Pietro Nenni Sergente di Comisso

L’amico Carlo Bo, critico acutissimo, incontrato a Urbino, avendo preso a raccontargli di uomini contemporanei addentro alla storia d’Italia, da me conosciuti, mi disse come un’esortazione che avrei dovuto scrivere questa storia servendomi delle mie occasioni. Con il passare degli anni, avendo buona memoria, si finisce per diventare un archivio.

D’altra parte l’Italia è come una nave in viaggio, dove, dopo qualche tempo, si finisce per conoscersi tutti. Più ancora si riduce a essere la piazzetta di un villaggio dove le novità vengono subito riferite e commentate e ci si meraviglia di chi, poco considerato, sia d’improvviso diventato importante e potente.

 

Durante i giorni dell’elezione del presidente della Repubblica, ritornava spesso il nome di Pietro Nenni. Il martellare di questo nome finì con il perforare la mia memoria e sorse questo ricordo. Nell’ottobre del 1918 ero a Crespano del Grappa con la mia compagnia di telefonisti al servizio di una divisione del IV Corpo d’Armata che presidiava quei monti a estrema difesa della pianura.

Il paese era piccolo e povero, non vi erano le solite ville che subito venivano prese di mira dai comandi per abitarle: ci sistemammo nell’unica casa un poco ampia, aggregandoci per certi servizi logistici a una sezione di bombardieri. Tra un reparto e l’altro eravamo in diversi ufficiali e avemmo una mensa in comune, di cui, come più elevato in grado, ebbi la responsabilità.

 

Nel reparto di bombardieri vi era Pietro Nenni, con il grado di sergente maggiore. Si sapeva che era un uomo politico e giornalista; così per deferenza lo invitammo a mangiare con noi alla stessa tavola. Più anziano di noi, aveva spesso un tono paterno e ci consigliava, entrando nella vita, di prenderci una moglie.

Egli ci dichiarava che nella sua vita era stato sempre sorretto nei momenti difficili di lotta politica dalla sua compagna.

Le sue parole, sebbene dette con pacata generosità, ci entravano da un orecchio e ci uscivano dall’altro. Eravamo teste balzane di vent’anni, vi era anche un giovane volontario di guerra, triestino, che fatto prigioniero dai russi si era poi arruolato nell’esercito italiano. Nella sua vicenda di guerra era stato fino in paesi dove si aravano i campi con i cammelli e ci cantava le canzoni dei cosacchi alle quali noi si faceva coro. Nenni  ci ascoltava sempre tollerante e pensoso.

Una sera gli ufficiali dei bombardieri invitarono altri degli arditi di passaggio per andare sul Grappa.

La baraonda fu enorme perché non vi erano piatti per tutti e gli arditi mangiavano in quelli dei bombardieri, poi presero a tirare contro tutti pezzi di pane e frutta, infine si sedettero nel mezzo della tavola sfondandola.

Non mi era possibile tenere ordine in quella mensa e anche la contabilità era confusa. Allora proposi al sergente maggiore Pietro Nenni di occuparsene lui. Regolarmente mi dava le note delle spese  e sotto vi metteva la sua firma breve e minuta lievemente in ascesa.

Durante quel mese egli ebbe una breve licenza per andare a Milano. Al suo ritorno lo si accolse trionfalmente perché ci portò la notizia che la guerra era prossima alla fine. Aveva incontrato Mussolini e questi gli aveva confermato che era vero e che già si preparava alla lotta politica facendo uscire il « Popolo d’Italia », che dirigeva, in quattro edizioni annunciate dall’ urlo delle sirene nei punti centrali di Milano. Ricordo che Nenni aveva soggiunto che Mussolini gli aveva proposto di collaborare con lui, ma egli diceva di avere ritenuto prudente non aderire.

Noi si sapeva ben poco di Mussolini, era noto che era socialista e che era stato favorevole alla guerra, che era andato volontario al fronte, che era stato ferito e che il Re lo aveva visitato; quello che a noi importava era la notizia sicura che Nenni ci aveva portato della prossima fine della guerra.

 

 

Da alcuni giorni su tutto il fronte non si sentiva più il cannone. Nell’esercito le notizie, anche le più segrete, facevano presto a circolare e già i soldati dicevano che la guerra era finita e volevano andarsene dalle trincee.

Il Comando per trattenerli fu costretto ad aprire forti bombardamenti della linea nemica come se vi si presentassero minacce di sortita. Pare invece che la svolta di quella storia sia consistita nel fatto che la Germania aveva iniziato con i nostri alleati approcci per la pace che sarebbe avvenuta  mentre l’Italia si trovava ancora con una parte del Veneto invasa. Subito il comando supremo, per evitare la triste sorpresa, aveva deciso in quei giorni quell’offensiva dal  Piave al Grappa che doveva essere l’ultima e prendere il nome da Vittorio Veneto.

Nella notte passavano lunghe colonne di autocarri che portavano truppe fresche e cannoni sul Grappa. Anche gli ufficiali dei bombardieri ebbero tutti l’ordine di raggiungere i loro pezzi schierati tra il Tomba e il Pertica.

 

 

Pietro Nenni mi portò i resoconti della mensa e mi disse che si sarebbe sciolta. Da intenditore romagnolo egli era stato un ottimo direttore. Anche se vi fosse stata la battaglia, gli ufficiali avrebbero pure dovuto mangiare.

Avevamo una teleferica che dai pressi di Crespano portava a un punto vicino ai baraccamenti degli ufficiali dei bombardieri e a quelli dei miei colleghi. La mensa non si sarebbe sciolta, egli doveva rimanere a Crespano e io pure, perché dovevo provvedere alla spedizione del materiale occorrente, ed egli avrebbe provveduto per il cibo meglio ancora di prima, perché bisognava dare coraggio a quelli che sparavano.

Nell’accogliere la decisione, soggiunse con la sua voce sempre pacata e pensosa che, adatto ad altri combattimenti, lassù sul Grappa non avrebbe potuto riescire molto utile.

 

Quella battaglia durò pochi giorni; ebbe tuttavia ore cruente perché gli ungheresi, schierati davanti a noi, non volevano cedere, e furono i più ostinati difensori di quell’impero che doveva crollare; ma gli arditi, con i loro ufficiali venuti alla nostra mensa, li freddarono nelle trincee dei Solaroli e del Pertica a colpi di pugnale.

Quella teleferica, che durante la battaglia aveva portato le pietanze della nostra mensa curate da Pietro Nenni agli ufficiali, riportava giù i nostri soldati feriti che provvisoriamente venivano lasciati a riposare sotto alle fronde dei castagni.

Con la vittoria la mensa si sciolse e ognuno proseguì per la sua strada e per il suo combattimento.

Giovanni Comisso

Il Gazzettino, 10 gennaio 1965