“Dalla storia alla cronaca” – Il viaggio in Sicilia di Giovanni Comisso

Palermo, dicembre.
La storia di questa terra è legata al mare. Il mare per essa è come una grande via d’amore. Si bagna, questa terra, per i suoi tre lati a tre mari diversi orientati verso venti e regioni diversi.
Aperta a tutti gli approdi, essa ha accolto tutte le genti mediterranee dai tempi più lontani. E come portati da un’immaginaria Corrente del Golfo, sono persino scesi verso di essa gli alti e biondi uomini del nord, questi frammenti di ghiaccio a temperare il calore del sangue di altre genti intromessesi.

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 La corrente greca

Vennero i Fenici, venne la gente punica, vennero i Greci, signoreggiarono i Greci coi loro tiranni da Siracusa a Messana, a Imera, a Segesta, a Selinunte, ad Agrigento, a Gela, a Camarina.
Ma questi Greci furono un pò diversi da quelli che popolarono le rive della Calabria fino a Taranto. Sembra quasi che l’isola li abbia veramente isolati dalla patria.
E quando Serse minaccia la Grecia con la sua mandria di uomini barbari, i legati di Sparta e di Atene andati da Gelone, signore di tutta la Sicilia, per invocare il suo appoggio alla patria in pericolo, non ricevettero che un ironico rifiuto.
Dalla scelta del luogo per la fondazione delle città ci s’accorge tuttavia che traboccava in essi il senso della grande armonia.
Ma la vita di queste colonie, il loro pensiero e la loro arte al confronto, non già colla patria, ma con Taranto, Metaponto, Sibari, Crotone e Locri, appaiono, cosi a fiuto, diversi.
Si pensi alla grande diffusione dei culti orfici sulla costa calabra per avere un’idea dello spirito innovatore e rivoluzionario di quegli italioti.
Quelle colonie non erano colonie fuori dalla patria, ma avanguardie verso il futuro. Queste invece di Sicilia sembrano piuttosto fissate in un sordo egoismo di traffico e di conquista.
La loro arte non mentisce nella cesellazione delle monete, ma ci dà anche i giganti del tempio di Giove di Agrigento, di pesante e ruvido gusto, interposti come cariatidi, sulle pareti che chiudevano gli spazi tra colonna e colonna.
Tale sovrabbondanza e castrazione delle colonne fanno pensare che questi Greci lontani dalla patria avessero perduto il senso sacro, magico e poetico della colonna.
Eccezione per Siracusa che raggiunse in certi momenti un’importanza spirituale altissima, le altre città risultano come attonite nel loro clima.
Visse insomma qui una corrente di sangue greco in dispersione e snaturamento.
Pitagora quando volle parlare per essere ascoltato non si fermò in Sicilia, ma in Calabria.
La terra forse ebbe il sopravvento sugli uomini come sulle sementi.
Ma bisogna considerare che queste colonie vivevano in continua preoccupazione per la loro pace, contro alle sempre susseguentisi invasioni di Cartaginesi, mentre quelle ioniche avevano così poche minacce esterne che rimaneva loro tempo di guerreggiare tra di esse.

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Le invasioni

La dominazione latina non ebbe in Sicilia, così come in tutta la Magna Grecia, che una funzione amministrativa.
Fu quest’isola per Roma una base navale di dominio mediterraneo e la sua risorsa granaria, per il modesto fabbisogno dell’Italia romana di allora.  Il periodo romano è un periodo di decadenza spirituale per la Sicilia.
Tuttavia la dominazione latina si concretò come dovunque nel marchio spirituale del parlare.
I Romani comandavano, coi Romani si commerciava, i Romani amministravano (alle volte depredando come fece Verre), facevano leve: coi Romani quindi occorreva intendersi e fare propria la loro lingua.
Così nella greca Sicilia fu imposta la lingua latina, che corrompendosi nel tempo divenne il dialetto attuale, ed è da questa radice latina che può sorgere il primo canto italiano di Ciullo d’Alcamo.
Con la decadenza di Roma, la Sicilia ritorna terra di invasioni e più importante fra tutte quella araba.
Ardente, penetrante, intelligente, la dominazione araba trovò, come in lspagna, il suo clima temperato per squadrarsi solidamente.
Crearono gli Arabi in tutta la zona costiera quelle oasi di Sicilia che ancor oggi rendono verdeggiante e fruttificante la terra.
Furono essi che qui instaurarono lo stesso sistema di irrigazione usato nelle loro oasi.
Le città ebbero uno splendore architettonico; le scienze, l’arte, l’industria, il commercio, l’amministrazione politica rifiorirono, la popolazione ne subì un’influenza fortissima, ma è pur sempre la terra che trionfa e anche gli Arabi, come i Greci, finirono col sicilianizzarsi.

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Ruggero II in abiti in stile arabo in una pittura del soffitto ligneo della Cappella Palatina di Palazzo dei Normanni, Palermo

Sopraggiunti i Normanni a signoreggiare l’isola, ebbero la somma saggezza di non contrapporsi violentemente all’elemento arabo preesistente. Essi sapevano che una guerra di religione e di razza sarebbe stata mortale per la Sicilia, e tollerarono gli Arabi facendo affidamento sulla naturale forza assorbitrice dell’ambiente.
Accolsero il meglio dell’intelligenza araba e la resero partecipe di governo e della vita spirituale del tempo.
Ritornò la Sicilia cristiana incrementata da una vitalità fortissima apportata dall’innesto del sangue arabo.
Ma scioltasi a questo clima la saggezza di questi uomini del nord, come frammenti di ghiaccio, subentrarono per la Sicilia secoli tetri di dominatori francesi o spagnoli che riapersero in essa le piaghe più doloranti.

Le invasioni e gli innesti, favoriti dal mare, si ripetevano troppo di continuo dai lontani tempi, non permettendo il costituirsi di un nucleo stabile di dominatori aristocratici.
Le diverse genti davano il meglio del loro spirito, ma anche i difetti, e nel turbinio degli eventi questi finivano coll’imporsi.
Verso il 1600 durante il dominio spagnolo si cominciò ad occuparsi della terra e venne stabilita l’abolizione dei feudi incolti dandoli in enfiteusi e favorendo il sorgere della piccola proprietà coltivatrice.
Data da questo tempo la formazione di quei villaggi che portano per lo più nomi di Santi o riferentisi a caratteristiche locali, come Vallelunga, Villalba, Acquaviva.
Il dominio borbonico procurò qualche vantaggio all’agricoltura creando le cosiddette trazzere, cioè una rete stradale tra i vari paesi dell’interno attraverso le terre da coltivare, straducole tuttavia esistenti e formanti ancora in molte zone le sole vie di comunicazione.

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Prato fiorito con alberi di agrumi. Riserva Naturale di Vendicari – Sicilia, Italia (cc-by-2.0)

Nel 1787 diedero in enfiteusi i terreni soggetti ad usi civici e le terre comuni, perchè venissero coltivate a viti, ulivi e frutteti.
Ma queste erano poche cose in confronto delle molte che questa terra da conquista e da preda aveva bisogno.
Mal governata, mal sorretta dopo secoli di alternative continue di dominatori, la Sicilia, nella sua pur intima e profonda verginità datale dalla sua eterna vena terrena, rimase senza risveglio fino al Risorgimento.
Lo sbarco di Garibaldi a Marsala ridestò questa gente per tendere ad un avvenire, fu un potente richiamo alla vita, un segno di rinascita, uno squillo di resurrezione.

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Garibaldi a Palermo. Tela a olio di Giovanni Fattori (1860-1861)

Le grandi promesse

Tutte le virtù date dalle genti migliori ebbero il sopravvento sui difetti che la intossicavano, si fusero in uno slancio di partecipazione dietro a quest’uomo fatale, dietro a questa grande promessa.
Ma Garibaldi passò, lasciando dietro a se un’ordinanza di valore esteriore: l’abolizione del baciamano, e il Regno d’Italia coi suoi primi governi provvide alla confisca dei beni ecclesiastici per passarli in mani assai peggiori.
Gli altri governi nazionali mille volte posero sul tappeto la risoluzione degli innumerevoli problemi di vita della Sicilia, all’avvicinarsi dei periodi elettorali, e mille volte li passarono alle pratiche da evadere.
E venne la Grande Guerra e la Sicilia fu presente, con tutto il suo cuore italico, e fu eroica, sublime verso questa nuova promessa.
E ancora parve dover essere tradita nella sua fiducia. Ma non fu così.
Presa Roma dagli uomini che avevano fatta la guerra, fu subito provveduto a dare all’isola la più assoluta sicurezza interna.
E oggi risolti i problemi impellenti di dominio in Etiopia e di valorizzazione in Libia, è giunto il decisivo momento di portare questa terra ardente ad un benefico travolgimento.
Oggi il problema agricolo è uscito dalle pratiche da evadere, il Governo sa che in esso si annida il nodo intricato dell’inerzia e ha deciso di tagliarlo per risolverlo.

Giovanni Comisso
Pubblicato sulla Gazzetta del Popolo il 28 dicembre 1939

Si ringrazia la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma e il portale della Biblioteca Digitale