I segreti di Comisso

In corso la digitalizzazione dell’archivio

Pubblicato sul Corriere del Veneto, 17/01/2019

«Sei davvero una canaglia, anzi un farabutto. Prima di tutto per quello che hai fatto, non ci fossero altre donne! E poi per le brighe che ci hai procurato! Sai che difficoltà che c’è di trovare donne. E così obblighi una povera vecchia a lavorare e far la serva a tutti».

E ancora «Vergognati a non rispettare la casa e far scandalo». Mica uno stinco di santo, Giovanni Comisso, quando aveva 31 anni, e mentre preparava i suoi Giorni di guerra assaltava con i suoi amici la cameriera Maria, tanto da costringerla a scappare dalla casa dei genitori. Scrive infuriata la madre contro il figlio fonte «di umiliazioni», privo dei «sentimenti più sani». Infuriata due volte, perché quel gaudente in assenza dei probi genitori riempiva la casa di amici e la trasformava «in un postribolo»: «e adesso fa’ lo stesso anche con Rosina!». E d’altra parte Giovanni l’aveva scritto chiaro: 

«Voi forse penserete a mio riguardo che io abbia presto a trovarmi una sposa e costituirmi una famiglia, ebbene ecco che vi accontento, ecco che io mi sposerò con la libertà».

E’ uno scrigno poco conosciuto l’epistolario dello scrittore trevigiano, finora riservato alla pattuglia di storici, per primo Luigi Urettini, che in questi anni l’ha sfogliato assieme al resto dell’archivio custodito alla Biblioteca civica di Treviso. Uno scrigno in attesa di esporre le sue perle sul web, perché da più di sei mesi è in corso la digitalizzazione del primo gruppo di lettere, quelle scritte a casa durante la guerra, e quelle ricevute al fronte dai genitori. Duecento missive che ci restituiscono un ventenne non dissimile dagli attuali, con i pensieri per mamma e papà, le richieste di cibo e vestiti, ma anche qualche precoce volo letterario, che peraltro a casa apprezzavano così così.

Un lavoro certosino che sta impegnando Francesca Novello e con lei l’Associazione Amici di Comisso, Ennio Bianco in testa, che si è decisa al gran passo dopo quarant’anni di possesso dell’archivio.

Merito del Rotary Club trevigiano, che nel ’74 lo acquistò dagli eredi Ezio e Barbara Pavanello Comisso e nel ’78 lo donò a quel manipolo di trevigiani dediti alla memoria e alla riscoperta di Comisso. Del quale scocca tra qualche giorno, il 21 gennaio, il cinquantesimo anno dalla morte.

Ci vorrà ancora molto lavoro, perché lo scrittore archiviava tutto, e sono migliaia di carte. Ma via via, a cominciare dalle lettere, tutto sarà consultabile sul web, via sistema bibliotecario. Si squaderna così la vita dello scrittore, che proprio dai quaderni cominciava: i mitici «Pigna» dalle copertine colorate, dedicati alle regioni, allora anche alle colonie. Su quello della Cirenaica c’è il testo manoscritto del romanzo Gioco d’infanzia, con la grafia minuta e scorrevole, le cancellazioni, i ripensamenti. Si va alle origini di Comisso, alla sua scrittura in senso fisico. Ai disegni anche, che sono rimasti infantili, incerti, ma servivano a fissare un ricordo. Comisso scrive e da subito ha la coscienza che le sue sono cose di valore, fosse anche il testo di una lettera. Tornato a casa dall’impresa di Fiume, trova le sue lettere mandate a casa, le rilegge, sottolinea frasi e paragrafi, li raccoglie e li assembla, diventano l’ossatura di Giorni di guerra.

Non è riciclaggio, non è copia-incolla, è recuperare dopo dodici anni il presente vissuto, la vita in diretta. Da poco sono confluite nell’archivio anche le trecento lettere scritte all’amico Natale Mazzolà e a sua moglie Maria: una corrispondenza durata una vita, dal 1925 al ’68, raccolta in un libro da Enzo Demattè nel 1972, un testo oggi quasi introvabile ma anche questo in saldo possesso degli Amici di Comisso. Un filo di amicizia lungo il quale scorre la vita un po’ pigra ma sovente increspata della «piccola Atene», la Treviso orgogliosamente provinciale e orgogliosamente identitaria. Soffiano i venti di cultura, ma senza mai staccarsi dalle radici: non lo vuole neppure Comisso, che viaggia tutta la vita, va ai quattro angoli del mondo, ma per tornare alla sua casa di campagna o a quella di Santa Maria del Rovere, per rituffarsi negli scorci dei Buranelli. Da lì corrisponde con il mondo della letteratura italiana: Stefano Andres, Giovanni Battista Angioletti, Giovanni Ansaldo, Alberto Arbasino… Le lettere sono archiviate in ordine alfabetico, passando per Prezzolini e Saba ce ne vorrà per arrivare alla Z. Fra un po’, via Internet, potremmo sapere tutto: delle pulsioni, dei giudizi, del sé dello scrittore, dei suoi «atteggiamenti sentimentali e vitali», come ha scritto l’Accademia dei Lincei.

L’archivio è composito: oltre l’epistolario, ci sono i documenti – da quelli militari al passaporto – , ritagli di giornale (i suoi ”pezzi” e quelli di altri), decine e decine di foto scattate nei Paesi più disparati, e soprattutto gli originali dei romanzi. Sono 22 cartelle zeppe di carte e nove quaderni manoscritti. Dal viaggio in Cina del 1930 arriva una lettera e dentro c’è anche il capello – vero – di una donna cinese, molto grosso: «guardate, sembra il crine di un cavallo».

Ma non è finita qui. Perché, come scrive in suo intervento del ’91 Emilio Lippi, direttore della Biblioteca, «il tutore, chiamiamolo così, degli eredi sembra non si sia infatti peritato di vendere i pezzi venalmente più appetibili. Presero dunque il volo, con i quadri di De Pisis e le lettere di Arturo Martini, vari quaderni autografi e copie a stampa postillate». La ricerca – anzi la caccia – continua.

L'Archivio di Giovanni Comisso diventa digitale. Un progetto dell'Associazione Amici di Comisso
Emilio Lippi, Lavinia Colonna Preti, Ennio Bianco