Pierluigi Panza: “Narrativa e biografia contro l’analfabetismo umanistico.”

Professor Panza, a suo parere è possibile individuare delle caratteristiche comuni tra le opere finaliste e, più in generale, tra le opere partecipanti al Premio?

Direi proprio di sì. Per le opere di narrativa è il tentativo di evitare il populismo estetico e di trattare l’esperienza letteraria come un’azione di denuncia capace di creare un senso simbolico, un’utopia. È l’intento di porsi come alternativa all’intrattenimento proposto dalla televisione e dal cinema.Questi sono elementi che hanno orientato anche le scelte della giuria.

 

E per la sezione Biografia, ha individuato dei tratti comuni?

In generale ho riscontrato qualità di ricerca e capacità nell’esprimersi. Nei lavori dedicati a Benedetto XVI e Sindona ho apprezzato anche un grande impegno nella ricostruzione della biografia. È un discorso che vale anche per le opere di Alessandra Necci, Sergio Romano e André Vauchez, purtroppo escluse dalla terzina finale.

 

Quali sono stati i criteri prioritari con i quali ha esercitato la sua scelta per le due sezioni?

Personalmente, nella sezione narrativa ritengo significativo valutare il cursus honorum dello scrittore.

Talvolta, il libro segnalato non è il migliore, ma credo che all’autore vada assegnato un riconoscimento all’attività di tanti anni. Penso a Permunian e Siti, ma anche Zaccuri ha dimostrato continuità di produzione. In sintesi, tendo a non premiare lavori estemporanei.

Nelle biografie, invece, ricerco la qualità filologica e il lavoro sulle fonti.

Ho riscontrato questi pregi non solo nelle opere finaliste; ma anche in quelle dedicate a Mario Rigoni Stern e Grazia Deledda. Michon, invece, è davvero un caso a sé stante: quasi a cavallo tra la saggistica e la narrativa, con una qualità tale da superare il limite dei recinti.

 

 

Quest’anno il numero e la qualità delle opere tra le quali scegliere sono stati particolarmente elevati, un bel segnale per il Premio. Ma c’è qualche libro che le è dispiaciuto lasciare fuori?

Penso subito a “Isabella e Lucrezia” di Alessandra Necci, in ballo fino all’ultimo.

 Necci lavora da anni su biografie di grandi uomini politici francesi e le sue opere hanno un respiro europeo. È un fiume in piena e ha grandi possibilità di imporsi a livello internazionale occupandosi di personaggi dell’Europa colta.

Anche “Come sugli alberi le foglie” di Gianni Biondillo meritava una sorte diversa. Biondillo è architetto di formazione, ma è passato da tempo alla scrittura.

Si occupa di figure dell’architettura moderna del ‘900, è scrittore a tutti gli effetti e ha spazio sui giornali. In entrambi i casi, si tratta di autori già affermati per i quali arriveranno di certo altri riconoscimenti.

 

 

A proposito delle case editrici, dopo i grandi accorpamenti la situazione è migliorata o peggiorata?

Le case editrici sono in sofferenza ormai dal 2008 a causa di contingenze internazionali e a ciò va aggiunto l’impatto della cultura digitale. Soffrono i libri, ma soffrono anche i giornali e lo dimostra il calo degli investimenti che ha penalizzato l’editoria negli ultimi anni.

Ritengo che la cultura digitale abbia determinato conseguenze estremamente negative nel comparto e abbia facilitato una sorta di analfabetismo umanistico.

E’ stato calcolato che dopo venticinque secondi l’attenzione alle informazioni giornalistiche digitali precipita: se pensiamo ai tempi decisamente più lunghi che richiede la narrativa, non c’è da meravigliarsi se poco meno del 45% degli italiani acquista un solo libro all’anno. Ma acquistare un libro e infilarlo nella valigia prima di partire per le vacanze non significa leggerlo.

Non sottovalutiamo, inoltre, la dimensione solipsistica favorita dai social e che affligge la generazione digitale. Una generazione che rifiuta i libri perché rifiuta la cultura stessa dei genitori.

 

 

Eppure assistiamo a un proliferare di manifestazioni dedicate ai libri.

Sono troppe in un Paese di non-lettori. Se penso al Salone del libro di Torino, ho l’impressione che gli organizzatori siano sulla difensiva. Il fatto che l’evento con Checco Zalone come protagonista sia stato il più seguito, dovrebbe fare riflettere. Credo che il migliaio di spettatori presenti, più che lettori, siano stati fan in trasferta. A Milano Tempo di libri, invece, ha una sede a mio avviso troppo lontana dal centro. Il costo della trasferta, il biglietto di ingresso e i pochi sconti certamente non invogliano il pubblico dei lettori. Book City, al contrario, è qualcosa di diffuso in città, una rassegna postmoderna pensata per avvicinare nuovo pubblico attraverso un coinvolgimento collettivo che non riguardi solo i libri. Esattamente come è concepito il Salone del Mobile.

Allo stesso modo bisognerebbe ripensare anche i festival letterari che rischiano un pericoloso conformismo. È come una sorta di rito che si autocelebra in cui appaiono i soliti personaggi, i soliti autori e i soliti selezionatori.