“Quella voce poco fa”. Intervista a Saveria Chemotti

Saveria Chemotti
Saveria Chemotti

Creatura toccata dalla malasorte, Tilde sprigiona da un corpo sgraziato una voce che è insieme speranza e riscatto.
La sua vita interseca la grande storia degli anni Venti, Trenta e Quaranta, ne reca inscritto il dramma, le illusioni frustrate, e si colloca come baluardo di un’inesauribile resistenza del quotidiano.
Quella voce poco fa” (Iacobelli editore, 2019) conferma il talento letterario di Saveria Chemotti e ci regala una protagonista di assoluta e indescrivibile bellezza.

L’intervista

“Quella voce poco fa” è un testo a forte vocazione visiva. Il richiamo all’osservazione – al disvelare attraverso gli occhi – si avverte sin dalle prime pagine come atto connotativo dei singoli personaggi, sovente colti a scrutare, spiare, contemplare il mondo e di conseguenza l’altro. Quali possibilità apre quest’attenzione allo sguardo?

Dentro allo sguardo è contenuto il mondo. Il modo di vedere degli uomini rivela le loro abitudini, le loro predisposizioni, il proprio essere. Così come certi suoni, che sembrano parlare da soli (pensiamo a Tilde, “Til-til”: nel nome esiste un suono che richiama altri suoni). Disvelare il suono delle parole dovrebbe essere il compito di uno scrittore e io ci ho provato, conferendo ai personaggi uno sguardo particolare, introspettivo e lungimirante. Un orizzonte su cui si colloca la loro vita, la loro avventura, i loro sentimenti contrastanti, la loro storia.

Non solo la vista, però. Il richiamo ai sensi è centrale nell’opera e investe tanto l’olfatto quanto l’udito, esplicitamente sollecitato dal malinconico titolo. Tilde (nome quasi parlante, capace di racchiudere in sé le suggestioni del suono) ha una voce incantevole, che diviene strumento di conoscenza e accettazione di sé. Da dove nasce quest’idea e che suggestioni reca con sé?

Sono felice tu abbia colto la particolarità del nome di Tilde, quella ‘stranezza’ sonora che è poi, in realtà, espressione concreta del suo essere. La voce di Tilde è la voce della natura, della femminilità che dà vita e si erge sopra le sventure, della grazia che attinge dalla natura (alberi, animali, cielo e nuvole) la sua colonna sonora, variazione su variazione. Così la stimolazione dei sensi che spesso lasciamo spenti dinnanzi alla meraviglia che ci circonda e che ci offrono scampo dinnanzi alle difficoltà.

Una singolarità del libro è data dalla presenza di citazioni all’inizio di ciascun capitolo. Tra i brani scelti e l’episodio poi narrato vi è una relazione strettissima, che pone i primi come anticipazione del percorso esistenziale di Tilde. Come hai operato la selezione dei testi?

Il melodramma, la vera passione di Tilde, è costruito su overture. Mi piaceva l’idea di collocare versi all’entrata dei singoli capitoli e già qui, in questa scelta, sta il filo diretto tra i brani scelti e la storia. Le parole delle mie autrici predilette – ma anche delle canzoni popolari e delle arie operistiche – accompagnano il cammino di Tilde e delle sue relazioni, fotografano aspetti della sua crescita e di quanto accade intorno a lei. Ecco, i versi poetici vogliono essere questo: un’introduzione al tema del capitolo, un piccolo nucleo di note che consentono al lettore di avvicinarsi con curiosità a quello che verrà raccontato.

Il rapporto di Tilde con la natura assume i tratti di una compresenza osmotica. Qual è il valore di ciò?

Assolutamente vero: Tilde è dentro la natura ed è natura essa stessa. Ma non si tratta solo di natura botanica e degli animali, bensì di qualcosa di più profondo, che rivela una storia pregressa, un’eredità, una tradizione che Tilde recupera e fa sua. Penso ai graffiti sui monti o alle sculture sui Liscioni. La natura riconosce Tilde e attraverso di essa lei riconosce se stessa, scoprendosi parte viva del territorio e della sua gente. In questo consiste la bellezza assoluta di Tilde.

Accanto a donne di rivoluzionaria grandezza (su tutte Gige, ma anche la coraggiosa, indipendente donna Augusta), si collocano personaggi maschili dalla tempra straordinaria. A quale di questi ti sei più affezionata?

Anzitutto Bastiano, che io chiamo il ‘mio’ cacciatore. Egli è una specie di padre d’anima, generoso e accogliente. Poi ovviamente Adamo, il brigante, che riprende un personaggio realmente esistito nei paesi della valle trentina in cui colloco il romanzo. Di lui esistono storie e testimonianze; era una sorta di Robin Hood, oppositore del fascismo e dedito agli ultimi, sempre pronto ad aiutare la gente disperata a superare fame e miseria. Più che un bandito è un cavaliere gentile, dotato di rara forza e sensibilità. E poi, ovviamente, è il grande amore di Tilde. Generalmente nei miei romanzi i personaggi maschili non sono così positivi. Stavolta, tuttavia, hanno una funzione fondamentale, di crescita e amore insieme. In quello che, in fondo, è un romanzo di formazione, Tilde impara anche grazie a loro l’importanza della cultura. Spinta dagli insegnamenti di Gige, dai libri di Bastiano, dalla forza di Adamo, ella dedica tutte le sue energie alla costruzione di una scuola, sorta di lascito alla sua comunità. Questo è un aspetto a cui tengo molto, giacché mi interessava sottolineare l’importanza della cultura come processo intrinseco di formazione in anni massacrati dalla guerra e dalla povertà. È un compito a tutt’oggi reale e necessario, per trasmettere alle nuove generazioni valori che non possiamo rischiare di perdere.

Saveria Chemotti - Quella voce poco fa

“Quella voce poco fa” di Saveria Chemotti

recensione di Ginevra Amadio

Sfugge a un rigido incasellamento quest’opera di Saveria Chemotti intensamente sospesa tra fiaba e romanzo, tesa alla rievocazione di un mondo antico che si accompagna a un partecipato spirito di osservazione, mezzo essenziale al disvelamento di realtà insondate, troppo drammaticamente altre per poter essere afferrate da uno sguardo ‘neutro’. Minando i principi cardine del senso comune – a partire da una storia che attraversa i generi – l’autrice dà vita a un personaggio che riassume in sé la carica rivoluzionaria dei ‘diversi’, essendo anzitutto donna e poi deforme e balorda, dunque necessariamente esclusa dal consesso sociale.

La vicenda di Tilde si colloca sullo sfondo di un Trentino mitico, la cui atmosfera bucolica è squassata dalle “mitraglie” della Grande Guerra, anticipazione ‘pubblica’ di un dramma intimo e silenzioso: la nascita di una creatura strappata a forza dall’utero, malformata e quindi trattata come un “abbozzo repellente“. In quest’attacco c’è già la forza dell’opera di Chemotti, il valore sovversivo di Tilde e la sua capacità di farsi campione di un’umanità autentica, rivelata mediante un gioco di opposizioni che da un lato rievoca la divisione fiabesca tra buoni e cattivi, dall’altro abbraccia lo scavo interiore tipico del novel.
Il corpo martoriato della protagonista è un potente mezzo di diffrazione della normatività sociale; ne svela i crimini, la violenza sottile o esplicita, costringe persino a rivedere i parametri del proprio giudizio.

Senza mai cedere alla compassione, l’autrice accompagna Tilde nel suo bizzarro itinerario esistenziale ponendole accanto personaggi da epica quotidiana, tutti comunque altri rispetto al modello e per questo più idonei a cogliere la bellezza del non-visibile.
A crescere la bambina – rimasta orfana di madre già tacciata di stregoneria – è un cacciatore solitario e schivo, Bastiano, che le dona un amore incondizionato fatto di gesti e premure, piccole eroiche azioni contrapposte alla “carità pelosa” delle beghine del paese, sempre rigorosamente attente a tenere ‘il mostro‘ lontano dagli occhi. E poi Edvige – Gige – giovane puericultrice che di Tilde sostiene i sogni, accarezza la scorza dura da ‘pelle d’albero‘ e ne trae femminilità senza violenza, scorgendo nel fondo di “quegli occhi stralunati” un animo “sensibile, delicato, intelligente“. Sarà lei ad avviare Tilde alla strada del canto, a cogliere nella sua voce un elemento di bellezza senza interessi, un semplice e angelico dono della sua natura aggraziata. Il suo è un personaggio straordinario, una figura materna non intrappolata in stereotipi vieti, lontana da quell’oblatività sovente chiamata in causa per definire la disposizione femminile alla cura. Gige ama la bimba senza annullarsi, le illustra la via per poi spiccare il volo ed è in questo legame libero che risiede la peculiarità del suo essere, il suo farsi radici e ali per la piccola Tilde.
La costruzione di figure siffatte consente all’autrice di dissezionare l’ipocrita sensibilità della massa, denunciando in poche righe le pratiche barbare di rieducazione forzata, di inquadramento in una realtà ordinata secondo norme predeterminate e imposte.
A uscirne a pezzi non sono solo le pettegole – bigotte omologate e pertanto indistinguibili persino nel linguaggio – ma anche i notabili del posto, dai dottori al farmacista, tutti inquadrati in una mentalità filistea che accoglierà senza remore i precetti del fascismo.

Qui l’opera di Saveria Chemotti si arricchisce di pagine intense e dolorose, sostenute da un’acribia storico-filologica costantemente animata dal pulsare della vita, dall’anima del romanzo che sconfina in fiaba e narra un amore incondizionato, ancora una volta tra ‘ultimi’, individui che odorano di “terra, muschio, lichene, resina” e hanno “rami e radici” destinati ad unirli, a segnarne l’alterità rispetto al mondo.
Permeati dalla natura, Tilde e Adamo trovano in essa un’isola di quiete per poi attraversare, con rassegnazione e afflizione, i mali della Storia, ricostruita dall’autrice anche grazie alle risorse di un epistolario privato.

Devastazione di una sede sindacale (fonte: Wikipedia)

L’orrore del fascismo emerge dalle pagine con la sua bieca retorica di Patria e rivela l’opportunismo di certe cariche, votate alla costruzione di un’identità posticcia da sbandierare e riplasmare a piacere.
L’acuzie della scrittrice sta nel rendere Tilde osservatorio privilegiato di tali pratiche, mostrandone la strumentalizzazione della voce ai fini del regime e il successivo abbandono ai primi cenni di ribellione. Significativo il passo in cui la giovane, imbellettata di tutto punto, prova disagio e fastidio in panni non suoi, pur canonicamente femminili secondo le direttive del tempo.
È qui che emerge la bellezza di Tilde, una crepa nel muro della sua iniziale insicurezza. Supportata da donne (e uomini) che ne custodiscono la grazia, la giovane accoglie il proprio dono – la sua impareggiabile diversità – e ne fa strumento d’azione contraria, sempre svincolata da dettami predisposti da altri.
Con una scrittura piana e misurata, a tratti immaginosa senza eccedenze formali, Saveria Chemotti costruisce una storia di amore e bellezza, un inno alla forza dell’altro e alla pienezza dell’essere.

Ginevra Amadio

"Quella voce poco fa" di Saveria Chemotti