Le vite potenziali. Nicola De Cilia intervista Francesco Targhetta

Francesco Targhetta, nato a Treviso nel 1980,ha pubblicato nel 2012 un romanzo in versi, Perciò veniamo bene nelle fotografie (isbn), ritratto di una generazione di precari sospesi in un limbo di impossibilità. Nel nuovo romanzo, Le vite potenziali, uscito a fine marzo del 2018 da Mondadori, quei giovani sono cresciuti, uscendo dalla situazione di immobilità per entrare nel vortice del mondo del lavoro, più precisamente quello informatico:un enorme negozio dove tutto è in vendita, ma senza la possibilità di godere effettivamente.

 

Cominciamo dal titolo…

Le vite potenziali rimanda alle mille possibilità che ci attraggono in tutte le direzioni, ogni secondo. Siamo circondati da una quantità abnorme di opzioni e possibilità, che si presentano a noi in continuazione. La nostra vita è sempre e contemporaneamente mille vite. Come dice un personaggio del libro, abbiamo mille marce in più, ma le ingraniamo a caso. La vita “attuale” comprende anche tutte le altre: non viviamo due realtà, quella fisica e quella virtuale, bensì una vita “aumentata”, una vita attuale sormontata da tutte le altre. Di qui la sensazione che manchi una direzione, che vi sia una sconnessione, frammentazione continua. Nelle cos enon trovi una logica, una direzione, proprio perché tutto ti chiama in mille direzioni diverse, e la vita aumentata produce un effetto angosciante: mentre lavori, una parte di te fa altre cose. Tu pensi che in quel momento qualcuno stia magari cercando il tuo curriculum su LinkedIn…

Le vite potenziali sono anche le vite dei tre personaggi, Alberto, Luciano e Giorgio: la stessa copertina suggerisce questa interpretazione, con i tre edifici che guardano in direzioni diverse, l’uno sopra l’altro.

 

Il tuo interesse per i nerd da dove nasce?

Le ritengo figure centrali nel mondo di oggi. Una volta erano gli sfigati, i butterati, bulleggiati da tutti, marginali…E adesso chi sono i nerd? Mark Zuckerberg, Bill Gates, praticamente i padroni del mondo. (Su questo c’è un bel saggio americano uscito per isbn nel 2011: Storia naturale del nerd). Allo stesso tempo, se a livello macroscopico i nerd gestiscono il potere, al livello micro rimangono figure solitarie, che non aderiscono mai del tutto alla vita.

 

Sembra la naturale evoluzione dell’“inetto”di Italo Svevo…

Sì, Alfonso Nitti ed Emilio Brentani sono i loro antenati. Salvo le ovvie diversità date dal diverso contesto sociale e culturale. Ma la definizione più bella del nerd è, nell’Orologio di Carlo Levi, la figura di Martino. Così vi si legge,

Io non conoscevo i fatti quotidiani della sua vita privata, che egli teneva, per abitudine, nascosti: ma conoscevo o intuivo la mancanza fondamentale che stava alla base della sua vita, così brillante di ingegno e varia di interessi; la mancanza fondamentale comune a tanti uomini, quella incapacità di vita, quella privazione di consenso con le cose, quell’orrore del sangue, quella impotenza che chiude molti in una vuota disperazione, e spinge i migliori lungo le strade dei simboli, i ghirigori delle evasioni, delle ricerche, delle religioni, dell’eroismo. Lui, Martino, si rifugiava nell’intelligenza, in una cultura curiosa e infallibile, rivolta soprattutto ad un mondo simbolico e arcano, che è pur sempre il miglior sostituto della semplice conoscenza. Avveniva a lui, come a tanti altri, di essere, senza rimedio, sordo alla parola diretta delle cose, al senso dei colori, delle forme, dei suoni, dei sentimenti; e di non accettare questa sordità, ma di dibattersi senza riposo per uscirne, cercando sempre, di là, in nuovi campi, quello che era destinato pur sempre a sfuggire.

“L’orrore del sangue”sarebbe stato un bellissimo titolo potenziale, non fosse che evocava troppo da vicino il titolo del romanzo di Parise, L’odore del sangue.

 

Nel tuo libro si legge un brano molto bello sulle persone sole: “Ci sono persone a cui neanche una volta capita nella vita di essere amate. Tutto l’amore che provano torna loro indietro come un’altalena vuota. L’unica cosa che chiedono al mondo è di poter dare amore, e che ciò sia gradito, ma nessuno glielo concede. Tutti si scansano, come di fronte a venditori ambulanti di rogna. Li vedi camminare, la domenica mattina, lungo i bandoni serrati delle agenzie immobiliari, sui marciapiedi sporchi delle città, le mani in tasca e gli occhi distratti, ma poi nel pomeriggio già spariscono… Luciano era uno di loro”.

La solitudine affettiva e sentimentale era per me un tema centrale prima che iniziassi a scrivere: in ogni romanzo che si legge oggi il primo rapporto sessuale è a pagina cinque, in ogni film il primo rapporto sessuale arriva dopo dieci minuti al massimo. Viceversa, c’è tutta un’umanità esclusa dall’amore e dal sesso, e io volevo che il protagonista fosse parte di quella. Ho voluto portarlo fino al paradosso: l’ultima sua storia d’amore è all’asilo…

Michel Houellebecq ha saputo raccontare questa solitudine in modo devastante, penso soprattutto a Estensione del dominio della lotta.La sessualità, sostiene e io concordo con lui, è la nuova forma di gerarchia sociale. Il mio personaggio non va nemmeno con le prostitute, anzi, si indigna di fronte a quelli che in macchina rallentano sul Terraglio mentre sembrano sfogliare il catalogo ambulante delle passeggiatrici in esposizione.

Luciano mi sembrava un personaggio ancora sconosciuto ai romanzi, eppure è una figura sempre più diffusa, io credo, perché l’atomizzazione di tutto e di tutti fa sì che sempre più persone rimangano sole. Luciano, però,non è disperato, avverte che la sua solitudine è una forma di non omologazione, per quanto ne soffra. Nelle pagine che si concentrano su di lui ho alzato il tiro anche dal punto di vista stilistico, ed è infatti una delle parti a cui tengo di più:il suo “tema” è tra quelli che più mi premevano.

 

 

L’inettitudine del nerd odierno è sublimata nel lavoro…

È vero, possiedono un’intelligenza un po’ cervellotica, un po’ autistica… Al tempo stesso,questo attrito mi piaceva:un personaggio,sempre rimasto ai margini, si trova improvvisamente al centro di tutto, semplicemente perché si è specializzato nella tecnologia, formula magica universale.

La tecnologia diventa un surrogato della vita e ti mette al riparo degli attriti a cui la vita reale invece ti espone.

Luciano è, infatti, il perno della vicenda. Ma anch’io mi sento un po’ nerd … La difficoltà ad aderire alla vita la condivido. È quanto, però, ti garantisce uno sguardo più acuto sulla vita.

Ricordo Zeno Cosini, altro inetto esemplare:“La salute non analizza se stessa. Solo noi malati sappiamo qualche cosa di noi stessi”.

I tipi umani sono sempre gli stessi, cambia la dimensione della realtà in cui si calano. A me interessava vederli calati nella contemporaneità più all’avanguardia, quella tecnologica. Volevo verificare quale evoluzione potessero avere quei tipi umani, capire che cosa possano mai diventare.

Nel mondo di Svevo, essere inetto ti consentiva di avere uno spazio, per quanto marginale, in cui riuscivi a sopravvivere, oggi questo non ti è più concesso. In questo mondo devi marciare alla sua stessa velocità, e tenere il passo, altrimenti sei espulso.

L’inetto è chiamato a integrarsi totalmente, a correre alla velocità del mondo: gli è chiesto di rinnegare la propria natura.Ha il dovere di essere felice come tutti gli altri.

 

 

Luciano, però,cerca di chiamarsi fuori. Ma ha davvero preso in mano le redini della propria vita? Più che altro, sembra aver fatto un passo indietro.

Nella pagina finale, al parcheggio,quando lascia il posto a uno in attesa, è contento perché fa felice qualcun altro. Ha la sensazione di aiutare il mondo ad andare avanti: il mondo era in coda ad aspettare, e lui, liberando un posto, aiuta l’accelerazione del mondo. Fatto sta che rimane comunque dentro quel mondo, non se ne è tirato fuori.

Correggimi se sbaglio: tu parli di accelerazione, ma il mondo di cui racconti è in preda a un’accelerazione priva di direzione, “no direction home”. Un’accelerazione fine a se stessa.

È così. L’altra parola chiave è “competitività”: tutti devono essere sempre competitivie, se tutti devono essere competitivi, nel mondo delle aziende l’agonismo è portato all’estremo ed è fine a se stesso.La vita di tutti è completamente “aziendalizzata”, e ciascuno è chiamato a rinegoziare la propria posizione nel mondo.

Non può esserci equilibrio, perché equilibrio vuole dire che sei fermo, ed è sinonimo di morte. Devi rimetterti continuamente in gioco, devi riposizionarti –per dirla con un verbo orribile. Lo scopo è di fare andare avanti questo sistema.

 

Umberto Eco ritratto da Tullio Pericoli

 

La sindrome dello squalo, in altre parole. Giorgio De Lazzari, il personaggio che tu citi con le iniziali, gdl, è invece perfettamente integrato, al punto che non ha neppure chiaro il senso del proprio agire, la propria mancanza di etica. Richiamando la formula di Umberto Eco, che parlava di “apocalittici e integrati”, nel tuo romanzo sembrano esserci soltanto gli integrati, mancando invece gli apocalittici. Anche Luciano,in fondo,è integrato. Anche Alberto, figura di imprenditore progressista, è parte del sistema, né ha intenzione di combatterlo, forse gli basterebbe correggerlo.

Alberto è consapevole dei problemi, ma non dispone di un solo strumento per bloccare questa realtà: la asseconda cercando, nel suo piccolo, di essere attento ai particolari, agli aspetti umani. Non vuole mentire, vuole aiutare tutti… Alberto ha piccoli abissi di consapevolezza: spinge il mondo ad accelerare ma poi, per sé, vorrebbe più lentezza, vorrebbe la vasca anzichéla doccia. Come certi grandi imprenditori informatici che non vogliono che il figlio tocchi un tablet… una contraddizione che anche Alberto avverte. Eppure non si chiama fuori, non può, non ha nemmeno l’intenzione di opporsi.

 

 

Vorrebbe correggere il sistema accettandolo: un sistema in cui, inevitabilmente, trionfano i tanti gdl. L’atteggiamento responsabile di Alberto non sembra avere molto spazio. Perde pezzi in continuazione, non soltanto dell’azienda, ma anche della propria umanità. Un franare progressivo, uno smottamento del senso, un’accelerazione centripeta, come una trottola. L’ultima parola del romanzo è,tuttavia,“primavera”.

Non me la sono sentita… sono troppo legato ai personaggi che creo, non ho voluto infierire su di loro. Ho scelto un finale positivo, ma neppure tanto: rimane ambiguo,perché Luciano, che più di tutti voleva contrastare l’accelerazione, capisce che lui pure deve cercare di guardare avanti.

Ho lavorato molto su questo finale, che mi ha messo in difficoltà. È stato uno dei primi pezzi che ho scritto, prima ancora di avere in mente la trama definita del romanzo.

Mi rendevo conto che strideva, in parte, con le pagine precedenti, eppure segnalava anche l’ambivalenza che contraddistingue la figura di Luciano. La primavera apre comunque a una speranza, è un’immagine positiva, seppure un po’ avvilente.Dietro all’ipotesi che qualche cosa comunque resista,si avverte un certo pessimismo di fondo. Credo sia possibile mantenere una coscienza critica, la consapevolezza etica della propria responsabilità, come Alberto, ma al contempo sento che qualche cosa va sempre irrimediabilmente perduto: non è più possibile fare il piccolo passo indietro che consentirebbe di prendere un’altra direzione, migliore. Oramai la direzione è quella, il libro lo fa capire, e abbiamo perduto molto.

 

Nel tuo libro appare una Marghera divisa tra un passato industriale, descritto con inusuale partecipazione anche poetica, e il presente post-industriale dell’innovazione tecnologica.

Ho iniziato a frequentare Marghera quando ho cominciato ad avere in mente questo romanzo, nel 2013, l’anno successivo alla pubblicazione del precedente, Perciò veniamo bene nelle fotografie. Mi interessava molto la figura del nerd, e l’abbinamento con Marghera è stato naturale, perché lì aveva sede l’azienda di consulenza informatica di un amico: al Vega, appena fuori della stazione di Porto Marghera. Lì sopravvive ancora qualche esempio di vecchia architettura industriale, come la torre Hammon, parte della Montecatini. Gli altri edifici sono nuovi, in vetro.

A Marghera ho sentito ancora vivo l’emblema del lavoro di una generazione di operai che ha consentito anche a me di studiare e accedere a un benessere di cui nessuno di loro ha mai goduto. Io sono figlio di quella “cosa”, di quella cultura industriale che ha fatto uscire la nostra terra da una povertà tremenda.

Mio padre ha potuto pisciare in un cesso solo dopo i diciannove anni, altrimenti la faceva per i campi. Ho percepito, a livello emotivo, che il paesaggio di Marghera esprime anche quel “salto”. Non per questo dimentico quanto – facendo quel salto – è andato perduto.

Se l’industrializzazione ha comportato grosse perdite, la scelta della tecnologizzazione estrema e l’accelerazione della competitività ne comportano di immense: oggi,tu vedi le persone raggiungere i posti di lavoro in macchina ma sempre da sole, atomizzate. Fare un passo indietro non è possibile, e peraltro nessuno lo chiede davvero. Chi decide di farlo è bollato come nostalgico.

 

Di recente sembra aumentarel’interesse per il mondo del lavoro, per i mutamenti che porta con sé.Penso, in particolare, ai libri di Vitaliano Trevisan, Works, e di Giorgio Falco, Ipotesi di una sconfitta. Se entrambi sono una sorta di autobiografia raccontata in prima persona, attraverso il lavoro, il tuo stile sembra in controtendenza: il tuo è un romanzo, e non auto-fiction, narrato in terza persona da un autore onnisciente,che usa uno stile ricercato e apre ampi paragrafi descrittivi, caratterizzati da una notevole letterarietà.

Non avevo mai scritto in prosa. Volevo una voce esterna all’accelerazione, ma che sapesse raccontarla. Ero consapevole di non avere più a disposizione gli strumenti della poesia, ed è stata questa la cosa più difficile: non potevo più avvalermi del verso, che detta il ritmo – adesso il ritmo lo doveva dettare la storia.

Avevo, per di più,il problema della voce:mi veniva a mancare l’ampia gamma di lessico che avevo potuto utilizzare in Perciò…, per esempio i termini pop mescolati con quelli più alti. Qui la gamma è molto più limitata. Ho scelto uno stile ampio a livello sintattico, non paratattico, che trovo soffocante. Non a caso inizio con “Sebbene”, cui segue una frase che si sviluppa nelle sette righe successive: se non altro, chi legge sa subito che cosa lo aspetta. Alcuni passaggi sono più densi, più lirici;altri più descrittivi, inevitabilmente al servizio della narrazione, dialogici. L’unica cosa in comune con Perciò…– per il resto la rivoluzione è stata totale – è la ricorrenza delle sententiae,gli aforismi che lì spesso chiudevano un gruppo di versi, mentre qui sono inseriti anche all’interno delle riflessioni dei personaggi. Il modello, per il contenuto, è certamente Houellebecq, quello dell’Estensione del dominio della lotta, l’unico che già negli anni Novanta abbia scritto un romanzo sul mondo dei programmatori informatici – non me ne vengono in mente altri.

Per quanto riguarda lo stile a cui vorrei un giorno approdare, il modello è Il giorno del giudizio di Salvatore Satta, che presenta un contenuto del tutto diverso, la Nuoro del primo Novecento, ma con uno stile di grande limpidezza.

 

Uno stile che sembra provenire da un altro tempo e crea attrito. I letterati hanno sempre avuto una certa difficoltà nel raccontare il mondo dell’industria. Un mondo che tu hai anche studiato, è vero?

Ho letto tutti i romanzi “industriali” del Novecento: da Tre operai di Carlo Bernari in avanti, Ottiero Ottieri, Paolo Volponi, Luciano Bianciardi,Goffredo Parise,fino a La dismissione di Ermanno Rea. Tutti hanno contato molto per me. E tuttavia mi è sempre stato evidente lo scacco del letterato nel raccontare l’industria, che non a caso Ottieri definiva “inespressiva”, aggiungendo, a proposito della fabbrica: “Lo scrittore, il regista, il sociologo, o stanno fuori e allora non sanno o, per caso, entrano, e allora non dicono più”.

Se per Ottieri il mondo delle fabbriche era un mondo chiuso, oggi invece le barriere sono quasi completamente crollate. Io sono potuto entrare in azienda e starmene lì a guardare tutto: non c’era alcun muro, il che mi ha permesso non solo di osservare ma anche di assimilare il lavoro che si svolgeva in quegli spazi.

Nell’arco di tre anni sono tornato spesso nell’azienda di Marghera, tanto da voler riprendere anche nel libro il concetto della mancanza di barriere: mentre sta telefonando in aeroporto, gdl va dentro e fuori da un negozio duty free, che per definizione non ha confini, appunto.

Tutto ciò evoca l’immagine del negozio pervasivo in cui stiamo sempre: basta cliccare sul telefonino e compriamo qualsiasi cosa desideriamo. Il succo di queste riflessioni mi viene da un saggio del sociologo tedesco Hartmut Rosa, che Einaudi ha pubblicato nel 2015: Accelerazione e alienazione.

 

Oggi, gdl sembra essere il modello più diffuso.È totalmente dentro il sistema, ma sembra nemmeno accorgersene…

Nemmeno lui sta benissimo:soltanto quando si accorge che la sua felicità dipende da quanto riesce a far contento Alberto, ha un barlume di lucidità. Eppure, nemmeno su di lui ho infierito: anche gdl prende coscienza della propria solitudine, anche in lui si aprono piccoli abissi di consapevolezza. Anche a lui ho prestato qualcosa di me.In realtà, mi sono divertito molto a raccontarlo. È il personaggio più dinamico, è lui che mette in moto il meccanismo narrativo.È un personaggio che “non finisce”, lo lascio a cullarsi nell’immagine di potenza che ha di sé, convinto di avere un intero mondo di possibilità.

Forse a te manca la crudeltà di Houellebecq, il suo sguardo raggelante, e molto probabilmente è una fortuna, almeno dal punto di vista umano. Un briciolo di umanità ti rimane e rimane nei tuoi personaggi. Detto questo, ti senti uno scrittore generazionale? Dopo i trentenni precari, ora accompagni la tua generazione che entra nel mondo del lavoro.

Ho sempre scritto dei miei coetanei, mala definizione di “scrittore generazionale” risulta più calzante per l’altro mio libro, Perciò… Qui,direi, un po’ meno, per quanto una continuità tra i due libri ci sia. Tuttavia, ho la sensazione che, mentre allora la precarietà riguardava una generazione ben precisa, ora il paradigma dello spaesamento non riguarda soltanto la mia generazione: sta disorientando e coinvolgendo tutti, a prescindere dall’età.

 

 

Il ritratto che tu delinei è drammatico.A proposito dei colloqui di lavoro a cui si sottopongono questi giovani, scrivi: “Quella testardaggine nell’inadeguatezza, forse, però, era segno di qualcosa di nuovo, come se la loro incompetenza e la difficoltà nel venire a capo di un problema fossero improvvisamente divenute una responsabilità e una colpa altrui – della società, dei capi, dei padroni –, da cui una specie di cocciuto orgoglio da loser, abbinato persino a un po’ di boria, ma senza nessuna coscienza di classe o ideologica, anzi frutto di una deriva individualistica portata allo stremo. ‘Mettetemi alla prova: riuscirò a sbagliare sempre’ sembrano voler dire, perché nessuno ha mai comunicato loro che non sono all’altezza, nessuno li ha mai davvero rimproverati, nessuno ha mai provato a correggerli, e così qualsiasi loro carenza è un j’accuse verso il resto del mondo, una mancanza di cui si deve fare carico il sistema, l’evidenziazione di una falla di cui loro sono soltanto portatori , se non addirittura vittime sacrificali”.

A me viene in mente il bel libro di Stefano Laffi, La congiura contro i giovani, pubblicato da Feltrinelli nel 2014. Con lui condividi il ritratto impietoso di una generazione inadeguata, fuori scena, frutto di una deriva individualistica, ma soprattutto del clamoroso fallimento degli adulti.

I bambini e i ragazzi di oggi non imparano mai attraverso gli errori, perché c’è sempre un adulto che interviene per il ragazzo prima che commetta l’errore: come faranno a imparare?

 

 

Nel romanzo sono assenti le figure paterne…

Però due personaggi diventano padri.

Sì, ma tutto fa pensare che i meccanismi educativi a monte di quel contesto saranno prontamente replicati. Oltretutto, il tuo romanzo è centrato sulle figure maschili.

Scegliere una programmatrice –sebbene ce ne siano: è una netta minoranza in aumento, ma rimangono sempre poche – sarebbe stata una scelta molto forte. Io volevo raccontare la situazione standard, e la percentuale di donne nel mondo dell’informatica è bassissima.

Non manca, però, la vita privata dei personaggi, dove le donne fanno in certo modo da specchio ai protagonisti.

Paola, moglie di Alberto, è una figura positiva; Matilde è lo specchio di Luciano, piena di dubbi e incertezze, priva di fiducia in se stessa, tuttavia alla fine compie una scelta coraggiosa, di solitudine. In questo,intravvedi anche una mia cautela di scrittore nel descrivere le figure femminili. Quelle che appaiono nel ruolo di compagne sono più che altro “suggerite”, non rappresentano un’alternativa reale, sono dentro la stessa trottola.

Ci sono anche le due donne di dgl, che sembrano intercambiabili.

Sì, perché gdl ha bisogno di quella moltiplicazione di possibilità anche in amore. In realtà entrambe le donne soffrono per questo ruolo, lo si intuisce. Così è per Veronica, sicuramente. Ma gdl ha bisogno di una persona che si appiattisca su di lui, sulla sua personalità, come molti uomini.

 

Casier di Treviso

Nel tuo libro, il paesaggio anonimo delle periferie urbane è parte integrante del racconto, e ricorda certi film di Michael Haneke. “Un tardo crepuscolo dai colori anni ’70 impallidiva alle finestre dell’appartamento che Alberto condivideva con Paola, a Casier, poco lontano dalla Sil Ceramiche, oramai dismessa come molte altre fabbriche della zona, le veneziane abbassate, il prato che avrebbe dovuto allietare i dipendenti ormai incolto, i muretti grigi sbrecciati a delimitare i posti auto, le ringhiere blu con geometrie lievemente sghembe, e la ragione sociale dell’azienda rimasta a dare il nome a quei pezzi di cielo, DueTi, Zorzi, Ferp, C.R.E.V., con le lettere color amaranto, senape, celeste stinto, moquette di alberghi jugoslavi, le luci sbiadite dei dischi volanti […] non un simbolo della crisi economica ma un archetipo del mondo incapace di rinnovarsi…”

I colori dei dischi volanti – io li vedo alle fiere fuori casa mia – non esistono più…

Il mio apprendistato poetico fa sì che l’occhio cada sul nonpaesaggio, che è comunque un paesaggio, per quanto in genere lo si intenda come negazione.

Un paesaggio uniformato,che non ha più una propria connotazione localistica. Mentre Marghera è Marghera, e il paesaggio le appartiene ed è suo e soltanto suo, tutto il restante sfondo urbano dipinto nel libro potrebbe essere un posto qualsiasi della pianura padana.

 

 

Il libro fotografico Atlante dei classici padani ne traccia le caratteristiche: le rotonde, le palme, i centri commerciali, le chiese brutaliste, tutti tratti che accomunano il Nord Italia da Cuneo a Trieste. Io ho l’ossessione della toponomastica, per cui tutte le località le distinguo con grande precisione. Non credo, tuttavia,che nella periferia di Brescia, di Novara, tu possa trovare posti diversi da quelli della provincia veneta.

È tutto uniformato. Sicché si è spezzato il rapporto tra un luogo e chi ci vive, il rapporto emotivo, psichico, o meglio:se il paesaggio è appiattito, ciò significa che siamo appiattiti anche noi. Livellati e squallidi. Ma è un degrado di cui nemmeno ci accorgiamo.

 

Degrado padano