“Il pastore di Segesta” – Il viaggio in Sicilia di Giovanni Comisso

Segesta, gennaio.

Ho deciso una breve sosta, una mezza giornata di vacanza, una giornata dedicata alla bellezza di questa terra, tuttavia presente nelle sue oasi costiere. Se la costa catanese è tutta dominata dal nero della terra vulcanica, questa invece tra Palermo e Castellammare è tutta intonata ad un rosa roccioso che talvolta si eleva in altissime pareti sui monti in rovina. Sotto, lungo la riva del mare vi sono gli oliveti e nell’ombra delle fronde si vedono intere famiglie sedute per terra che raccolgono le olive cadute.

"Il pastore di Segesta" -  Il viaggio in Sicilia di Giovanni Comisso
Castellammare del Golfo – Veduta (fonte: Wikipedia)

Salita all’antica acropoli

Bianchi paesi vicino e lontano verso le cune dei monti, e il mare calmo ed azzurro con piccole barche che pescano, il sole è scottante accanto al finestrino, corre il treno verso la terra vinifera che in dolci colli si stende verso Trapani e Marsala. Colli segnati di vigneti e di casette dove si portano ad abitare i contadini nel periodo di sorveglianza e di vendemmia.
Come scendo alla stazione di Segesta, spingo la porta del ristorante, ma stento ad aprirla come si fosse arrugginita sui cardini. Vi è una bella sala da pranzo, bella come tocca raramente di trovare nelle stazioni ferroviarie di Sicilia. ma non vi è alcuno che si faccia vivo ai miei passi.
Chiamo e finalmente da una porticina viene avanti un giovane. Gli chiedo cosa mi può dare da mangiare, sorride lievemente. “Non abbiamo nulla“. Insisto e a forza di indagare trovo una cucina che può darmi quello che mi occorre. Poi il giovane mi spiega il suo intontimento al mio apparire, perché sono il primo forestiero arrivato, da quando è scoppiata la guerra in Europa.
Egli era abituato a numerose comitive di tedeschi, di americani, di svedesi, ed il mio apparile lo stupiva, ma non lo animava abbastanza. Passo nella cucina dove sua madre sta cucinandomi due uova e faccio loro coraggio con queste parole quasi bibliche: “lo sono il primo, ma vedrete che altri verranno dopo di me“. E dico questo anche perché si mettano a servirmi un pò in fretta essendo ansioso di salire al colle del tempio. Cosi vedo subito alzarsi la fiamma alla ventola agitata con maggior forza.

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Dalla stazione una strada va verso la valle, cammino nel pieno sole, nel silenzio e nella solitudine che mi è tanto cara compagna. Vicino al ponte sul torrente vedo un sentiero salire il colle del tempio che ancora non si vede, di là del torrente si alza un monte che termina in una vetta rocciosa. Il colle del tempio è tra questo monte diviso dal torrente che si sprofonda nella valle e un altro monte tondeggiante sul quale si stendeva la città. Il colle del tempio era l’acropoli e tra questo e il monte della città vi è una breve valle aperta tutta lavorata.
Cammino e scorgo tra l’erba gigli azzurri d’un profumo dolcissimo, presto sono su di uno spiazzo da cui si può vedere tutta la posizione dell’antica città greca ed il tempio intatto sta solo sopravvissuto tramutato con la sua stessa sostanza in elemento eterno della natura. Mi convinco come davanti alle rovine di Cirene che questi Greci quando dovevano scegliere il posto per costruire una loro città dovevano darne l’incarico, più che a uomini di armi o politici, a poeti. Solo un poeta poteva scegliere un posto come questo: a mezzogiorno una valle variala di colli che scende, ad occidente il grande monte con la sua vetta rocciosa, ad oriente il tondo monte della città, a nord la valle verso Calatafìmi tutta uno scenario di placidi monti ubertosi e di colli ancora.

La varietà e il ritorno continuo delle curve delle alture e l’ampiezza dell’orizzonte e il senso di protezione dato dal monte vicino illuminano lo sguardo di beatitudine.
Salgo verso il tempio, tutte le colonne in piedi, il timpano intatto e il cornicione, manca solo il soffitto; colonne di pura roccia, la roccia del monte vicino. E per terra un tappeto di erba grassa, umida e fiorita di calendole e di pratelline. Osservo che quest’erba è umida all’ombra delle colonne, ma dove batte il sole, è asciutta e calda come il pelame d’una bestia. Mi butto per terra col desiderio d’addormentarmi. Così disteso guardo ad una ad una le colonne e le pietre del cornicione, reggono ora queste colonne possenti solo questo cornicione di poche file di pietre, ma esso inquadra tutto il grande e profondo cielo di Sicilia. Penso che quello che io vedo fu visto dai greci solo per poco tempo, nel periodo della costruzione.

Costruzione perenne

Il silenzio continua, ma non riesco a dormire. Penso quanto deve essere sublime la notte traboccante di stelle con la loro luce ventilata dal Mediterraneo, qui tra queste colonne. Il sole le illumina, la notte le travolge nell’ombra, la pioggia e il vento passano sui loro dorsi, penetrano nelle loro screpolature. Sono esse della stessa materia del monte, i Greci le staccarono, le squadrarono, le rotolarono giù per la valle, le portarono quassù e un rocchio alla volta li sovrapposero fino a realizzare l’idea solenne del tempio, la città, le case, il mercato, i bagni, tutto è crollato e scomparso senza lasciare traccia alcuna, solo questo tempio è rimasto intatto. Si vede verso la cima del monte della città anche l’anfiteatro con le gradinate scavate sulla roccia, un piccolo segno sulla grande curva come le rovine d’un castello. Ma questo tempio è tutto vivo e non può morire perchè la sua materia non ha subito che una modellazione e una distribuzione armoniosa, essa è tuttavia polpa del monte e qui vive, come vive il resto di sè stessa incorporato nella vetta.
Mi sono forse assopito, perchè d’un tratto mi scuote un acuto gridare, e rivedo l’azzurro del cielo attraversato da un nero volo di corvi. Girano sopra il tempio che forse è la loro tana, mi vedono disteso sull’erba e diffidano. Si buttano giù sulla valle e scompaiono. Ritorna il silenzio, esco dal tempio, scopro tra gli stocchi dei cardi insecchiti bioccoli di lana, le pecore sono passate di qui, sono difatti più giù guardate da un pastore e da un piccolo cane che mi abbaia.

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Incontro con il ragazzo

Scendo, le pecore mi fuggono e il cagnetto mi viene incontro ringhiando, il pastore dà un fischio e il cane si placa. Vado verso il pastore, è un ragazzo, uno di questi ragazzi taciturni, che non hanno che il loro cane e le loro pecore coi quali trasmettere suoni. Ha stretti occhi, posa le mani ruvide sul suo bastone e mi osserva, tiene lo scialle su d’una spalla, si chiama Mariano e il suo cane Giulio. Diventiamo subito amici, anche il cane che mi vede parlare col suo padrone mi si fa vicino e mi lambisce la mano. Giulio vuole giocare con me e non mi lascia più. Mariano vuole sapere di dove sono, vuole vedere il mio orologio, mi chiede se gli regalo un cerino.
Quando cammina ondeggia, ha vecchi stivali legati con crine forse di mulo, e le cosce ravvolte in pelle di capra. Il suo volto sembra della stessa materia delle colonne, un volto imbevuto di sole, di vento e di pioggia.
Gli chiedo se gli piace fare il pastore: “Oramai abbiamo comperato le pecore e mi sono messo in quest’arte. Certo a zappare si diviene gobbi” mi dice, e sorride pesante. Giulio mi è sempre vicino e tenta di lambirmi le guance. Mariano mi guarda le scarpe e poi mi guarda lentamente il vestito. Gli chiedo dove abita ed egli mi indica il tempio. “Dormi nel tempio?” gli chiedo. No, egli passa la notte in una piccola capanna di pietra sul pendio erboso fiorito di gigli. “E cosa mangi?” gli chiedo. Ha il latte delle pecore, una provvista di pane e mandorle.
Ora non so se sia io più curioso di lui o lui di me. Ora egli è per me come una colonna del tempio, un essere immortale, egli è come veramente fatto di terra e di roccia, modellato appena, appena segnato d’un’armonia diversa da quella della terra e della roccia, e vive come queste di sole, di vento, di notte e di pioggia.
Lo saluto, debbo ripartire, il treno sta per arrivare, egli dice che ho tempo, vuole che gli parli delle città lontane. “Le vedrai presto quando andrai a fare il soldato” gli grido e mi allontano. Giulio mi segue, mi saltella davanti, sembra voglia venire via con me, lo accarezzo ancora, non mi lascia più. Mariano mi saluta agitando le mani e non richiama Giulio, quasi contento che mi accompagni.

Giovanni Comisso
Pubblicato sulla Gazzetta del Popolo il 24 gennaio 1940

"Il pastore di Segesta" -  Il viaggio in Sicilia di Giovanni ComissoSi ringrazia la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma e il portale della Biblioteca Digitale

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