La funesta docilità. Intervista a Salvatore Silvano Nigro

La funesta docilità. Intervista a Salvatore Silvano Nigro

Isabella Panfido intervista uno dei tre finalisti del Premio Comisso 2019 Sezione Biografia

Una biografia su Alessandro Manzoni che è un saggio e un racconto, appassionato e dottissimo, questa La funesta docilità di Salvatore Silvano Nigro (Sellerio), finalista nella sezione biografia del Premio Comisso. Nigro è un manzonista, ha, tra l’altro, curato i tre tomi del Meridiano Mondadori dedicato al grande scrittore, ha insegnato nelle più prestigiose università del mondo e oggi si sofferma su una lettura inconsueta di I Promessi Sposi alla luce di un episodio cruento avvenuto nella Milano del 1814 e che Nigro dimostra aver influenzato pagine e toni del romanzo capitale.

Professor Nigro, secondo la citazione in esergo da Manganelli, la sua è una lettura «illegale» del grande romanzo?

«La vulgata scolastica ha legalizzato una lettura arbitraria dei Promessi Sposi. Ha promesso di occuparsi della Quarantana, cioè dell’edizione definitiva del romanzo, ma in effetti ha censurato l’opera. Ha tagliato dal romanzo la Storia della Colonna Infame, che è l’ultimo capitolo dell’opera. Manzoni appose al romanzo la parola «Fine» dopo la Colonna, volendo significare che il romanzo non finisce idillicamente con il matrimonio di Renzo e Lucia ma tragicamente con la sconfitta della giustizia e la macellazione degli innocenti. Nella Colonna, impiantò la chiave di lettura dell’intera opera. Nella Quarantana, Manzoni volle inserire le illustrazioni da lui dettate al disegnatore e agli incisori che sono anch’esse scrittura manzoniana.

Ebbene, in Italia si è imposta la “falsificazione” dell’opera, escludendone le vignette e l’ultimo capitolo. Contro questa legalizzazione della censura, io ho proposto una lettura «illegale» del romanzo considerato nella sua interezza di scrittura e immagini, e completo della Colonna: come Manzoni l’aveva voluto».

Un episodio truculento della storia milanese di cui Manzoni fu testimone è il primo passo verso una rilettura eterodossa del grande romanzo di Renzo e Lucia. Quanti risvolti segreti cela ancora, secondo lei, «I promessi sposi»?

«Manzoni era stato testimone di un delitto di Stato. Per stare in pace con la sua coscienza di spettatore passivo, seppellì dentro di sé il ricordo dell’evento: che però turbò nel tempo la sua coscienza fino al rimorso e all’incubo.

Questo travaglio è leggibile non nella prosa del romanzo, ma nelle illustrazioni. Nelle vignette Manzoni collocò alcuni sensi riposti del romanzo, come dimostro»

Entra nel merito di alcuni aspetti caratteriali di Alessandro Manzoni, quale la nota dominante del suo carattere?

«Manzoni ebbe una vita difficile, che lo segnò con profondi sensi di colpa (il padre anagrafico “dimenticato”, l’amore per l’amante della madre, i possedimenti lasciatigli da Imbonati, ecc.). Era fra l’altro un convulsionario».

Il suo libro è anche riflessione critica su Sciascia.

«Sciascia, con il suo manzonismo, è uno dei più importanti protagonisti di La funesta docilità».