“Da Montale a Pasolini quanti Amici per Comisso!” di Alessandro Comin

Cinquant’anni fa a Treviso i migliori scrittori italiani celebrarono il collega in un convegno-kolossal.

Vennero il suo prestigioso editore e gli amici di tutti i giorni, gli scrittori e i poeti più famosi di lui, i critici pronti a recitare il “mea culpa” per averlo dimenticato e gli artisti di una Treviso irripetibile: Batacchi, Benetton, Botter, Cadorin, Malipiero, Ravenna, Tommasini.

Sono trascorsi cinquant’anni dal colossale convegno di fine maggio che la città dedicò a Giovanni Comisso a Ca’ da Noal in occasione dell’uscita della raccolta di elzeviri e racconti “Attraverso il tempo” e della riproposizione della sua opera omnia a cura di Longanesi, che ne regalò una copia all’allora sindaco Bruno Marton.

 

E sembra davvero passata un’era geologica da quando la Piccola Atene riusciva ad attirare il meglio della letteratura italiana.

Quella “società letteraria in cui si viveva” decenni prima e in cui “nessuno si opponeva a quello che scrivevo”, per usare le parole già nostalgiche dello scrittore ormai disilluso in un celebre articolo nel quale spaziava da Saba a Tozzi, da Ojetti a Bontempelli, da D’Annunzio a Leo Longanesi che aveva letto al duce “Gente di mare”.

 

In quel maggio del 1968 le università italiane erano occupate e l’Europa bruciava nel vortice della contestazione. Ma non fu disimpegno, per gli intellettuali, accorrere nella placida Marca a confrontarsi sull’orgoglioso trevigiano.

Uno dei relatori più ascoltati fu Pier Paolo Pasolini, che nemmeno due mesi prima aveva consegnato alle cronache la sua celebre invettiva di Valle Giulia.

Di Comisso elogiò la “libertà assoluta”, andando controcorrente anche lì, definendolo tutt’altro che veneto e cattolico, bensì un felice pagano pieno di genuini impulsi popolari. Si associò Goffredo Parise, evidenziando la completezza universale del narratore.

 

 

Scorrere l’elenco degli intervenuti dà la sensazione di entrare in un Pantheon. Eugenio Montale si stupisce di trovare un libro di Comisso in ogni stanza di casa anche dopo numerosi traslochi.

Guido Piovene rimarca la bellezza esistenziale delle sue pagine. Diego Valeri lo paragona a Ippolito Nievo per la versatilità (e in “Storia di un patrimonio”, per esempio, ben si colgono le affinità con le “Confessioni di un italiano”).

Elio Bartolini lo definisce un eterno giovane sempre alla ricerca della gioia di una scoperta.

Milena Milani ne invidia la capacità di isolarsi dai mali della guerra.

 

La lista degli invitati chiamati a raccolta prosegue con Zanzotto, Sanguineti, Pozza, Siciliano, Cancogni, Moravia, Prezzolini. Non tutti parteciparono, ma Mario Monti, presidente di Longanesi, potè dichiarare compiuto l’intento di avviare l’”azione riparatrice” nei confronti dello scrittore.

Il Comune, dal canto suo, offrì una medaglia d’oro al suo figlio amato e odiato.

E al cinema Arcobaleno furono proiettati cortometraggi su di lui e su Arturo Martini, che del grande amico aveva dichiarato: “Sembra che scriva una cartolina postale e invece scrive un capolavoro”.

Fu addirittura annunciata l’imminente costituzione di un’Associazione amici di Comisso. Che però, com’è noto, sorse soltanto tredici anni più tardi.

 

Sarebbe stato l’ultimo omaggio in vita, ma ancora non si poteva immaginarlo. Nel settembre successivo, nella villa del conte Loredan a Venegazzù, Comisso viene colpito dal malore che peggiorerà fino a spegnerlo il 21 gennaio 1969. Profetica era stata quell’ultima opera intessuta di malinconie: all’inizio, come rivelò Gian Antonio Cibotto, doveva chiamarsi non “Attraverso” ma “La crudezza del tempo”.

L’uomo che, secondo Pietro Pancrazi del Corriere della Sera, “a dispetto del calendario, ha continuato ad avere vent’anni”, questa volta aveva percepito che il tempo con cui aveva sempre giocato indifferente gli si era rivoltato contro.

 

Ristorante La Falconera a Venegazzù, da sinistra Anna Pivetta, Giovanni Comisso e a destra il Conte Pietro Loredan