Un mestiere scomodo

Un mestiere scomodo – Avventure e peripezie di Giovanni Comisso giornalista

Nella mia lunga carriera di giornalista pare, ascoltando gli amici attuali, che io abbia soltanto scritto degli articoli da tutte le parti del mondo per far vedere che potevo in quei tempi godere smisuratamente la vita. Io avrei avuto biglietti di trasporto gratuiti, camere di soggiorno gratuite, pranzi gratuiti e piaceri a volontà. Possono essere fortunati che io non devo riprendere quel mestiere, perché i patti sarebbero diversi. Dal cestino dei ricordi piglio così, a caso una carta e la dispiego. Dice l’amico invidioso: “Tu hai fatto la transiberiana in una cabina tutta per te e leggendo il tuo racconto si capisce che ti sei divertito a vedere l’Asia tramutarsi sotto i tuoi occhi in una terra europea ; hai visto i caffettani di certa gente tramutarsi in luride camicie nere che erano allora il simbolo degli operai, altri mangiare caviale e storione, e laghi grandi come mari tramutarsi all’ombra dei conventi sulle colline con le cupole dorate ancora istoriate di croci, mentre il giovane comunista, che andava a un congresso del partito con occhi furenti, chiamava quelle cupole “pagode di Cristo”.

Nella realtà questo non è vero. La verità è questa: da Pechino a Mosca ho dovuto fare il compagno di viaggio a un altro italiano che era ammalato di tubercolosi e aveva il volto pallidissimo. Per quel viaggio fui un infermiere e fu una liberazione arrivare a Mosca perché dovevo scendere mentre l’altro proseguiva per la sua morte verso l’Europa. Ed ero invidiatissimo come se avessi incontrato qualcosa di favoloso.

Vietnam, risciò (fonte: Wikipedia)

Altra carta tolta dal cestino parla di un viaggio fatto a Saigon fino a una certa casa che era nel bosco a molti chilometri di distanza dalla città e vi andai su una carrozzella trainata a mano da un vietnamita. Anche questa è una avventura che molti mi rinfacciano tra le più fortunate. Ci voleva la mia incoscienza per subirla. Una sera a un caffè mi si propose questa gita e andai senza pensarvi due volte. Uscito da Saigon, mi trovai subito nella campagna acquitrinosa. Nel buio ogni tanto si incontravano pattuglie di gendarmi e finalmente, dopo essermi trattenuto dal dare l’ordine del ritorno perché non dovevo dimostrare di avere paura, si arrivò a una casa con grande tramestio di anitre. Scesi dalla carrozzella e venni ospitato nella grande sala con letto di mogano lunghissimo e mentre stavo in sospettosa attesa mi fu possibile vedere una ragazza orientale simile a un gattino che mi insegnò il bacio cinese fatto con il naso e con una aspirazione sulla pelle come per sentirne il profumo. Dopo mi fu possibile ritornare alla città distante. Certamente non avevo speso denari miei, nè per il tragitto nè per il piacere, ma avevo fatto lunghi chilometri di carrozzella sempre con pericoli imminenti e tutto per imparare la discrezione di un bacio cinese. Se io anche adesso raccontassi tutta questa storia, quanti sarebbero pronti a invidiarmi.

Fiume delle Perle, Cina (fonte: Wikipedia)

Ma dal cestino di ricordi quanti episodi vi sono ancora da invidiare. Ricordo il viaggio a Suciao, un paese dove le donne cinesi dovevano essere le migliori. Con la solita incoscienza andai in un treno pieno di gente fino alla città murata dove mi sarei incontrato con gli amici che sarebbero venuti in motoscafo. Alla dogana fluviale piovigginava e ricordo le ombrelle cerate imperturbabilmente aperte sopra i ponti. La conclusione di questo viaggio fu che le bellissime cinesi o avevano un orecchio mozzo e cicatrizzato sotto i capelli, o sulle spalle i segni della agopuntura per far partire dal loro corpo gli spiriti maligni che avevano determinato una qualche malattia. E all’albergo di attesa fu solo consolante vedere che i tortellini asciutti erano un piatto insegnato dai cinesi a Marco Polo. Un’altra sera mi dissero che dovevo visitare i cosiddetti battelli fioriti naviganti nel Fiume delle Perle. Bastano soltanto questi nomi per elettrizzare l’amico invidioso verso tali mete iperboliche. Ma dalla riva per andare al battello fiorito più vicino vi era una barchetta con una ragazza dalla nascita barcaiola, la quale, dato l’ordine di portarmi al battello, invece mi portò sempre più verso l’ombra dove avrebbe potuto impunemente uccidermi, ma io la precedetti togliendole di mano il remo e cacciandola con un pugno nel fondo della barca. Con tale invidiabile esperienza giunsi al battello fiorito galleggiante sul Fiume delle Perle e questo non lo auguro a nessuno.

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Tutti così i miei viaggi e tante invidie per averli fatti. Ma il più clamoroso fu in Giappone quando sull’alto di un vulcano, in un albergo climatico, una sera conobbi una bellissima americana del Messico che con facile promessa mi incitava al ballo. Dissi che avrei potuto ballare solo se ubriaco ed ella mi ubriacò di champagne. Durante il ballo era facile sentire contro la mia gamba la sua che era dura come quella di una tavola. Quella ballerina messicana facile agli amori aveva una gamba di legno. Cosa orrenda per me inadatto alle sorprese da museo. Come me ne accorsi fui sul limite dello svenimento e sono stato invidiato perché tutto era gratuito. La bellezza della vita è nel mio scrivere: la vita è orrenda, piena di mostri e di menzogne, e solo l’arte ha la forza di tramutare questi e quelle in storie fiorite e luminose.

Giovanni Comisso

Articolo pubblicato sul Giornale d’Italia il 17 o 18 marzo 1967