Saveria Chemotti: “La narrativa delle donne. Voci oltre il silenzio.”

Scrivere in Veneto. Un tracciato provvisorio tra ieri e oggi

Dopo Il territorio come valore, storia, punto di vista, scrittura, e Lo sperimentalismo veneto tra lingua e dialetto , Saveria ci ha fatto conoscere I figli e i fratelli: il paesaggio degli anni Ottanta e Novanta  . L’ultimo appuntamento con Scrivere in Veneto è dedicato invece alle donne.

Un discorso a parte merita il panorama della scrittura femminile.

Dobbiamo prendere atto che la produzione letteraria delle donne nel Veneto è stata considerata da sempre minoritaria, perfino ideologicamente più ritrosa e questo ha contribuito a escludere, a priori,  che il Veneto sia patria di scrittrici, anche se non sono mancate e non mancano certo le donne che hanno scritto o che scrivono, perché esiste a partire dal Rinascimento fino ai nostri giorni, una ricchissima fioritura di voci, un corpus di scritture di donna, che attraversa affascinanti itinerari di vita, intessendo il filo sottile della pacata testimonianza dei tempi e della storia, manifestando una sempre più profonda coscienza di sé e del proprio ruolo.

Nonostante questo, le scritture di donne emergono con rare presenze nel discorso critico e in quello storiografico; esse si configurano quasi sempre come decentrate, voci minori, occasionali, immagini mute.

Questo ripropone come dato di realtà l’esistenza di una lunga catena di rimozioni e di negazioni su cui si fonda l’unicità delle forme di rappresentazioni dell’io e l’indiscussa neutralità del sapere e del valore.

In verità il silenzio delle donne è l’effetto di un ascolto non registrato e la loro patente assenza dai discorsi metodologici, dagli statuti letterari e nei quadri storiografici testimonia una presenza rimossa dalla tradizione anche nelle occasioni di incontro, dibattito, convegni.

Le scritture di donna si configurano allora come opere minori, cioè deputate a narrare in tono minore la parzialità delle realtà sentimentali e per questo a diventare invisibili, eccentriche, casuali.

Mute. Straniere.

Recuperare la loro pregnanza letteraria oggi significa innanzitutto rifiutare l’ipotesi di un frettoloso risarcimento o di un atto di riparazione rispetto al passato, per indirizzare la ricerca e lo studio alla riscoperta dell’autonomia creativa della soggettività femminile nei vari campi in cui si è manifestata, si manifesta e si esprime, nella sfera privata e in quella pubblica, nelle relazioni reali e in quelle simboliche. Non si tratta quindi di riproporre tout-court la struttura interpretativa già criticamente e tradizionalmente consolidata della storia della letteratura veneta «maschile» limitandosi ad «aggiungere le donne e mescolare» con l’intento di offrire un cocktail dal gusto un po’ inconsueto, oppure di riverniciare con una patina di rosa un vecchio edificio.

Si tratta di analizzare e costruire, anche metodologicamente, un percorso di «differenza» formale e sostanziale che avrà tracciati che si possono intersecare, ma che non si devono sovrapporre con l’idea del mix esotico:

la donna  non è un’icona, ma una componente essenziale e autonoma della società e della cultura veneta con una sua peculiarità storica e culturale indiscutibile che va riscoperta attraverso lo studio degli archivi, delle fonti, insomma di tutti i contributi originali depositati nel territorio, ai vari livelli di conoscenza,  di consapevolezza e di competenza.

La continuità delle donne nell’esperienza della scrittura è documentabile oggi nella tipologia variata, ma non occasionale che scorre parallela a tutta la nostra tradizione letteraria.

Sappiamo come nella scrittura femminile il racconto di sé  tenda a mettere in crisi le unità di tempo, spazio, luogo e azione del soggetto dirigendosi verso «una proliferazione/disarticolazione di identità-genere-nome-corpo-memoria» per cui raccontarsi diviene raccontarsi attraverso “l’altra”: Facendo coincidere l’auto, il bios e il graphein la scrittura delle donne non presenta mai al centro un’identità compatta e coerente, ma un’identità frantumata, multipla ed eccentrica che trova nel testo l’occasione di ri-costruirsi e di riconoscere il senso irrinunciabile della propria esistenza; è solo all’interno del tempo organizzato del racconto di esplorazione e di creazione, teso tra egemonia della voce ed egemonia dello sguardo, che il soggetto-donna diviene conoscibile a se stesso:

«la storia di vita di qualcuno risulta sempre da un’esistenza che, sin dall’inizio, lo ha esposto al mondo rivelandone l’unicità.»

L’essere e scrivere da donna non può allora che esser contraddittorio: l’impulso introspettivo, infatti, corrisponde anche al tentativo di offrire letture più trasparenti del presente, aliene da quelle traslate e allusive condotte dalla scrittura maschile coeva.

Tra l’altro, le forme della scrittura femminile si appoggiano più a sineddochi che ad allegorie e questo rivela un doppio legame con la coscienza orientante della retrospezione, dal momento che il significato della storia versificata o romanzata, quasi in presa diretta, è strettamente vincolato alla vita personale come emblema di valenza soggettiva e oggettiva che porta invariabilmente all’assunzione di responsabilità che rifiutano ogni atteggiamento di tipo snobistico o narcisistico.

A partire dagli anni Settanta, senza tacere della sintesi espressiva di lingua e dialetto nel mondo tragico e chiuso delle protagoniste di Paola Drigo e della prosa vigorosa dei romanzi della montagna, della miseria, della solidarietà femminile e delle leggi del patriarcato in Giovanna Zangrandi, (nome de plume di Alma Bevilacqua), porre la soggettività come nuova misura della ricerca, attraversando i saperi settoriali e disciplinari significa assumere un’attitudine intellettuale in transizione, tra luoghi, esperienze, ruoli e linguaggi diversi.

«Il linguaggio umano è uno –scriveva Sibilla Aleramo nel 1911- ma forse le segrete leggi del ritmo hanno un sesso.»

Lo scavo introspettivo della scrittura femminile comincia, talvolta, con un atto di intimismo, un atteggiamento stilistico che inaugura un processo dialettico di crescita e che potrebbe anche essere visto come il culmine di una lunga e nascosta tradizione che nei secoli precedenti si era manifestata nel genere “confessionale”.

Numerosi, in questa chiave, soprattutto i racconti di matrice autobiografica, legati ai ricordi e proiettati al recupero della memoria in cui la scrittura delle donne prova a fondare una relazione di soggettività tramite l’esperienza per indagare un’identità multipla ed eccentrica qual è quella femminile.

Certo, la memoria recuperata ha spesso un carattere tendenzioso, seleziona strategicamente luoghi, spazi, contesti, circostanze, personaggi, avvenimenti per ricomporre a posteriori un paradigma esistenziale: non a caso la suggestione soggettiva dei ricordi è legata stilisticamente a un ordine temporale sussultorio, spesso irrelato, che rapsodicamente si insinua negli scomparti, nei dislivelli del passato.

Se l’autobiografia classica maschile presuppone un Sé reale quella femminile, invece non presenta al centro una identità compatta e coerente, ma una identità frantumata, multipla ed eccentrica che trova nella narrazione e nel testo l’occasione di ri-costruirsi e di ri-conoscere il senso irrinunciabile della propria esistenza; è solo all’interno del tempo organizzato del racconto di esplorazione e di creazione, teso tra egemonia della voce ed egemonia dello sguardo, che il soggetto-donna diviene conoscibile a se stesso.

Radicalizzando il soggetto, approfondendo la crisi dei ruoli, scavando dentro la scissione dell’io, nei piani molteplici e negli strati infiniti delle sovrapposizioni che lo compongono, si ritrovano insieme la retroversione matriarcale, la resistenza attorno al focolare domestico, l’atto del ricordare, la deviazione dal codice, l’attenzione alla coscienza critica, alla scrittura e al linguaggio come luogo di sperimentazione e di resistenza:

L’essere e scrivere donna non può che esser contraddittorio: l’impulso autobiografico, infatti, corrisponde anche al tentativo di offrire letture più trasparenti del presente, aliene da quelle traslate e allusive condotte fin qui.

Le autobiografie testimoniali assomigliano infatti più a sineddochi che ad allegorie, ma le sineddochi rivelano un doppio legame con la coscienza orientante della retrospezione, dal momento che il significato della storia raccontata quasi in presa diretta è vincolato alla vita individuale come emblema di valenza soggettiva e oggettiva.

La modalità di autorappresentazione, sia identitaria che testamentaria, porta invariabilmente all’assunzione di responsabilità sia in rapporto con il soggetto rappresentato che con il lettore/lettrice e nega ogni atteggiamento di tipo snobistico o narcisistico.

Anche l’indipendenza della narrativa femminile dalle forme classiche del romanzo o del racconto, la sperimentazione e la ricerca di altre configurazioni del testo che mescolano le carte della classica tassonomia dei generi letterari e dei registri espressivi, sono esperienze correlate a un’idea originale del tempo scandagliato nel ritmo corporeo e nella molteplicità dei segni e dei simboli che, nell’intonazione e nel lessico, si pongono tra il soggetto e la propria interpretazione, senza invocare  neppure in extremis il dualismo obsoleto realtà/finzione.

Il presente, però, non deforma il passato, lo riattiva perché il suo recupero è focalizzato nella costruzione di un’identità e di un linguaggio che è matrice della vita stessa, forma della nevralgica reciprocità degli influssi, conquista espressiva priva di regressione nel momento in cui è volta al recupero di un originale punto di vista, quello della soggettività femminile.

Ne scaturisce che la necessaria comunicazione in atto tra io-passato e io-presente diventa, «garanzia di una continuità che si attesta con evidenza eludendo lo scarto spazio-temporale e di identità storicamente annoverato tra le condizioni della scrittura autobiografica».

La scrittura, in quanto forma di espressione, di un ex-primere, va da un’interiorità, un sentito, un dentro, a un fuori e interpella più o meno direttamente il proprio mondo e l’altro a sé: in questa prospettiva autobiografia e bildungsroman spesso si fondono innestando i dati autentici della vita di chi scrive dentro l’effetto straniante della narrazione romanzesca.

Per quello che concerne specificamente la letteratura veneta possiamo proporre due linee ipotetiche di attraversamento.

  • Quella in cui l’esperienza storica si fa tensione etico-politica attraverso una scrittura letteraria che si configura come spazio espressivo che consente all’autrice di rappresentarsi come il sé narrabile cioè parte di un vissuto che è passato.
  • Quella in cui nell’ottica di una soggettività femminile narrante il senso del passato si lega all’attesa del futuro perché il tempo della scrittura si lega al desiderio di dire di sé, dentro uno scavo coscienziale che svela il profilarsi di una ridefinizione e di una scoperta, che si esprime nelle forme espressive multiple e variegate, perfino in quelle discutibili suggerite da scelte editoriali e di gusto che evidenziano i segni di una moda diffusa, non sempre pregevole.

 

L’elenco delle protagoniste è assai lungo e variopinto per tematiche e tessiture: lo propongo come catalogo essenziale di una varietà che testimonia figure, visioni ed esperienze che appartengono di diritto alla storia del nostro territorio.

Paola Drigo, Giovanna Zangrandi, Pia Fontana, Marilia Mazzeo, Antonia Arslan, Gabriella Imperatori, Maurizia Rossella, Annalisa Bruni, Anna Toscano, Carla Menaldo, Maria Pia Veladiano, Barbara Codogno, Laura Walter, Barbara Buoso, Bruna Graziani, Gloria Zanardo, Anna Pravadelli, Valeria Ongaro, Giulia Calore, Elisabetta Baldisserotto,  Saveria Chemotti, Valentina Berengo, Chiara Passilongo,  Ginevra Lamberti, Elena Girardin,  Francesca Visentin, Carla Facchinelli,, Patrizia Valduga, Cesarina Vighi, Giovanna Frene, Daria Martelli, Mitia Chiarin, Giulia Belloni, Annamaria Tonin, Isabella Panfido, Emanuela Canepa.

Ma molte altre meriterebbero ben più di un’istantanea.