Giovanni Comisso - La vita in un album

La vita in un album… anni passati come un solo giorno

La giovinezza di Elena era stata tutta un intreccio di eleganza e di sole. Molto ricca e molto bella, d’una bellezza bionda e slanciata, aveva passato i suoi giorni come in una danza continua. Ogni anno, ad ogni mutare di stagione, doveva avere abiti nuovi e adatti; e ogni stagione, come fosse un uomo in attesa del suo turno per ballare, la travolgeva nel ritmo dei passatempi di moda. L’inverno sulle nevi a sciare, la primavera in cammino verso il Mezzogiorno per dire di avere fatto il primo bagno a Taormina in aprile, l’estate al mare o in montagna, d’autunno sempre un viaggio diverso per l’Europa. Sfogliava il suo album di fotografie degli anni passati e sempre vi scorgeva molto sole sfavillante sui suoi capelli biondi. Sole di rifugi alpini, sole di isole mediterranee, di spiagge e di grandi strade percorse in automobile. Ed ella aveva sempre o bellissimi maglioni figurati, o sandali bizzarri, o vestiti bianchi, o cappellini estrosi e il suo cane di specie rarissima al guinzaglio.

Era stata la sua veramente una giovinezza dorata dal lusso e dal sole, come per tante sue amiche che rivedeva nelle fotografie sorridenti, con le quali aveva sempre gareggiato nel vestire, nel muoversi, nel divertirsi, nel vivere. Una vita tutta di superficie, tutta di suppellettili, che andavano dalla borsetta alla carta da lettere. Non poteva dire di aver goduto, si era puramente divertita: un divertimento divenuto infine maniaco, una mania incessante di fare sempre qualcosa di nuovo, di diverso da quello che facevano le sue amiche.

Aveva voluto anche fare arrampicature sulla roccia, fare le cordate, salire a cime dove nessuna donna era arrivata. Rivedeva le fotografie delle ascensioni quasi sospesa nel vuoto e poi sulla cima, tra gli accompagnatori, con un libro tra le mani. Suo zio, che le stava accanto osservando anch’egli le fotografie, le chiese quale libro stesse leggendo là su quella cima elevata. Ella gli rispose che era il libro dove venivano messe le firme di coloro che erano riesceti a compiere l’ascensione. E un lieve rossore la prese alla domanda un po’ ironica dello zio. Non aveva mai avuto tempo di leggere un libro. Ne aveva comperato qualcuno, come una suppellettile di moda, per la copertina chiassosa, per il nome straniero dell’autore o per il titolo stravagante. Ma ne aveva appena sfogliato qualche pagina.

Dieci anni di fotografie, dieci anni di vita passati come un solo giorno. Una vita che solo ora si accorgeva di non avere vissuto. Tutto un continuo partire e arrivare, un ripartire e andare altrove sempre in cerca di sole, di alberghi rinomati in luoghi famosi: sedersi nelle comode poltrone degli atri, stendersi sulla neve davanti ai rifugi, come sulla sabbia lungo il mare, bere mescolanze di liquori o tè con pane spalmato di burro e marmellata, fumare sigarette d’ogni nazione, spedire cartoline da ogni parte del mondo e applicarvi con gusto infantile i francobolli inconsueti, parlare in francese, in inglese e in tedesco, canticchiare le canzoni di moda nel suo continuo ozio vagante, incontrarsi nei paesi lontani, con altre amiche pur esse travolte dalla stessa frenesia, come concorrenti in una gara, raggiunte nel luogo percorso.

Foto da PxHere

«Qui incomincia l’amore»: disse lo zio vedendola per la strada di una città alpina al braccio di un giovane bruno e pensoso, entrambi in costume da sci. Ancora ella ebbe un lieve rossore e voltò rapida la pagina. Ma altre fotografie riapparvero con quel giovane accanto, e furono ancora sorpassate. Lo zio ricordava vagamente la storia di quell’amore che poi non era stato un amore, perchè era toccato a quel giovane come per i libri che comperava: era stato prediletto per la sua eleganza, per il suo cognome straniero, per il suo nome che ella stessa aveva storpiato, come usava storpiarli a suo modo per le amiche per gli amici.

Si chiamava Giovanni, ma ella lo chiamava Gini e, come dei libri sfogliava appena qualche pagina, cosi di lui aveva provato solo qualche bacio fuggente, come i baci che si danno alle partenze dei treni. Era stato per lei come una sua suppellettile come un cane di rarissima specie, da sostituire l’altro che le era morto. Eppure aveva deciso di sposarsi con lui, solo che, un giorno, un altro suo amico le aveva offerto di passare la primizia del l’estate nella sua villa al mare: aveva comperato una barca a vela e le prometteva navigazioni fino alle isole della Grecia. Ella aveva chiesto il permesso al fidanzato, questi glielo aveva indifferentemente accordato ed ella era partita.

Non aveva ancora provato il sole navigando a vela. Le emozioni dagli approdi in isola deserte, il sapore della cucinetta di bordo, essere sola con un uomo nel deserto del mare, come nei primi giorni della creazione del mondo.

E non pensò più all’altro. Si fidanzò invece con questi. Anch’egli aveva un cognome straniero, anche il suo nome era strano; le fu facile storpiarlo e si sposò con lui.

Aveva sfogliato appunto le pagine dove erano le fotografie di quella navigazione e subito dopo quelle delle nozze. «Oh, ecco ci siamo»: disse lo zio, come se quelle fotografie, dove ella, coperta di velo bianco, sorrideva vicino a suo marito, rappresentassero la mèta del suo continuo e frenetico errare. Invece se ne susseguirono altre, degli anni successivi, sempre in luoghi diversi, sotto soli diversi, con vestiti sempre diversi, bionda e sorridente sempre. Cosi era stata ancora la sua vita. Suo marito era della stessa schiera e dello stesso gusto di fissare mète nuove ad ogni nuova stagione. Aveva un’automobile da grandi viaggi e partivano a volte senza sapere dove sarebbero andati. Ma ora ella era giunta a una mèta, che era stata fissata a sua insaputa.

«Ora — disse a suo zio — come giunse alla fine delle fotografie — bisognerebbe aggiungere l’ultima». «Quale?» egli le chiese. Elena si alzò e nell’alzarsi rilevò lo sforzo a ritenere il ventre rigonfio. «Sii, — Ridisse, — ero preoccupata che fossero due e mi sono fatta fare la radiografia». Aperse un cassetto e tolse la negativa. Lo zio la guardò contro la luce e vide nel buio della carne il piccolo essere rannicchiato nel suo scheletro crescente Era come una meteora roteante nel buio del cielo, come non ancora materiata di luce ferma. Elena si risedette come affaticata dal peso che portava nel ventre.

«Si può benissimo rimpicciolire e stampare», disse lo zio e si assunse l’incarico. «E dove anderete, quando potrai di nuovo muoverti?», le chiese indagatore attraverso gli occhiali. Elena fu sorpresa a questa domanda. «Non mi potrò più muovere: — fu risoluta a rispondergli. — Dovrò nutrirlo, insegnargli a camminare, a parlare».

Ella sentiva che era un avvenimento assolutamente nuovo, mai provato durante il suo continuo passare da una frontiera all’altra, da una stagione all’altra. Tutto quello passato fino allora, era il ricordo di un sogno. Ora viveva, ora sarebbe vissuta e buttò via l’album come una sua suppellettile inutile, caduta di moda.

Giovanni Comisso

Pubblicato sul quotidiano “Il Tempo” il giorno 16 gennaio 1950.

Immagine in evidenza: foto di Rene Asmussen da Pexels