice da ogni triste pensiero, oggi vi sono tanti altri surrogati e gli ubriachi barcollanti sono figure preistoriche. Tuttavia il prezzo del vino viene aggravato col dazio e con altre tasse come fosse un genere voluttuario. E con tutte le sue difficoltà di trasporto viene legato da procedure riguardanti il dazio come se fosse un vigilato speciale, che fanno perdere tempo e che finiscono col tradursi in un aumento del prezzo. Un mio amico sosteneva il governo avrebbe dovuto provocare un alleggerimento di questo dazio e trovare un sistema più elastico per percepirlo in rapporto all’uscita dalla cantina per andare al consumatore. Gli ribattei che il governo non si sarebbe mosso di un centimetro, era troppo comodo per esso sistemare i bilanci malandati dei comuni col dazio del vino e che non avrebbe mai affaticato per studiare esso stesso un sistema più elastico a vantaggio dei produttori e dei consumatori. Insistei che tra tutti i produttori grandi e piccoli formassero un’associazione compatta per opporsi alla loro fine, e studiassero essi stessi un sistema, visitassero gli altri Stati vinicoli, andassero in Francia e osservassero come funziona il commercio del vino, che credo funzioni meglio che in Italia. A Parigi, a differenza dall’Italia, in qualsiasi caffè o bar si può chiedere e avere per venti franchi un bock de vin, come la bibita più naturale di questo mondo e ancora si vedono in ogni quartiere vasti negozi esclusivamente di vini d’ogni qualità che si vendono a tutte le misure, dando l’impressione di un’organizzazione più libera e più vitale. E vuotai tutto di un tratto il bicchiere che mi aveva riempito. Egli voleva continuare a parlarmi ancora di altri possibili aiuti da parte del governo, era in vero riscaldato dal problema, e lo pregai di chiudere la conversazione. D’un tratto come se mi fosse presente davanti mi riapparve il volto della ragazzetta che avevo visto nella vigna sulle pendici del monte, quando audace mi chiese se avevo dimenticato il suo indirizzo, e dissi al mio amico se gli occorreva una ragazzetta per le raccende di casa, che sarebbe venuta da lui, anche solo per il vitto, pure di imparare qualcosa, ella era appunto di una famiglia di viticoltori di montagna che già si sentivano ferire dalla crisi e non potevano più vivere nella stessa casa. Con sorpresa sentii il mio amico dire che proprio ne aveva bisogno e volle subito l’indirizzo. Ma per quanto mi sforzassi, stordito dal vino che avevo bevuto, non mi era possibile ricordarmelo più. Allora pensai che contro i viticoltori si stava di certo scatenando una calamità fatale determinata da più oscuri principi.

Giovanni Comisso

Pubblicato alle pag 5 de Il Mondo del 21 febbraio 1953
Si ringrazia la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma e il portale della Biblioteca Digitale