Giovanni Comisso - Il campione ritorna

La storia di Bof, ciclista “simbolo del suo villaggio” negli anni difficili del dopoguerra

La casa di Bof, il campione ciclista, è solitaria, in mezzo ai campi, la stradina è come un viale d’una villa, tortuosa e quasi coperta dalle morbide fronde delle gaggie, ed egli quando vi ritorna, correndo sulla sua bicicletta, finalmente senza la folla plaudente ai lati delle grandi strade delle sue gare, si sente in segreto più felice. Non sa neanche egli perchè, forse perchè ritorna da sua madre, sempre preoccupata per lui, alla quale ora ha da raccontare che tutto è andato bene, che non è caduto nelle discese, che non si è ammalato tra piovaschi e soli ardenti, che ha raggiunto un buon posto nella classifica. Ma forse la sua felicità deriva dal ritornare alla sua umile casa di contadini, dove fin da ragazzo ha incominciato a sognare questo grande giorno. E’ avvicinandosi a questa casa, per questa stradina verde e tortuosa, che comprende di avere vinto. Allora, con risparmi accaniti, con sacrifici continui agli svaghi, aveva potuto comperarsi una leggera bicicletta da corsa e modellare su di essa i suoi muscoli. Il giovane e forte cuore batteva come un martello, il suo respiro era misurato e ampio, il suo corpo piccolo e giusto. Diventava giorno per giorno un tutt’uno col congegno scorrevole d’acciaio e già alle gare del villaggio si segnalava per primo e poi in quelle della città vicina, col suo come scoppiante come un applauso. Lo chiamarono il piccolo Bof, ma tutti avevano fiducia che il suo nome sarebbe diventato grande per fama, che i giornali ne avrebbero parlato, che avrebbe gareggiato coi campioni maggiori, che anch’egli sarebbe entrato a fare parte delle grandi gare.

Gino Bartali al Tour de France del 1948

I suoi amici crebbero e strinsero attorno a lui come una guardia del corpo, come discepoli attorno a un maestro, lo amarono, lo adorarono, lo aiutarono, lo protessero. Ognuno affidava a lui parte di se stesso, parte del proprio desidorio di emergere, di vincere. Ognuno voleva fare sapere che Bof era del loro stesso villaggio. Bof divenne il simbolo del villaggio, come una sua bandiera. Ed egli rimaneva, dopo le prove superate, sempre lo stesso ragazzo della strada campestre, semplice, mansueto, taciturno e se parlava, parlava con la sua voce un po’ spenta come economizzasse il respiro per la grande volata, che gli rivelava un fondo di malinconia, quella particolare agli atleti, i quali sembra intuiscano la crudele sorte che limita tutta la loro gloria all’esuberare della giovinezza. La giovinezza, colle sue ebbrezze date dagli istinti, deve essere per loro sacrificata da una dura disciplina, come da un carcere volontario che escluda ogni piacere, ogni libero disordine, per ritrovarsi a trent’anni, senza avere goduto come gli altri la sublime stagione, col cuore affaticato, lento lo sguardo, coi muscoli induriti sotto la pelle, ancora arsa dai grandi soli assorbiti a schiena ricurva per le strade delle corse. Bof reclina sovente la testa appoggiando la tempia alla mano, tace, quando si trova tra gli amici fedeli e sembra che veda se stesso nel tempo che rapidamente si avvicina, come un altro traguardo, come un traguardo risolutamente finale, in cui non potrà risultare più nè il primo, nè il terzo e neanche il quarantesimo, per lasciare il posto ai nuovi sopravvenuti, ai nuovi ragazzi.

Fausto Coppi e Gino Bartali nel 1940 (fonte: Wikimedia Commons)

Anche i suoi amici sembra intuiscano la fugacità di questa gloria, il tenue legame tra i suoi muscoli e i congegni d’acciaio della sua bicicletta e gli stanno, quando egli ritorna al villaggio nei periodi di riposo o di allenamento, sempre attorno vigilanti e premurosi come le api attorno alla loro regina. Non vogliono che fumi neanche la mezza sigaretta concessa dal medico, che beva il bicchiere di vino abituale a questa gente di campagna, gli impongono di rincasare presto alla sera e lo accompagnano essi stessi por la stradina fino alla sua casa, nel timore che disubbidisca, che ascolti il richiamo delle ragazze folli di lui e che tengono infissa allo specchio, davanti a cui si acconciano, la sua fotografia, da lui stesso firmata: curvo sul manubrio e la muscolatura delle gambe scoperte definita nitida nelle masse di forza.

Bortolo Bof

Nel villaggio non mancano gli invidiosi, quelli che non hanno saputo coltivare una loro speranza, i delusi, gli esclusi per sempre da ogni più piccolo trionfo nella vita, i soliti maligni, ma solo che osino mormorare che Bof e una montatura, che è appena un discreto corridore, che ha qualche buona qualità in salita, ma che in pianura trascina le ciabatte, che dormicchia e non resiste, allora la guardia del corpo accorre furente, come se il villaggio fosse stato preso d’assalto dai banditi e ne difende la rinomanza contrapponendo dati e dichiarazioni dei giornali, e leggono gli articoli che tengono ritagliati nel portafoglio e se gli altri insistono caparbi li cacciano fuori dall’osteria imponendo di smettere. E le ragazze si uniscono a loro frementi come fosse stato detto che Bof è brutto, come avessero dato uno sfregio al loro idolo amato e intemerato, che possono soltanto sfogarsi di baciare e ribaciare e accarezzare quando supera vittorioso il traguardo. Ed egli passa tra queste glorie delle corse superate e di questo amore del suo villaggio, silenzioso, umile e mesto come al principio della carriera, accennando a un breve e pesante sorriso.

1950 – Wilier Triestina: Bof Bortolo è il 3° ciclista da sn (fonte: Museo del Ciclismo)

Dai primi ritorni si è fatto più asciutto, le ossa del volto affiorano lievemente come i sassi cementati d’una strada che sia stata slavata da una pioggia notturna, lo sguardo più fermo obbligato oramai dall’abitudine della mira, dello scegliere la rotta, di superare l’ostacolo, ma è sempre nell’anima agreste puro e inviolato come il giorno della sua prima partenza. Sa quello che può fare e sa il suo destino, perchè viene dalla vita dei campi. Quando ritornò dalla prima gara, fuori dalla sua regione, raccontò di essere stato alloggiato in un grande albergo: – Mi fecero entrare in un sali e scendi, una bella cameriera mi accompagnò nella mia stanza, mi mostrò come dovevo fare per chiamare se mi occorreva qualcosa, indicandomi quale era il peretto del campanello e quello della luce, e mi guardava e non voleva più andare via.

Adesso non dice più: sali o scendi, dice: ascensore, ed è forse la sola raffinatezza assimilata nella vita fuori dalla sua stradina di campagna. Alle domande degli amici, queruli, eccitati da curiosità come isolani, egli, il grande isolano nato nella casa solitaria tra il fluttuante mare verde di campi, risponde pacato. Di ritorno dall’ultima gara che ha imposto il suo nome tra i campioni, questi suoi amici che sempre hanno sperato in lui, che lo hanno aiutato, protetto e vigilato, gli hanno regalato una catenina d’oro da portare al collo con la medaglietta della Madonna che tutela i ciclisti, e inciso: “Gli amici al piccolo Bof“. Cosi come lo può fare una madre per il suo figliuolo. E nel giorno che egli passò per la grande strada, che attraversa il villaggio, primo di tutta la schiera, gli avevano preparato archi di fronde col suo nome dovunque, così come si usa in campagna nella solennità della prima messa per il prete novello.

Giovanni Comisso

Pubblicato su “La Stampa” del 20 luglio 1948 con il titolo “Il campione ritorna”.
Immagine in evidenza: opera di Jean Jacoby (fonte: Wikimedia Commons)