Sintonia, rispetto, passione: i cardini del buon editing. "Siamo un po’ i falegnami delle parole”. Intervista a Stefano Izzo

Sintonia, rispetto, passione: i cardini del buon editing. “Siamo un po’ i falegnami delle parole”. Intervista a Stefano Izzo

Cura amorevole e costante delle opere. Peculiare sensibilità umana nel selezionare gli autori e precisione nella revisione linguistica dei testi e nel publishing. Ferma convinzione che per la diffusione e la sopravvivenza della lettura sia necessario superare il dualismo tra qualità e intrattenimento. Sono alcune delle motivazioni che sono valse a Stefano Izzo il Premio nazionale editor 2019.

Fiorentino di nascita, milanese di adozione, Izzo lavora nell’editoria dal 2005 quando, con “un colpo di fortuna”, come egli stesso ha rivelato, conosce Stefano Magagnoli, editor e responsabile della narrativa italiana per Rizzoli. Inizia così una collaborazione durata tredici anni al termine dei quali Izzo passa a DePlaneta e, di recente, a Salani.

In che termini l’incontro con Magagnoli è stato decisivo per l’avvio della sua professione?

Stefano Izzo

Ho una laurea in letteratura contemporanea che mi è servita per conoscere bene la narrativa degli ultimi trenta – quarant’anni, che cosa il pubblico abbia letto e che cosa stia leggendo. Da Magagnoli ho imparato i fondamenti dell’editing. Ho imparato a leggere, leggere e ancora leggere. Per i primi due anni, ogni mese, ho fatto la spola da Firenze a Milano, da dove rientravo portandomi appresso un trolley carico di manoscritti. Li leggevo, li schedavo e preparavo un report che discutevo in casa editrice. Poi, lentamente, osservando il lavoro altrui ho messo a punto il mio metodo.

L’editor acquisisce nuovi libri, edita i testi, assiste l’autore fino alla pubblicazione. Come inizia questo lungo percorso?

L’editing inizia ben prima del lavoro sul testo e si sviluppa in tre fasi: discussione, lettura, revisione formale. Nella prima fase discuto con l’autore dell’idea che sta alla base del romanzo mettendo bene a fuoco dove la storia dovrebbe andare. Poi si passa all’affiancamento nel lavoro di scrittura procedendo capitolo dopo capitolo secondo questo metodo. Si continua così per tutte le successive versioni del testo, solitamente due o tre. Infine, inizia il lavoro più tecnico: suddivisione in capitoli, capoversi.

Se invece è la prima volta che lavora con l’autore?

Innanzitutto serve costituire un rapporto di fiducia e una certa sintonia. Anche una lunga chiacchierata davanti a un caffè o a un calice di vino possono aiutare. Gli scrittori non sono entità astratte, sono persone in carne e ossa che rispetto ma non metto sul piedistallo.

Cosa significa rispetto verso l’autore?

Significa aiutarlo a dare forma al proprio scritto senza invadere né condizionare. Ogni libro è un’emanazione, un’estensione della personalità che l’ha scritto. Prima di intervenire anche solo su una riga, voglio conoscere bene l’autore, entro sottopelle per lavorare in modo mimetico. Poi l’autore entra dentro di me. Non invento nulla che lui non abbia già in sé. Non divento un fornitore di idee e non credo che la migliore narrativa nasca così. Ho più soddisfazione nel dare l’ultima pennellata al quadro piuttosto che togliere il pennello all’artista.

Non crede che questo lungo percorso di conoscenza e mimesi in qualche modo condizioni il suo successivo lavoro di editing?

Piuttosto credo che vada ad arricchire la cosiddetta “cassetta degli attrezzi”. Quella così sapientemente spiegata da Stephen King nel suo “On writing”. Ogni autore e ogni editor ha la propria, ma ciò non toglie che si possano contaminare e che gli interventi siano polivalenti. Non ho una soluzione preconfezionata così come non ho uno stile unico. Mi adatto a quello degli altri.

A proposito di cassetta degli attrezzi: lei è un editor con la passione per la falegnameria.

All’inizio consideravo quest’hobby della falegnameria come il modo migliore per staccare dal continuo lavorio di testa, l’occasione per prendere un po’ le distanze da me stesso. In realtà ho capito che editing e falegnameria sono la stessa cosa. Solo che quando si ha a che fare con il legno si pensa con le mani: ogni gesto deve essere calibrato. Anche l’editing è artigianato e si fonda sull’amore per un lavoro ben fatto.

Continuando con la similitudine tra queste due forme di artigianato: se la solidità di una sedia si testa sedendovisi, come si riconosce l’efficacia di un buon editing?

L’approdo ideale del lavoro dell’editor dev’essere l’invisibilità. Il professionista sparisce dietro la qualità del suo agire e diventa invisibile proprio perché è onnipresente. È un tecnico non co-autore.

Prima ha citato Stephen King e “On writing”: si può davvero insegnare a scrivere?

Credo si possa soprattutto insegnare a leggere con un occhio diverso, attento a cose come le tecniche narrative, la trama, i dialoghi e lo stile. Una scuola può fornirti consapevolezza e stimolarti a migliorare, certo, poi però come dice anche il Re serve sempre un po’ di magia personale.