I segantini veneti

I segantini veneti

[…] giungendo l’estate su per le valli sugli altipiani e tra gli alti monti avviene un affluire dalla pianura e dalle prealpi di altri emigranti. Dalla Valle d’Astico per l’altipiano di Folgaria, dal Feltrino e dall’Alto Trivigiano partono per il Cadore, quando i prati ondulati delle montagne colmeggiano d’erba fiorita, gli uomini e i ragazzi in soprannumero per i lavori della famiglia. Alcuni partono in piccoli gruppi a piedi, altri isolati in bicicletta. Arrivano quegli a piedi con passo marziale, attrezzati allo stretto necessario come per un sistema appreso dalla vita militare. La falce ripiegata sulla spalla, tascapane a tracolla, ombrello appeso al braccio e pozzetto di legno al fianco con la pietra per affilare. Marciano per quattro, salgono alle baite, discutono le condizioni coi proprietari dei prati, insistono accaniti sui piccoli aumenti guardando il cielo come un alleato nella speranza che minacci di rompere, e detto: «Va bene» sull’ultima parola, innastano la falce e dal primo albore al tramonto si danno al lavoro.

Utilizzo della falce e della culla per tagliare il grano (fonte: Flickr)

Costoro, si chiamano: i segantini. Ho conosciuto uno di costoro nella vallata di Cortina. Era venuto in bicicletta da Lamon, con la sua falce. Asciutto, deforme nel volto, ma tutto soffuso di strana dolcezza, egli lavorava sui prati accanto alla casa che mi ospitava. Un giorno gli chiesi: «A vederti lavorare così tutto il giorno nella monotonia del tuo falciare, mi dai l’idea che tu abbia nessun pensiero e che quasi tu ti debba addormentare». Egli sorrise e mi disse che non era vero che non pensasse, egli ripensava alla sua vita militare, a quello che avrebbe fatto finito quel lavoro e alla sua morosa di Lamon. E tratto il suo portafoglio rigonfio di lettere, cartoline e fotografie mi fece vedere la fotografia della sua bella tozza e allibita, presa per mano ad altre due ragazze contro lo sfondo immaginario d’un telone. Poi mi fece vedere una cartolina scrittagli dalla sua fiamma coll’alfabeto Morse per celare frasi semplici e oneste che avrebbero potuto essere scritte in chiaro, ma lo scopo era stato di mettervi solo un francobollo da dieci centesimi colla conseguenza di fargli pagare la multa.

Serie fotografica Castelrotto, 1960, di Paolo Monti (Wikipedia)

Egli sorrideva nel riprendere il suo lavoro. Una volta gli chiesi cosa avrebbe fatto nel giorno successivo che era domenica: «Vai a ballare?». «No, domani voglio leggere un romanzo». E tutto il giorno se ne stette all’ombra d’un albero, con un lieve sentimento di imitare me che aveva visto negli altri giorni leggere così con un libro tra le mani. Alla sera affaticato negli occhi (pensai che leggere, per lui abituato a tenere il suo sguardo sul verde tremulo dell’erba, riescisse sbalorditivo come guardare ad un microscopio, mi disse che si era molto divertito: il romanzo popolare trattava d’uno ingiustamente condannato e poi riconosciuto innocente. Ma quando egli finì di falciare i prati del padrone che lo aveva assunto, mi parlò di un suo progetto. A Cortina si trovava un suo fratello più anziano di lui, che batteva i paesi sparsi per la valle vendendo specchietti, cravatte, stringhe da scarpe, bretelle, calze, saponi, spazzolini per i denti, bottoni, tutto disposto in brevi tiretti dentro ad una cassetta da portare a tracolla. Il falciatore sentiva desiderio di elevare la ragione del suo emigrare dal sud al nord della regione. Egli aveva pensato di farsi cedere dal fratello parte della mercanzia e incamminarsi verso l’alto dei monti, girare da un rifugio all’altro e combinare piccole vendite col personale degli alberghi e dei rifugi alpini. Avevo con me una carta geografica della zona e gli indicai dove si trovavano i rifugi, ma egli non aveva visto prima di allora una carta geografica. Gli spiegai cominciando dal mare come l’azzurro fosse l’acqua, gli indicai il corso del Piave, le strade, la linea ferroviaria, gli mostrai il suo paese, la strada che aveva fatto in bicicletta, le montagne, i sentieri, i rifugi. Pensavo che la cosa fosse troppo ardua per lui, che si sperdesse, e su d’un foglietto gli feci l’itinerario, gli indicai i posti dove poteva trovare da vendere, da mangiare a poco prezzo e da dormire. Egli ascoltava attento increspando la pelle sulla fronte.

Le Tre Cime di Lavaredo da Misurina (fonte: Wikipedia)

Partì alle prime luci dell’alba, dopo quattro giorni era di ritorno; contento, mi raccontò che gli affari erano andati bene. A Misurina aveva venduto delle calze alle cameriere degli alberghi, saponi e tutto il resto nei rifugi attorno alle Tre Cime di Lavaredo. «Ho trovato tutta gente buona», mi disse. «La prima notte ò dormito in una malga, i vaccari anno voluto che mangiassi con loro, erano tedeschi, non sapevano parlare italiano, ma bravi ragazzi e io ho fatto uno sconto su quello che anno comperato. Tutti quelli che anno voluto comperare, mi anno sempre offerto qualcosa, poi su alle Tre Cime c’erano i bersaglieri e se avessi avuto più roba l’avrei venduta tutta. Che bei posti lassù, ò visto anche le trincee della guerra, ò visitato le caverne dove stavano i cannoni, c’era un ufficiale che spiegava tutto».

Di momento in momento che parlava sentivo tutto il ridicolo del mio timore che egli si sperdesse in quei luoghi e mi si rivelava tutta la sua naturale saggezza nel muoversi ed errabondare per la nostra terra, godendo con l’anima della sua bellezza, nello stesso tempo che sapeva trarre il suo modesto guadagno.

Giovanni Comisso

Il brano è tratto da “Emigrazioni interne” pubblicato nel n. 20 della rivista “L’Italiano” del giugno 1933.
Nota: l’articolo “Emigrazioni interne” è firmato INFINITO. Giovanni Comisso aveva già usato questo pseudonimo nella rivista “Yoga” pubblicata nel periodo fiumano.
Immagine in evidenza: Umberto Boccioni – Contadino al lavoro, 1900-1910 – Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea (Wikipedia)