Giovanni Comisso racconta le Ville Venete: la nascita, lo splendore e la fine di un patrimonio architettonico

Quasi ogni regione d’Italia ha le sue ville, ma nessuna raggiunge la frequenza, la grandiosità e la grazia del Veneto. Questo schieramento imponente di piccole e vaste regge è stato determinato dall’esistenza di una città capitale come Venezia, dove una moltitudine di nobili, possessori di austeri palazzi, volle per necessità e per diletto fare corrispondere a essi, in terraferma, altrettante residenze estive.

Fino a quando il traffico con l’Oriente si svolse sicuro e redditizio, i nobili veneziani pensarono ad avere solo navi da commercio e il proprio palazzo cittadino, ma quando questo traffico prese a vacillare per il sopravanzare del Turco e per la scoperta dell’America, allora si assicurarono un dominio nella terraferma veneta alla quale nel passato avevano dato poca importanza. Mentre Venezia perdeva il possesso delle sue basi commerciali in Oriente si assicurava i confini fino al Po, al lago di Garda e a tutto l’arco delle Alpi Venete. I nobili veneziani da naviganti si fecero agricoltori comperando terre che le confraternite religiose avevano dissodato o intraprendendo, come nel Polesine, grandi bonifiche.

Presi dal gusto, dalla soddisfazione del possesso terriero e nello stesso tempo dall’ambizione, vollero imporre, come un loro marchio di dominio, al centro di quelle terre una villa che, al di sopra delle estensioni e dei tuguri dei villaggi, facesse apparire di lontano il segnacolo della loro presenza. Cosi alle navi e al palazzo cittadino subentrarono i campi e la villa.

Nel Veneto, prima che sorgessero le ville vi erano i castelli dei feudi imperiali o dei signori che dominavano le città. In quei secoli di lotte tra comuni o contro schiere di invasori quei castelli funzionavano da vere costruzioni difensive con mura merlate, torri e ponti levatoi. Le ville seducenti e ospitali affreschi dovunque per togliere il senso della clausura. Costretti a essere presenti in quelle nuove terre, l’architettura si sviluppò razionalmente nel modo di sentire il meno possibile la pesantezza del clima. Ma in altre zone più salubri, però ugualmente monotone per la larga estensione della pianura, si volle vincere questa monotonia con una grandiosità regale della villa.

Ritratto di Caterina Cornaro, Tiziano, 1542, Galleria degli Uffizi di Firenze (fonte: Wikipedia)

Le proprietà terriere erano vaste, il nobile al centro di esse si sentiva come un despota assoluto.
Già vi era stata una nobildonna veneziana, Caterina Cornaro, regina di Cipro, che rimasta vedova aveva regalato alla Repubblica il suo regno insulare e in compenso ne aveva avuto un altro di fittizio sui colli di Asolo, dove viveva nella sua villa tra una corte di letterati e di gentiluomini.
Quei nobili che erano stati ambasciatori alla corte di Francia e avevano visto Versailles, ritornati in patria ambivano di avere qualcosa di simile sullo sfondo della pianura veneta.
Fu così che un Badoer, ambasciatore presso Luigi XIV, si costruì, vicino a Treviso, una villa tanto grande, che ora, sebbene distrutta, ha dato origine colle sue adiacenze a un intero paese, quello di Badoere, la cui piazza circolare è formata dai granai della vecchia villa.

Villa Contarini a Piazzola sul Brenta (fonte: Wikipedia)

Altra villa regale è quella che fu dei Cornaro a Piazzola sul Brenta, preannunciata da un viale diritto, lungo alcuni chilometri, che coincide con l’ingresso, in modo che dalla soglia il padrone poteva avere il senso completo della sua proprietà che si distendeva immensa ai lati di quel viale. Qualcosa di simile era a Pechino, e forse chi lo sa che non sia stato Marco Polo a riferirlo, dove l’imperatore dal suo trono, posto nel primo padiglione della Città Proibita, poteva vedere davanti a sè il succedersi delle porte fino a quella ultima della città da cui si dipartiva la strada imperiale che, più o meno idealmente, attraversava tutta la Cina.

Villa Manin di Domenico Rossi a Passariano di Codroipo (fonte: Wikipedia)

Altra ancora è la villa Manin a Campoformido, dove Napoleone si sentì tanto bene inquadrato in quella architettura solenne da sceglierla come palcoscenico per concludere il trattato di pace con l’Austria. In questa villa l’architettura fu studiata in modo da togliere l’incubo della pianura friulana senza varietà alcuna. Due portici laterali al corpo centrale riproducono esattamente il lato delle Procuratie di Venezia, in fianco alla Piazzetta, così che se il nobile Manin avesse sentito nostalgia di esse ne aveva ben due esemplari sotto a cui passeggiare. E solo passando sopra in volo fu possibile scoprire che il parco immenso di cinquanta ettari, raffigura l’Italia con i canali in luogo dei grandi fiumi, i gruppi di statue in luogo delle città maggiori e le macchie di abeti per segnare le catene montane.

Infine sorse la villa di delizie, la villa per villeggiare, per il gusto di vivere in campagna fuori della città, per rimettersi in salute dopo l’accidioso inverno, ma più che altro per partecipare alle grandi occasioni avventurose, libere e festose dello stare in villa. Si scelsero per queste ville ambientazioni piacevoli, salutari, panoramiche e di facile comunicazione con Venezia. Le vide predilette, appunto per questo, erano quelle lungo il canale di Brenta, rallegrate dalle acque fresche e limpide, comodissime a raggiungersi partendo in barca dal palazzo sul Canal Grande con un placido viaggio di poche ore. Padova vicina offriva gli spettacoli dei suoi teatri e gli incontri nei suoi caffè, quando se ne aveva voglia, ma quelle ville avevano i loro piccoli teatri tra il verde del giardino, sale di ballo elaborate di stucchi e di affreschi, salette per il giuoco, salotti per le conversazioni e per i pettegolezzi, viali per gli amori e tavole che si imbandivano senza risparmi.

Ogni villa aveva i suoi ospiti fissi, altri vagavano dall’una all’altra; essere ospiti in villa era una consuetudine, un mestiere, un ripiego per vivere senza spendere per alcuni mesi. Ma questa ospitalità era ripagata col farsi organizzatori di feste, di spettacoli, di una conversazione intelligente, spiritosa, buffonesca. Questi ospiti erano in qualche modo imparentati coi buffoni dell’epoca medioevale, quando non erano galanti cavalieri serventi. Certo dovevano rendere tumultuose le ville, se Giovambattista Tiepolo ne era tanto infastidito mentre affrescava la sala di ballo della Cordellina, prossima ai colli di Vicenza.

Bonaparte durante la prima campagna d’Italia

Con l’avanzata di Napoleone cadde la Repubblica Veneta, la sua nobiltà perse ogni potere e si disfece, le ville furono saccheggiate, tramutate in bivacchi, altre furono distrutte dai contadini aizzati dai soldati francesi per piantarvi l’albero della libertà sulle macerie.

La decadenza fu lenta, ma inesorabile, nella massima parte furono abbandonate dai nobili per passare in mano della borghesia. Quei nobili che ancora le tennero in possesso per resistere alle rendite diminuite presero a vendere le statue sognanti dei giardini, le cancellate arabescate, la mobilia e persino gli affreschi dei celebri pittori veneziani. Tutto quello che era asportabile e di pregio finì dagli antiquari o in mani esperte per passare direttamente all’Estero. Rimasero le ville nude come scheletri, con qualche statua di nano nel giardino, restato come un fedele buffone a consolare il rovinoso destino. Anche i giardini cominciarono a scomparire tramutati in campi coltivati e gli edifici adorni di colonne, di stucchi, di logge vennero abitati dai tramutarono le sale da ballo in stalle e in magazzini di biade o di strumenti agricoli. Si giunse al punto che ville piene di storia e di armonia furono disfatte per ricavarne materiale da costruzione. Altre si tramutarono in asili infantili, in sedi comunali, in fabbriche, in ricoveri di sfrattati, di profughi, di miserandi. Poche sopravvissero con una loro vita, non come quella di un tempo, ma relativamente serena, le più piccole, le più modestamente abitabili e pochissimi nobili riescirono a mantenersi in esse fino a oggi.

Il guaio maggiore fu che da Napoleone ai nostri giorni, il Veneto divenne sempre, a intervalli più o meno lunghi, palcoscenico di guerre con armati che si sceglievano queste ville per accantonamento e per continuare Io sfacelo. Con tutto lo scempio subito per un secolo e mezzo quello che rimane testimonia ancora una grande fase di civiltà umana che aveva sviluppato mirabilmente tutte le arti, dall’architettura alla musica, dalla scultura al teatro, dalla pittura alla poesia e alla letteratura in connessione sempre al gusto dello stare in villa.

Oggi si è potuto annoverare queste ville, questi residui di ville e invano si cerca di studiare qualcosa che possa arginare la distruzione totale, perché riaffiora sempre la stessa sentenza che è impossibile provvedere, essendo l’Italia un paese povero nella sua estrema ricchezza di testimonianze d’arte e di storia. Ma se si sapesse fare rivivere queste ville turisticamente, con la fantasia che le ha create, esse stesse potrebbero essere fonte di quella ricchezza che si attende sempre debba cadere dal cielo.

Giovanni Comisso

Pubblicato alle pagine 3-7 del numero 5 della rivista Lo Smeraldo del 30 settembre 1955