Giovanni Antonio Canal detto Il Canaletto – Dolo sulla Riviera del Brenta (1760-1770)

Con Comisso da Venezia alla scoperta della Riviera del Brenta, a bordo del Burchiello

Dalle rive, ora abbandonate e squallide, di Fusina appare pure sempre Venezia, simile a una perla nel guscio rilucente di una ostrica. Posata lontano sulle acque, così la videro poeti e avventurosi errabondi che, nei secoli passati, qui giunsero per il canale di Brenta, provenendo da Padova. Ma da quando Venezia venne unita alla terraferma, oltre che col ponte ferroviario, anche con quello stradale, Fusima, questo luogo di approdo e di imbarco, perse la sua vita, come un ramo secco dove più non salga la linfa. Dal Cinquecento, scavato questo canale, Venezia fu congiunta a Padova per via d’acqua, una comoda e continuativa comunicazione, per circa cinquanta chilometri entro terra, come un’autostrada prima del tempo. I viaggiatori si imbarcavano sulla riva delle Zattere, in un largo natante coperto, che si chiamava: Burchiello. Attraversata la Laguna, si imboccava a Fusina il canale che costeggiando Oriago, Mira, Dolo e Strà, permetteva in sei ore di arrivare a Padova, alla porta Portello, senza avere preso polvere, senza trasbordi e senza i sussulti delle vecchie diligenze per strade malandate. La comodità di questa via di comunicazione, la terra ubertosa e la freschezza estiva data dalle acque del canale indussero i nobili veneziani a costruirsi lungo queste rive le loro ville per soggiornarvi in delizia, quando a Venezia si soffocava per il caldo.

Villa Foscari (La Malcontenta), Mira (VE) di Andrea Palladio

Ospiti regali

Tra le prime, sorse quella dei Foscari, a Malcontenta, ideata dal Palladio, che ospitò Enrico Terzo, quando, lasciato il trono di Polonia, passò da Venezia per andare a insediarsi in quello di Francia. Il Doge, con tutto il suo seguito, lo aveva accompagnato attraverso la laguna fino a Fusina, poi il nuovo re francese, in una barca a remi, attorniato dai suoi favoriti e dai suoi dignitari, con un corteo di altre barche, si era addentrato nel placido canale fino a questa villa, dove gli venne offerto un rinfresco, essendo d’estate. Pernottò invece più avanti, nella villa Contarini, oggi tramutata in una scuola, e dalla quale sono scomparsi gli affreschi di Giovambattista Tiepolo che, nella grande sala, celebravano appunto questa visita regale. Dal Cinquecento, per questa via d’acqua, che, venendo da Padova, era come un preludio adeguato al meraviglioso incanto di giungere a una Venezia, tutta circondata d’acque fu un lungo sfilare di regnanti e di artisti.

Villa Pisani

Alla villa Foscarini, a Mira, Byron coltivò i suoi amori con la Guiccioli e con la bella fornarina di Dolo, mentre componeva i canti del suo Aroldo. Di questa villa, oggi, è rimasta solo una parte tramutata in ufficio telegrafico dal quale scattano veloci i telegrammi, quasi a emulare gli ardenti cavalli del lord poeta, quando egli se ne partiva al galoppo verso la Laguna. Voltaire conobbe di certo questo canale, se nel suo Candido vi dedica uno dei capitoli più belli: quello della visita al senatore Procurante nella sua grande villa che si può identificare con quella Pisani di Strà. Napoleone e gli Asburgo soggiornarono in questa villa, e Gabriele D’Annunzio ideò nel labirinto di bosso, che verdeggia ancora, un episodio d’amore dei protagonisti del suo romanzo: Il Fuoco. Il Settecento fu il secolo d’oro della villeggiatura, lungo il canale di Brenta, fu la grande stagione di una vita gaudente e sfarzosa. Vi si andava in due periodi all’anno, dalla vigilia di Sant’Antonio fino a luglio, in coincidenza con le feste per il Santo, che si facevano nella vicina Padova, e poi in autunno per vigilare ai raccolti agresti.

Il Burchiello a Venezia nel 1730-1735 (Canaletto)

Svaghi sul fiume

Uscendo da Venezia coi suoi spettacoli e divertimenti continui, il timore era di dovere morire di noia, ma già Padova cercava di evitare questo timore ai nobili veneziani organizzando nei suoi teatri quegli spettacoli che erano soliti godere in Venezia. Ma gli stessi villeggianti improvvisavano nei teatri di verzura dei loro giardini recite e balletti. Poi vi erano altri svaghi: il giuoco d’azzardo, il pettegolezzo, la conversazione intellettuale, i pranzi succulenti, i giuochi di società, le scambievoli visite, il dolce fare niente e gli amori. Carlo Goldoni che partecipò a questa vita e la ritrasse in una sua commedia, così la riassume:

Tuti gode un’intera libertà
donne chi voi dormir, magna chi ha fame,
balla chi col ballar, canta chi sa.
chi va solo in zardin, chi cole dame.
chi a sie cavalli strascinar se fa,
chi visita le razze e chi eI bestiame.
chi zogna al tavoli la note e ‘I di

Gli ospiti erano diventati una consuetudine, quasi una professione, passavano da una villa all’altra vivendo alle spalle dei padroni, ai quali offrivano in cambio gaiezza e novità. Sempre, quando si preferiva la tavola, si tenevano alcuni posti in più per gli ospiti improvvisi, che non mancavano mai.

Finita la festa…

Con la fine della Repubblica Veneta tutto crollò in precipitosa rovina. Fu in vero come al finire di una festa, quando smontati i padiglioni e tolto ogni decoro di trofei e di luminarie non resta che lo spiazzo squallido, immondo di carte e di detriti. Ogni tanto, ora si vede un cancello adorno di statue corrose, del tutto coperto di rampicanti che sembra non sia stato più dischiuso dal finire della grande festa. In qualche giardino, statuirle di nani sembra giuochino una parodia degli abitatori di un tempo e un nobiluomo dal panciotto vellutato ancora dal muschio allignato, riguarda con l’occhialino, sul naso adunco, le festose apparizioni, oramai scomparse. Ancora risaltano i fantasiosi pinnacoli e portali del giardino di villa Pisani, simili a scherzi giganteschi di porcellana. Ancora ampi atri attendono le risuonanti carrozze, ma gli imbarcaderi sembrano allontanarsi dalle inutili acque. In altra villa gli stucchi intatti ridanno da una stanza all’altra, coi motivi di foglie e di uccelli, tutta l’illusione di essere felici sotto a una pergola estiva. Altre, macerate negli affreschi della facciata, risultano come vecchi mobili tarlati che si riflettono sulle acque simili a uno specchio offuscato, ma altre sfidano ancora il tempo nelle linee solenni della loro architettura diventata basamento naturale allo splendore di questo cielo veneto.
Per le acque tranquille non più passa il Burchiello che portava gli allegri viaggiatori tra Venezia e Padova, nè le gondole dorate dei patrizi e dei sovrani, ma grandi barconi carichi di botti e di sabbia. Ragazzi scattanti al nuoto, anitre chiassose sulle acque, pazienti pescatori di canna e donne che lavano la biancheria, ancora rimangono a documentare l’eternità di un’altra vita, come in un’incisione di Francesco Guardi. Sulla cenere, sui ruderi e sulla decadenza della bella vita delle villeggiature lungo queste rive sinuose, solo rimane indistrutta la luce del paesaggio, sempre vivida nel dare risalto a ogni cosa. È una Iuce che risente la laguna imminente e ne è come attraversata dai riverberi. Vanno lenti i barconi con le mercanzie che portano da un paese all’altro, fino a raggiungere Padova che si profila con le sue torri e le sue chiese. Seguono le antiche mura della città, arrivano alla porta Portello, che un tempo accoglieva col vento il profumo del mare e qui si fermano ancora, come bestie stanche, che pure senza guida, ricordano la vecchia strada abituale.

Giovanni Comisso

Pubblicato sulla rivista “Il Gatto Selvatico” del settembre 1958 n. 9 con il titolo “La Riviera di Brenta”.
Immagine in evidenza: Giovanni Antonio Canal detto Il Canaletto – Dolo sulla Riviera del Brenta (1760-1770).
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