"Il Tesoro della Valturcana": un racconto in 6 puntate di Antonio G. Bortoluzzi

“Il Tesoro della Valturcana”: un racconto in 6 puntate di Antonio G. Bortoluzzi – Terza puntata

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Riassunto delle puntate precedenti.
Anni Settanta, piccolo paese tra i monti dell’Alpago. Giacomo è un ragazzino che conosce la leggenda del tesoro della Valturcana, ne parla con la vicina di casa Francesca, nell’estate dei loro tredici anni. Nel paese montano arriva Fabrizio, un loro coetaneo, la cui famiglia ha lasciato Torino, e che racconta un sacco di cose incredibili della grande città: la Mole, la tragedia di Superga, il Museo egizio. Francesca e Giacomo gli confidano dell’esistenza del tesoro dei turchi.

TERZA PUNTATA

Il ponte e gli argini erano deserti, e sembravano troppo grandi per la poca acqua che c’era di sotto.
– Questo è il torrente Valturcana – ho detto a Fabrizio.
– Quanto ad acqua, non si può dire sia il Po.
– E quella che vedi è la Valturcana, che sale fin lassù, saranno cinque chilometri – ha aggiunto Francesca.
– E dov’è il terzo scalino? – ha chiesto Fabrizio.
– Se lo sapessimo, staremo già scavando, che ti credi? – ha risposto lei.
– Il terzo scalino… è tutta qua la faccenda – ha riflettuto Fabrizio tra sé e sé. – Ci deve essere qualcosa, come una cascata, anzi tre cascate.
– Potrebbe essere anche un colle, o dei sassi, degli scalini di un sentiero – ho buttato là io.
– Sai che ti dico, amico? Quando sono passati i turchi qui non c’erano né sentieri né scalini. C’era solo quel casino di alberi che vedi, e quindi per salire lassù, hanno camminato dentro o accanto al torrente, era l’unico sentiero. Non c’è altra spiegazione. Se sono saliti da qui, ci deve essere un terzo qualcosa: salto, scalino, cascata, ansa – ha detto Fabrizio, appoggiato alla ringhiera arrugginita del ponte. Aveva il mento alto verso la valle e parlava come a se stesso. Francesca scriveva i suoi appunti con il quaderno appoggiato in cima a un pilastro. Io ero felice per il tesoro, per i turchi che camminavano in fila lungo il torrente con le bestie da soma cariche d’oro e oggetti preziosi, per Fabrizio e Francesca che credevano alla mia storia, e stavano lì a ragionarci su, nel sole del pomeriggio.

L’unica cosa è che ragionavano troppo bene per i miei gusti: Francesca aveva scoperto che turcana era roba turca; Fabrizio che i turchi erano saliti lungo il torrente.
– Esploreremo la Valturcana, domani – ha sentenziato Fabrizio.
Avrei dovuto dirlo io, la storia era mia, ma lo ha detto lui.

– Un’altra di nuova, Giacomo? – ha detto mia madre quando ha saputo dell’esplorazione del torrente.
– Se troviamo il tesoro diventiamo ricchi! – le ho risposto.
– Ma è una leggenda.
– L’impero ottomano non è una leggenda. La Valturcana, che poi è la valle dei turchi, non è una leggenda!

Mia madre ci ha riflettuto. – Elda, che legge sempre il Gazzettino, ha detto che un professore di Venezia ha scritto che questa valle era come una prigione in cui i veneziani tenevano i turchi che lavoravano nella foresta del Cansiglio per fare i remi delle barche.
– Dici davvero?
– Sì, però per me non è possibile. Qui ci siamo sempre stati noi. Io non ho mai visto turchi in giro. Senti un po’, vai con Fabrizio?
– E Francesca.
– Anche Francesca? Ma non è roba da ragazze!
– Divideremo il tesoro in tre: io, Francesca e Fabrizio.
– Fabrizio sì che avrebbe bisogno di trovarlo un tesoro… – ha mormorato mia madre.
Io non ho capito perché Fabrizio avesse più bisogno del tesoro di me e Francesca, a ben guardare lui aveva le scarpe da ginnastica rosse e noi gli scarponcini.

Ore otto e sedici minuti primi, inizia la spedizione Valturcana. Okay, si parte – ha proclamato Fabrizio consultando il suo orologio al quarzo, che insieme allo zaino e al coltello da caccia con il fodero di pelle completava il suo abbigliamento. Io avevo una borsa di plastica della VeGè, gialla e blu, con dentro un panino; a tracolla portavo una vecchia borraccia d’alluminio: per quanto la lavavo aveva sempre un cattivo sapore, speravo di non avere molta sete durante il giorno. Francesca non aveva con sé nulla a parte il quaderno. Il suo panino l’aveva dato a Fabrizio che l’aveva infilato nello zaino.

Siamo scesi sotto il ponte e ci siamo avviati lungo i sassi del greto. Per un po’ nessuno di noi ha detto nulla, camminavamo con le mani nelle tasche e ascoltavamo il rumore delle pietre che rovesciavamo sotto i piedi, l’acqua scorrere, un’auto che passava sul ponte. Mi sono voltato a guardare indietro: le ultime case erano là, sempre ferme, e noi ci stavamo allontanando.
– Mia madre mi ha detto che questa era una prigione in cui i veneziani tenevano i turchi – ho detto.
– Questa cosa? – ha chiesto Fabrizio.
– Questa valle.
– Una prigione senza mura e porte e sbarre? – ha detto Francesca, – io non ci credo.
– Anche a me sembra impossibile – ho aggiunto.
– Aspetta, aspetta. Ma certo! Adesso ho capito. Non era una prigione, ma come un campo di concentramento – ha considerato Fabrizio, – ‘sta faccenda dei turchi comincia a diventare sempre più interessante.
– A me non pare possibile, i prigionieri scappano… – ha obbiettato Francesca.
– L’ho notato subito, appena sono arrivato in paese – ha aggiunto Fabrizio.
– Notato cosa? – ha chiesto Francesca.
– Che tanti di voi hanno i capelli neri e gli occhi scuri.
Io ho guardato Francesca: capelli neri, occhi scuri, ciglia lunghe come le ali di un corvo. – E con questo? – ho chiesto.
– Quelli delle montagne hanno i capelli biondi e gli occhi azzurri. Ma tanti di voi sono scuri, anche di pelle.
– E che vuol dire? – ho ribattuto.
– Se non siete del sud, vuol dire che avete sangue turco nelle vene.
Io e Francesca abbiamo riso, prima forte, poi piano. Poi siamo rimasti in silenzio.
– Anche tu hai i capelli scuri, e anche gli occhi – ha detto Francesca a Fabrizio.
– Infatti. Mio nonno, papà di mamma, è arrivato a Torino da Catania.
– Io non ci credo alla faccenda della prigione – ha esclamato Francesca.
– Io so solo una cosa, non siamo turchi – ho detto io.

Francesca si è avviata lentamente davanti a noi e osservava la ciocca di capelli che teneva in mano, come se li vedesse per la prima volta. Io e Fabrizio l’abbiamo seguita e per un po’ siamo rimasti in silenzio.
Poi ho affrettato il passo per superare Fabrizio: si vedeva che era uno di città e doveva guardare dove metteva i piedi, come a cercare il sasso giusto. Ho provato un certo sollievo lì sul greto, un terreno che conoscevo bene, dove non c’era bisogno di fare tanti ragionamenti e bastava camminare di buon passo e l’equilibrio dipendeva dal corpo, non dalle pietre. Ero più forte di Fabrizio, almeno lì, dentro il torrente, ero più forte di lui.
Ho sorpassato anche Francesca che teneva il suo quaderno rosso arrotolato nella tasca posteriore dei jeans. Come era riuscita a infilare il quaderno dentro quel tessuto così teso? Certo che era cambiata, era come cresciuta, in certi punti. Avevo sentito dire da mia madre che era diventata signorina. Signorina aveva a che fare con lo sviluppo, con l’essere sviluppata, come una lievitazione inarrestabile, come nel sogno…

– Sapevo che c’era! – ha detto Fabrizio alle mie spalle. – Eccolo qua, il furbone.
– Chi? – ha chiesto Francesca.
– Il gambero!
Sono tornato sui miei passi e ho visto che Fabrizio teneva in mano un gambero dello stesso colore dei sassi del torrente. Lo teneva tra indice e pollice e rideva guardandolo da tutte le angolazioni con la sua testa ricciuta. Francesca era ammirata come davanti a un gioco di prestigio.
– Che forte, cioè, che impressione… non ne avevo mai visto uno vivo. E tu Giacomo? – mi ha chiesto.
– Io li ho già visti – ho mentito.
Fabrizio lo ha posato di nuovo nell’acqua.
– Di giorno stanno sotto i sassi – ha detto riprendendo a camminare.
Ho affrettato di nuovo il passo per stare davanti.
– Attenzione a tutto ciò che può essere il terzo di qualcosa – mi ha gridato Fabrizio quando l’ho sorpassato di nuovo.

Non mi piaceva che fosse lui a dirmi cosa dovevo fare. Forse non era stata una buona idea raccontargli del tesoro. Eppure, il giorno prima, mi era sembrato bellissimo stare lì tutti e tre sul ponte a guardare la valle impenetrabile e a parlare dei turchi. Però poi la notte avevo fatto di nuovo quel sogno e quando lo facevo ero triste per un po’ di giorni. Mia madre diceva che era solo un incubo: aveva escluso, con l’aiuto del dottore, l’ipotesi dei vermi nell’intestino e del malcaduto. Mia madre diceva che quando avevo l’incubo mi tiravo su dal letto e urlavo aaah, aaah, con le mani davanti alla bocca. Il giorno dopo mi chiedeva che cosa avessi sognato e io dicevo di non ricordare. Ma non era vero. Io sapevo benissimo cosa sognavo in quelle notti quando non mi veniva il respiro, ma mi vergognavo a dirlo, perché era una cosa stupida. Se avessi sognato un mostro l’avrei detto subito; o anche un assassino di bambini che mi inseguiva per i prati. E invece sognavo un’enorme polenta. Era sempre all’altezza della mia bocca e ce n’era tantissima, e per quanto ne ingoiassi, ce n’era ancora. Uno che sogna un’enorme polenta che lo soffoca, non lo va a raccontare, neanche a sua madre. Se poi fa sempre lo stesso sogno non è per niente normale e io facevo sempre lo stesso sogno. Avevo paura di finire in manicomio come Celeste il matto che diceva sempre sera-siόra, sera- siόra, sera- siόra a qualsiasi ora del giorno. Se uno sogna sempre la stessa cosa e si alza dal letto urlando aaah con le mani davanti alla bocca forse è matto: non avevo mai visto bambini matti, però anche Celeste il Matto era stato bambino. Forse i bambini che da piccoli sono dei turulù poi diventano matti, magari dopo aver fatto lo stesso sogno per anni e anni. Quando sognavo la polenta che mi soffocava, diventavo triste per un po’ di giorni e avevo paura. La paura è una gran tristezza, anche se non piangi sei triste lo stesso. E poi quella faccenda del sangue turco nelle vene: Francesca era mezza turca. Porca vacca.

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“Il Tesoro della Valturcana”: un racconto in 6 puntate di Antonio G. Bortoluzzi
editing Bruna Graziani
grafica Sabrina Girardin
in collaborazione con l’Associazione Amici di Giovanni Comisso

Antonio G. Bortoluzzi è nato nel 1965 in Valturcana, Alpago (BL). I suoi romanzi sono pubblicati da Ed. Biblioteca dell’Immagine, Marsilio, Marsilio Arte, UE Feltrinelli. Ha vinto numerosi premi letterari tra cui il Gambrinus-Mazzotti sezione Montagna e civiltà, e il Premio Latisana per il Nordest, Giuria dei lettori; è docente di scrittura e membro accademico del Gruppo italiano scrittori di montagna (Gism), suoi articoli sono pubblicati su riviste nazionali e sulle pagine culturali dei quotidiani del Nordest.
antoniogbortoluzzi.it

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