“Bonaldi e il Brenta. Tana d’artista”

Visita esclusiva al laboratorio del genio estroso della ceramica.

Un viottolo lungo il Brenta, una casupola anonima con una vasca da bagno e un vetro di damigiana, panciuto e senza paglia, posizionati uno a fianco dell’altra sul cortiletto vicino alla porta d’ingresso. Insieme bizzarro, se non si trattasse dell’atelier di Federico Bonaldi, il geniale scultore bassanese che ha reinterpretato la tradizione della ceramica in Italia arricchendola dei miti più disparati con un linguaggio personale che ha dato voce ad ansie, ironie e contraddizioni del secondo dopoguerra.

Varcata la soglia della bassa costruzione, si è subito attratti da cinque opere che spiccano su piedistalli al centro della stanza. Sullo sfondo, due finestre aperte sul fiume.

Ogni spostamento nello spazio rivela nuovi dettagli di quelle sculture che si flettono in archi composti di tanti piccoli elementi.

Verrebbe voglia di catturare la luce del tardo pomeriggio che entra, le abbraccia, e illumina spicchi di parquet rigato dal tempo. Poi, come in un incantesimo, ad ammaliare è la magia racchiusa nell’argilla.

Sono opere inedite”, sottolineano Federica e Antonio, i figli dello scultore,indicando anche un pannello appeso tra le due finestre. È il Villaggio globale, un refrattario monocromo lavorato a colombino, al cui centro spicca l’unico elemento cromatico: un autoritratto con un dente solo.

“Non vogliamo che vengano buttate nel mare grande del web. Non ora, non è il momento. Ecco il perché del divieto di fotografare. Accomodatevi pure”, esortano toccando le sedie di tela.

Davanti, un monitor sul quale scorrono le immagini delle creazioni del padre. Tocchi di rosso ne infiammano molte. Sembra di udire le parole dell’artista:

“Ogni volta che espongo le mie ciurmerie, dalla vergogna diventano rosse anche le mie guance. Mi diverto tanto.”

Federico Bonaldi è morto cinque anni fa e la famiglia ha eccezionalmente aperto il suo laboratorio agli amici. Con un ritmo placido, somigliante a quello del Brenta che scorre a pochi metri, si alternano plasticità e cromie che hanno il volto di mostri, la ricchezza di “cassetti” stipati di oggetti, l’armonia di forme sinuose che si compenetrano, l’ironia dei “cuchi” (i grotteschi fischietti in terracotta), l’implicito invito al gioco di tavole che non sono tavole da scacchi, dama, tria, ma tutto e molto di più messo assieme.

E al fascino emanato dalle opere esposte, alla curiosità per le immagini che si avvicendano, ai profumi del lungofiume che arrivano a piccole folate, si aggiungono i ricordi, i commenti, le supposizioni di chi Federico l’ha conosciuto come artista, padre, marito e amico e sta assistendo alla proiezione.

Dove sono nati i cassetti, gli altari, i geroglifici di questa sfilata virtuale? In poche stanze col soffitto basso, al pianterreno. Scalini esterni di cemento un po’ sconnesso conducono al piano inferiore, quasi a lambire l’acqua.

“Amo restare nella mia tana, nel mio studio recluso lungo il fiume Brenta e creare tavolette di ceramica intessute di misteriose scritture ricche di archetipi e antichi simboli, frammenti di vita per coltivare l’aspetto magico dell’esistenza e conservare lo stupore puteo, di quel fanciullo che è celato dentro ciascuno di noi”.

Eccolo lo stupore che pervade entrando nel suo studio. È rimasto esattamente come lo lascerebbe chi spera di farci ritorno. In quello spazio angusto, quasi claustrofobico, è racchiuso tutto il mondo del ceramista.

Un mondo popolato di studi, disegni e ideogrammi appesi o sparpagliati ovunque. Di opere dalle quali non si era separato. Di strumenti di lavoro, colori, pennelli. Di numeri di telefono – anche il servizio guasti dell’Enel – scritti sui muri, nei pochi spazi lasciati liberi da foto, ritagli di giornali, locandine di mostre. Di centinaia di mozziconi di sigaretta gettati a terra.

“Diceva che quelle non gli facevano male, perché erano sottili”, racconta la moglie Gina mentre cerca,con amore e rispetto, di raccontare quella rapsodia di oggetti. “Quando aveva bisogno di ricaricarsi, creava piccoli cuchi. Erano anche il suo argent de poche per le sigarette”.

Sta indicando una teca in cui ne sono allineati una ventina. Ma quei fischietti, quelle forme giocose e burlone con i tratti di preti, sposi, di Manzoni, Picasso, Dalì, De Chirico e dello stesso artista, sono uscite da mani che hanno continuato a raccontare una cultura umile e immaginifica. Una cultura che l’artista arricchiva continuamente viaggiando e leggendo molto, anche Freud e Jung. Chissà come avrebbero interpretato il teschio sul davanzale con il quale era solito colloquiare o la lapide che teneva accanto a sé? Lui, che sperava di vivere fino a novantanove anni, aveva scritto:

“1933-2032 Toccò molto la terra, ora la terra lo tocca così per sempre”.

Dopo un tuffo nel suo mondo ancestrale, esoterico, la porta del suo laboratorio si chiude.

E quel “ritorno subito, aspettare grazie” ancora inciso sulle assi di legno suona come vero ed è facile immaginare Bonaldi pochi metri più in là, steso nel bosco di bambù che tanto gli ricordava l’amato Giappone e dove andava a riposarsi godendosi la brezza del fiume.

Ritratto fotografico di Federico Bonaldi