Le colline trevigiane: in viaggio con Giovanni Comisso fra arte, storia e vita quotidiana

Le colline trevigiane: in viaggio con Giovanni Comisso fra arte, storia e vita quotidiana

Queste colline della terra di Treviso che vanno dalla Rocca di Asolo a quella di Vittorio Veneto hanno come tutte le colline prossime alle Alpi un’origine glaciale e marina. Nelle lontane epoche della preistoria i vasti ghiacciai che coprivano le Alpi sciogliendosi e lentamente cercando un varco verso il mare corrodevano le montagne e giù per le valli e attraverso ai valichi portavano i detriti che poi il mare, con le sue onde possenti rotolava e distribuiva lungo i fianchi delle montagne nell’ordine lineare della prima, seconda e terza secca.

Giorgione – La Pala di Castelfranco, 1503 circa, olio su tavola, 200×152 cm. Castelfranco Veneto, Duomo.

Esauriti i ghiacciai e ridotti ai pochi nuclei attuali come pallide impronte e ritiratosi il mare alle lagune di Venezia, su dalla pianura verdeggiante rimase questo triplice ordine di colline che se geologicamente sono uguali a tante altre, nella storia della pittura sono uniche al mondo, perchè hanno ispirato i maggiori pittori della Scuola Veneta da Giovanni Bellini, che pare sia nato appunto tra esse, a Giorgione, a Cima di Conegliano, a Veronese, a Jacopo da Ponte. Negli sfondi dei loro quadri più famosi queste colline sono riconoscibili e pure nella trasformazione poetica sono a volte persino individuabili panoramicamente.

Appena finisce la pianura che ha ancora lo stesso declivio dolcissimo del fondo marino quando le acque si placano nella bassa marea, la prima fila risulta un vero diadema di brevi cime una dietro l’altra in fila come piramidi verdeggianti. In tempi oscuri del medioevo, quando tra il più incantevole carosello di questi colli Ezzelino da Romano aveva la sua tana, egli aveva costruito alcune rocche di chiusura ai passaggi obbligati come a Onigo di Piave, a Cornuda e ad Asolo, altre rocche erano state costruite per difendersi da lui e dalle sue armate saccheggiatrici dai Comuni ancora liberi dal giogo. Ma tolta la minaccia, subito subentrarono tra quei colli le ville per il soggiorno estivo e autunnale. Prima a dare l’esempio fu Caterina Cornaro, quando si scelse Asolo come regno, in cambio di quello dell’isola di Cipro, che volle cedere alla sua Venezia. Fioriva già come reggia ospitale il castello dei Collalto a Susegana con la vista ampia del Piave sottostante. Le due reggie gareggiavano nell’ospitalità verso i poeti, i pittori e gli uomini di gusto del tempo, in una predominava il Bembo e nell’altra Gaspara Stampa col suo innamorato Collaltino.

Villa Barbaro a Maser (fonte: Wikipedia)

Da allora le ville si moltiplicarono come gemme una più splendente dell’altra nell’elaborato diadema di questa prima fila di colli. Non sono ville ma veri templi, impostati dove le elevazioni si facevano armoniose come basamenti, e gli architetti le sfruttavano nella prospettiva e nella configurazione. Altre ville volevano avere i colli solo come sfondo e allora venivano costruite sul limite della pianura come la villa Falier ai Predazzi, dove Canova fece le sue prime opere, e come la villa Barbaro a Maser che si distende appena al principio del declivio, ma la maggiore parte delle altre si valgono del distacco sviluppandosi sull’alto dei colli, che favorisce il giuoco capriccioso dell’illusione fino a farle apparire più grandi di quello che sono in realtà. Infatti la stesura scenografica delle gradinate e delle logge è fatta in modo che dal basso l’occhio le vede ingannevolmente più vaste. Fu Andrea Palladio a ideare questa invenzione prospettica che tanto accontentava una nobiltà veneta che da marinara si era fatta terriera, e che in questo trapasso pure avvenuto nel suo massimo splendore presentiva le cause della propria decadenza. Era stato appunto in rapporto alla prevalenza dei Turchi nel vicino Oriente che i Veneziani diminuendo i traffici sul mare si erano rivolti alla terraferma, consolidandola col possesso e con lo sfruttamento agricolo, il quale pretendeva la sorveglianza attiva e l’erezione della villa per dare ai proprietari nei loro soggiorni di campagna i piaceri e le comodità dei suntuosi palazzi che avevano a Venezia.

Da Bassano a San Zenone, ad Asolo fino a Maser si svolge il primo schieramento di questa parata illustre e preziosa dove i colli e le ville si completano a vicenda, poi avviene l’interruzione data dal Montello. Qui, sempre per le lontane evoluzioni geologiche, non vi sono più i colli in tre ordini; ma tutto l’enorme detrito dei monti travolto dai ghiacciai per l’ampiezza del varco creato nella valle si è accumulato in una distesa e piatta altitudine chiamata appunto Montello. Quella stessa che durante le battaglie della Grande Guerra D’Annunzio chiamava la mammella d’Italia e alla quale dava, con un gusto alla Veronese, il Piave che la costeggia con le trame delle sue acque e delle sue ghiaie, come sua collana.

In questa pausa del Montello che non offriva uno sfondo variato come i colli le ville sono più rare, ma non meno imponenti. Il lungo colle simile a un’enorme balena arenata era stato selvoso di castagni e di querce, abitato solo da volpi e da vipere, tenuto in pregio dalla Repubblica di Venezia solo per trarne alberi per le sue navi ed era precluso agli uomini per l’assoluta mancanza di acqua. Solo vicino a Nervesa l’unica fonte era stata accaparrata da monaci che vi avevano eretto una grande Abazia, dove Monsignor Della Casa si ritrasse a scrivere il suo Galateo. L’altra parte del diadema riprende subito dopo il Piave e il Castello di Collalto fa quasi da cerniera.

Il fiume Livenza (fonte: Wikipedia)

Ritornano i colli estrosi nelle loro forme con lo sfondo delle Alpi e le ville risorgono fino alle sorgive del Livenza e oltre, sempre inquadrandosi nel movimento dei declivi tra le filigrane dei vigneti e il roseo fiorire dei meli a primavera. E tanto è dolce questo comporsi di pendii che persino le case di contadini appaiono come ville.

Per tutto questo schieramento di colli la grande vita mondana d’un tempo è ormai cessata. Solo le cronache sepolte negli archivi ci ricordano come la nobiltà veneziana usava trascorrere la buona stagione in villa con ricevimenti scambievoli tra vicini dove i pranzi, i balli, le feste, avevano come presupposto eroico la caccia nelle zone selvose retrostanti tra lo squillare dei corni e l’abbaiare dei cani. Per le strade campestri risuonava il fragore delle cavalcate seguite dalle carrozze delle signore che volevano partecipare alle vicende della caccia. E se in qualcuna di quelle ville un Tiepolo intento ad affrescare i soffitti si impazientiva di tanto frastuono e concorso di ospiti, in qualche altra un Veronese, che si divertiva di partecipare anch’egli alle battute, si inorgogliva invece di raffigurarsi, tra le olimpiche scene da lui dipinte, vestito da cacciatore, occhieggiante attraverso alla fuga delle stanze alla sua dama preferita ritratta sulla parete di fronte. Una civiltà che il tempo e anche la Grande Guerra hanno logorato, ma non distrutto completamente.

Dietro a questo schieramento di colli che si affaccia alla pianura, quelle che nel travolgimento marino formavano la seconda e la terza secca hanno altro aspetto e non sempre con andamento lineare come quello della prima secca. Qui è come il rovescio di una stoffa damascata. Ai trapunti d’oro e d’argento corrispondono le selve e i dirupi, qui è ancora come al tempo della prima estate apparsa dopo il diluvio, dopo che le grandi acque dei ghiacciai disciolti hanno cominciato a ritrarsi per imputridire nelle lagune. Tra queste colline boscose cantano sicuri gli usignoli e i ragni tessono la loro tela industriosa alle variopinte farfalle mentre la piccola serpe striscia tra l’alta erba nell’ombra dei boschi.

Ai primi sintomi della primavera la rara gente di queste colline esce fuori dalle case coll’irruenza delle gemme e dei germogli. Esce e si raduna per scatenare la sua forza accumulata e rinnovata durante il lungo letargo invernale. Da una stagione all’altra i bambini sono diventati ragazzi, i ragazzi uomini, e vogliono subito palesare l’acquistata potenza. E’ un precipitare rapido, tumultuante, infrenabile che veramente spaventa. I piccoli paesi sono sparsi nei punti dove si raccoglie il caldo del sole per fare apparire dopo la neve ondulati tappeti fioriti. E le prime sagre sono i convegni della gioventù maturata durante l’inverno che vi accorre sollevando grandi nubi di polvere dalle stradine in salita che vanno a impigliarsi tra gli alberi di mandorlo in fiore. Nelle osterie tumultuano le musiche, i tonfi dei giocatori di morra e i richiami degli amici che si ritrovano. Le giovanette attraversano la folla vociante, rosee, accuratamente pettinate, vestite di verde, di giallo e di rosso, prese a braccio: la più timida in mezzo e le più audaci ai lati come negli attacchi dei cavalli da tiro. Al loro passaggio gruppi di giovani prendono una formazione d’assalto e si spingono contro di loro, provocando le reazioni delle più audaci, mentre la timida sorride estatica. E’ per queste ragazze il giorno di sagra come il collaudo di una nave sui flutti sconvolti da un fortunale. E scompaiono per salvarsi come gli dei antichi, in una nuova nube di polvere sollevata dal vento che scende dalle colline.

I punti più stretti della strada che attraversa quei paesi sono interamente bloccati da manipoli di giovani contadini discesi dalle case sparse e nascoste tra le colline. Non si capisce di cosa siano stati nutriti, quale vita abbiano fatto per giungere alla loro perfezione, alla loro stupenda salute. Niente li può uguagliare, nè le immagini degli angeli, nè le statue più levigate, nè i fiori, nè gli alberi schietti, nè gli animali che vivono in selva, forse solo certi mirabili insetti variopinti, equilibrati, senza scorie che si nutrono soltanto del nettare dei fiori. Sono scaturiti da queste colline adorne a settentrione di castagni modellati dal vento e a mezzogiorno di frutteti e di vigne tutte auree, quando maturano nei frutti come colati dal sole.

Questi giovani sono sicuramente senza un soldo in tasca, non vanno verso le giostre, verso il tiro al bersaglio, verso le osterie, verso i venditori di dolciumi, ma vanno qua e là solo a lasciarsi avvolgere dalla polvere e si danno spintoni tra loro fingendosi ubriachi. Quando il tramonto è vicino le montagne retrostanti rivelano con le ombre tutte le loro ossature, come vacche smunte reclinate, e si allungano sui declivi, dove l’erba è ancora inaridita dai geli.

Già i tralci delle viti recise hanno cominciato a piangere al primo tepore. I mandorli degli orti hanno i fiori tutti dischiusi e così fitti che sembra non possano più lasciare posto alle foglie e si protendono verso le prime stelle come a luminosi insetti che li fecondino.

La Rocca di Cornuda

Una di queste sagre famose si celebra sul colle della Madonna della Rocca a Cornuda ed è una festa della gioventù e della primavera insieme. Arrivano i giovani su carri adorni di fronde dai paesi vicini e lontani. Altri come eserciti in bicicletta. Ogni comitiva ha il suo giovane ardito, il suo galletto dominatore e vivace con estri allegri e canori. Armoniche e chitarre subito si accordano per iniziare i balli sul primo spazio erboso. La chiesa in cima al colle è sorta dove prima vi era una rocca di Ezzelino da Romano, ma attorno a questo santuario, ogni anno a primavera è come si celebrasse un tumultuoso saturnale pagano. Tutti i pendii brulicano di giovani e i soli vecchi tollerati sono i mendicanti ciechi o mutilati alle braccia o alle gambe assisi sulla polvere a chiedere l’elemosina. Si arrossano i volti e il primo sudore dell’annata scorre sulle tempie. Mangiano, bevono, ridono, ballano, cantano, si rincorrono e si abbracciano, mentre a ogni attimo sembra che le foglie si facciano più grandi e che l’erba cresca rifiorita.

Giù dal paese il frastuono delle giostre e dei tiri al bersaglio si sperde nel panorama ampio del Piave e delle altre colline che si profilano oltre. Questo colle in questo giorno di festa è come un’isola che navighi verso il cielo che attende i primi voli delle rondini.

Altra festa avviene a un santuario miracoloso vicino a Valdobbiadene nell’inizio dell’estate. I pellegrini stanno inginocchiati nel pronao tra le colonne della chiesa, non potendo essere contenuti tutti nell’interno troppo piccolo. La prima messa incomincia all’alba e le altre si susseguono fino a mezzogiorno per tutti quelli che sono ancora in viaggio. La tradizione vuole che si venga a piedi anche da paesi lontani. Molti sono partiti dalle loro case quando il sole tramontava e sempre camminando hanno visto sorgere la luna, poi l’alba del nuovo giorno sbiancò il loro volto vicino al santuario sempre recitando le preghiere che li hanno accompagnati nell’ansia di arrivare.

Le donne infilano al braccio la corona del Rosario che hanno sgranato con le dita lungo tutta la strada. Sedute sui gradini si asciugano i piedi bagnati e fangosi perchè per penitenza hanno camminato scalze e si rimettono le scarpe prima di entrare. Poi si avvolgono il capo nel fazzoletto nero e si fanno largo tra gli altri verso l’altare illuminato.

Dentro vi è odore di incenso mischiato a quello di fieno, di ciclamini e di sudore: tutto è fuso dando un senso di montagna, di pascoli e di foreste. I pellegrini stanno stretti gli uni agli altri nel breve spazio, inginocchiati o seduti sul pavimento, lievemente ansimando nel mormorio delle preghiere come pecore appena scese dalla montagna ai primi freddi d’autunno, palpitanti nella lana al respiro stanco e le teste nascoste tra le anche delle altre. Pregano mentre l’alba stenta a dare la luce tra le nubi e sembra parlino in sogno tanto sono attoniti.

Finita la messa escono verso il giorno già certo lasciando il posto ai nuovi sopraggiunti. Varcano la porta, attraversano il pronao e i loro volti appaiono nel pieno della luce che già definisce la distesa del Piave e il digradare dei colli verso la pianura. Sono volti di insonni e pure sembra abbiano fino allora dormito e che solo in quel momento si risveglino andando verso la luce. Fra questi pellegrini o pure essendo della stessa regione, non un solo uomo somiglia all’altro, ma non somigliano ad alcun schema di volti umani che già si sia formulato. Il loro sguardo è ancora invescato dal sonno, dalla stanchezza del lungo cammino ed è uno sguardo spaurito o illanguidito, quello stesso che possono avere nell’imminenza della morte o del piacere. Tutta l’inattesa diversità dei loro volti forse dipende soltanto da questo sguardo che non è facile cogliere, è infatti lo sguardo che crea il volto. Ma con il crescere della luce, il paesaggio risveglia questi sguardi spenti: le colline fremono nei castagni mossi dal vento, altre digradano dalla riva del Piave fino alla rocca di Asolo, altre turbinano nel verde azzurrino dei vigneti di Cartizze. Giù dai monti le colline si accavallano e si intersecano come un ondeggiante mare. Ogni sguardo si ravviva, divenuto specchio riflettente il paesaggio e subito ritorna riconoscibile come appartenente al sangue della stessa regione.

Vigneti del Cartizze (fonte: PxFuel)

Nell’autunno su tutte queste colline da Asolo a Onigo, a Cartizze, a Pieve di Soligo, a Conegliano a Vittorio Veneto, ultima sagra è quella della vendemmia. I vigneti sui pendii al sole nel riparo delle piccole valli sono stati come calde serre a condensare in dolcezza l’umore dei grappoli. I contadini salgono tra i filari portando le ceste sul capo. I carri con le tinozze sono in ogni stradina che si inerpica verso le vigne. Ronzano aggressive le api verso il dolciore che si addensa nell’aria a ogni cesta che viene vuotata nelle tinozze. I contadini non parlano, non cantano perchè vendemmiare tra le colline è faticoso. Si sente solo il rumore secco delle roncole che staccano i grappoli, come quello di bruchi che lavorino sotto alle foglie.

La vendemmia dura fino a quando la prima neve già appare sulle alte cime dei monti, ed è allora che l’uva raggrinzendo come il volto di una vecchia contiene tutto il suo supremo sapore che sarà conservato intatto nel vino compiuto. Un biondo, sereno e ravvivante vino che è anche questo uno specchio del paesaggio di queste colline uniche al mondo: aureo diadema lucente di gemme.

Giovanni Comisso

Pubblicato alle pagine 8-12 del numero 163 della rivista L’Illustratore del Medico del gennaio 1959 con il titolo “Le colline trevisane”.
Immagine in evidenza: Colline del Veneto (fonte: PxHere)