Sogno d’Orchidea. Impressioni di viaggio in Oriente di Giovanni Comisso

Pechino, luglio.

Si chiamava «Sogno d’Orchidea» perché sua madre la notte prima che nascesse s’era sognata d’orchidee.

Quando mi si parlò di lei rimasi profondamente meravigliato: mai più pensavo che ancora esistessero delle principesse in Cina, e poi questa che fu dama di Corte della Imperatrice Tsu-Hi, l’ultima potente figura della storia di questo paese. La mia visita era stata annunciata da amici. Come pronunciai il suo nome al coolie, questi fece segno di sbalordimento e mi portò rapido dalla donna famosa.

Percorse vie e viuzze soffici di polvere che i due fanali rischiaravano ; le stelle brillavano bianche nel grande cielo.

La vita di Corte

La carrozzella si fermò dinanzi a un portone laccato di rosso, che subito si aperse. Un servo tenendo in mano una grande lanterna mi condusse, attraverso diversi cortili adorni di oleandri, fino a un padiglione dalle cui vetriate, tutte un intreccio di greche di legno, traspariva una luce viola. Qui un altro servo mi accolse con ripetuti inchini. La sala era illuminata da una lanterna posta al centro. In una specie di alcova vi erano i tradizionali lettini per fumare l’oppio, e delle sedie cinesi lungo le pareti. La sala era divisa in due parti da un ornato di legno che formava una specie di arco. Accanto a una tavola, un divano europeo. Si aveva l’impressione di essere spiati da qualcuno nascosto dietro alla vetrata della parete divisoria.

Si pensava che la principessa dovesse entrare da una porta che ci stava di fronte; invece improvvisamente ci s’accorse che ella era di già entrata nella stanza da una porta di fianco.

Teneva protesa la mano scarna, e con voce lenta e dolcissima si diede premura di ringraziare d’essere venuti a trovarla. Il suo francese assumeva toni inaspettati di seduzione nella pronuncia. Appariva giovane ancora, per quanto si lagnasse di sofferenze e di angustie. I capelli ravviati, lisci e tagliati le aderivano nerissimi chiudendo il volto lungo e pallido su cui il viola della lanterna dava ombre delicate. Non si osava di interrogarla sulla sua vita di Corte, tanto si pensava dovesse addolorarla il ricordo. S’accennò alla bellezza di Pechino, non come una battuta di convenzione, e le si parlò d’aver visitato il palazzo imperiale.

« Lei sa che da allora io non vi ho più messo piede; ci sono ancora i fiori di loto nel lago ?»

e col fazzoletto che teneva sempre in mano si coperse adagio gli occhi. «Mio padre era ambasciatore a Parigi; dopo la guerra dei Boxers noi ritornammo a Pechino. L’Imperatrice aveva bisogno di dame che parlassero le lingue d’Occidente per i ricevimenti delle mogli degli ambasciatori; e mia madre, mia sorella e io passammo al suo seguito.

La vita di Corte era assai faticosa. L’Imperatrice era mattiniera e tutte le dame alle sei dovevano essere pronte. Io ero così giovane che l’Imperatrice ebbe pena di farmi abbigliare alla manciù con la complicata capigliatura, sicché decise che io vestissi da ragazzo. Oh! L’Imperatrice mi voleva particolarmente bene ». Il collettino della cappa bianca le sosteneva il capo con fierezza e nel volgersi a riguardare di fianco pareva che facesse fatica, come abituata regolarmente a guardare solo davanti a sè.

Sotto alla sua voce velata si sentiva un temperamento di donna all’estremo e passionale.

Interruppe i ricordi del passato per chiederci se avevamo conosciuto in Pechino una signora cinese molto rinomata per lo sfarzo dei suoi ricevimenti. Non l’avevamo conosciuta : e parve che un’invidia immensa trovasse modo di quetarsi. « Oh! quella , dice di essere cinese, ma non è affatto pura; ha le labbra troppo grosse. Noi Manciù, che abbiamo conquistato la Cina, abbiamo il volto ovale e una impronta di forza qui alle tempie che ci solleva la fronte. Ci sono linee profondamente diverse tra noi e i Cinesi; quella è Giavanese. Ella ha solo molto denaro, ma non è questo che serve. »

Sedici specie d’inchini

La nostra curiosità la lusingò a ritornare a parlare della vita di Corte. « L’Imperatrice era di una intelligenza superiore: tutti tremavano davanti a lei. Un giorno ella mi disse : « Perché tu non hai paura di me, come tutti gli altri ? » Io le risposi : « Maestà, gli altri non vi amano, per questo vi temono; io invece vi amo ». Ero una bambina e la risposta ardita mi venne perdonata. L’Imperatrice preferiva abitare nel suo Palazzo d’Estate, sulle colline dell’Ovest, anche d’inverno, e quando c’era la neve ella si divertiva a muoversi all’aperto. La vita di Corte era faticosissima : pensate, avevamo dei bracieri per riscaldarci. L’etichetta, poi! C’erano sedici specie di inchini, secondo i gradi delle persone, e non bisognava mal sbagliarsi. Ella era davvero civettuola. Quando venivano le mogli degli ambasciatori a farle visita, voleva mostrarsi nella sua massima eleganza: cominciava a provare un vestito e chiedeva a noi se stava bene; noi eravamo obbligate a rispondere di si, ma ella se ne metteva subito un altro. Venivano ad avvertire che le ambasciatrici stavano entrando nella Città Proibita, ed ella continuava a mutarsi di vestito e di scarpe. Infine tratteneva il vestito che aveva indossato quando le visitatrici erano già entrate nel cortile del suo padiglione. Le piaceva enormemente il teatro, e noi recitavamo per lei: ella stessa recitava. Era uno del maggiori passatempi di Corte. Como era bello andare sul lago, su una grande barca: gli eunuchi mascherati da pescatori remavano, io cantavo e danzavo.

Ora non posso più danzare: questo braccio mi si è fatto come morto; non posso alzarlo più di così. » Il braccio appena sollevato ricadde lungo il suo fianco; si teneva aderente al divano, ma il capo stava ritto come per una forza di volontà esercitata da lunghi anni.

Le si chiese se era vero dell’uccisione della concubina Perla ordinata dall’Imperatrice al momento della fuga durante la presa di Pechino. « La confusione era grande a Palazzo; la sola che sapesse mantenere il suo sangue freddo era l’Imperatrice. Tutte le dame strillavano, ma chi dava più fastidio era la concubina che voleva assolutamente montare nella carrozza dell’Imperatrice. In quel momento importava che solo questa si salvasse; fu allora che l’Imperatrice stizzita disse: «Ma buttatela nel pozzo ». Le sue parole vennero prese alla lettera e, come un ordine, eseguite dal Grande Eunuco. Ma ciò non era realmente nella sua intenzione.»

Un servo entrò portando delle sigarette e del tè. « Il Grande Eunuco in fondo era buono. Una mattina io stavo alla finestra e lo vidi passare tutto torvo. Egli aveva scoperto un giovanotto nascosto nella stanza d’una delle cameriere di Palazzo. « Adesso bisogna che gli tagli la testa », mi disse. Seppi convincerlo e tutta la punizione si limitò ad alcuni colpi di bastone. Al Palazzo d’Estate io avevo la mia casa in rivaal lago; che giorni beati! Ora so che tutto è stato distrutto. E’ un dolore enorme per me vivere accanto a queste rovine.

L’Impero è caduto perchè non v’erano più uomini che avessero testa. L’Imperatrice aveva un’intelligenza superiore: ella dominava tutti col suo sguardo e prevedeva che tutto dopo di lei sarebbe crollato.

Quando sentì prossima la sua fine, mi chiamò al suo fianco e mi disse: « Per te io ho disposto dei beni; non avrai a temere per questo. Ma appena io morirò, allontanati subito dal Palazzo perché ci saranno disordini tremendi. »

La musica cinese

Le sue labbra sottili rimasero mute; lo sguardo, ingrandito come dalla visione della sua Imperatrice morente, si rivolse splendidissimo. Si sentiva padrona dell’arte di farsi ammirare e la esercitava con ebrezza:

« Con lei è piacevole ricordare queste cose, sebbene tanto tristi per me. Qui mi vengono a trovare ufficiali inglesi o americani, ma non sanno che parlare di sport. Voi Italiani avete un’anima più profonda: la vostra civiltà è antica come la nostra; ci si intende meglio. »

Poi ritornò a parlare di sé: « Tutta la mia vita è passata tra guerre e rivoluzioni: ormai ci sono abituata e non mi fanno più paura. Oh! Sono i nostri uomini che hanno paura. Durante la guerra tra Ciang-Kal-Scek e Ciang-So-Ling, partii di qui in automobile con un cugino dell’Imperatore per metterci in salvo nelle Concessioni europee di Tientsin. Raccomandai al mio compagno di viaggio, se ci avessero fermati, di non dire assolutamente il suo nome. Difatti una pattuglia ci fermò, e dovetti a colpi di gomito im porre all’altro di non parlare e di lasciare a me di rispondere. Ci chiesero i documenti: dissi che non ne avevamo; volevano sapere dove si andava. « A Tientsin, siamo invitati ad un ballo ».

« A ballare, signora: ma non vede che qui si sta facendo la guerra? » mi disse l’ufficiale. « Non importa, io ho un invito per un ballo, e non posso mancare ». Il cugino dell’Imperatore tremava. Ci lasciarono passare. Gli uomini che dovevano comandare non avevano più testa. Tutto doveva crollare.»

Ella entusiasmava per la sua fierezza ; e sembrava di cogliere in lei quasi un riverbero di quella che doveva essere stata la forza di comando della sua Imperatrice. Si pensava che dovesse essere stanca: invece fu ora che cominciò a dare prova dell’energia che teneva in serbo. Si passò a parlare del teatro e della musica cinese. Anch’ella disprezzava il modo di recitazione che ora è venuto di moda: « Oh, la nostra musica ha tradizioni invece di infinita dolcezza e malinconia. Ora le canterò un’antica canzone d’amore che cantavo all’Imperatrice quando si andava in barca sul lago. » Chiamò un servo e fece portare diversi strumenti : dei flauti, una mandola e un grande cembalo. Tutto riusciva faticoso al suo braccio smorto. Toccava le corde, poi subito ritraeva le dita come ne provasse un bruciore. Come chiamata da quei suoni, dalla porta di fronte entrò la sua giovane figlia, che tacitamente si dispose a suonare il flauto. Stavano sedute di fronte: si parlarono brevemente e poi Sogno d’Orchidea prese a cantare. Cantava seduta prendendo un’espressione di sofferente. Dischiudeva appena le labbra e le parole vibravano come tenui lamenti: il flauto nelle pause segnava note esasperate e malinconiche.

Era tutto un procedere a scatti flebili con risonanze ottenute a bocca chiusa. Questa voce e questi suoni davano a momenti un’accerchiante tristezza.

Ecco, quest’ultima principessa della Città Proibita, ancora vibrante di aneliti, mentre i canali sotto ai ponti marmorei si riempiono di canneti, le balaustre precipitano, l’erba solleva le pietre e sfascia i tetti dei templi e dei padiglioni imperiali.

La vita scorre; e le forme nuove si sovrappongono alle vecchie distruggendole per avere dal loro fermento quasi una forza di sorgere.

Giovanni Comisso

Pubblicato sul Corriere della Sera il 2 settembre 1930