Una storia quasi perfetta – intervista a Mariapia Veladiano di Antonio G. Bortoluzzi

 “Io non posso cadere” ripeté Bianca.
“Non potrà capitare mai” rispose lui.

Mariapia Veladiano: La vita accanto, Il tempo è un dio breve, Una storia quasi perfetta, possiamo parlare per questi tre romanzi di una “Trilogia dell’amore e della famiglia”?

 

Dell’amore sì. Ci sono tante storie d’amore o di malamore dentro questi romanzi. La vita accanto è la storia di una bambina brutta, che si percepisce brutta perché non è amata e la paura di non essere amati è universale, è la paura delle paure.

Il tempo è un dio breve racconta l’amore di Ildegarda per suo marito Pierre che invece non può amare perché non ha conosciuto l’amore senza giudizio, l’amore assoluto e pieno della madre. E l’amore di Dieter capace di rinascere dal dolore assoluto di un amore perduto, quello per il figlio Martin, la cui morte si è portata dietro la fine di un altro amore.

E poi c’è quello fra Alberta e suo marito, pieno di segreti, nato dentro la perfezione della musica che li vede esecutori complici e perfetti.

E poi c’è quello inespresso del Direttore del giornale in cui lavora Ildegarda. Niente mai trabocca di questo sentimento, ma è un legame d’amore più forte che se fosse agito e realizzato.

Gli amori non vissuti hanno la potenza assoluta del desiderio.

Una storia quasi perfetta racconta la storia di Bianca, capace di non chiudersi all’amore dopo una prima esperienza di tradimento e abbandono. E insieme è la storia di come l’amore abbia sempre una forza anche salvifica. Anche se si può rifiutarla e nel romanzo c’è qualcuno che la rifiuta. Anche di famiglie ce ne sono tante nei tre romanzi, famiglie di sangue, se possiamo dire così, e tremende, come quella di Rebecca e di Pierre, e famiglie che sono un tesoro di vita e di affetti, come quella di Bianca.

Però se devo pensare a un filo comune fra i tre romanzi, direi che è quello della maternità. Ci sono tante madri e tanti modi di essere madre.

In Una storia quasi perfetta si narra di un corteggiamento, di una seduzione, dell’amore, dell’abbandono e di una rinascita. Ci puoi raccontare di Bianca, la protagonista, e di “lui”? Per la seconda volta, è stato così anche per il padre di Rebecca in La vita accanto, uno dei personaggi principali dei tuoi romanzi non ha un nome. Perché questa scelta?

C’è un potere del nome. Il nome che ci viene dato racconta una storia sempre, anche quando non lo sappiamo. Un sogno dei genitori, un dolore – un tempo si dava spesso al figlio o alla figlia il nome di una persona venuta a mancare da poco nella famiglia. A volte il nome ha una storia talmente ricca che non può essere pronunciato senza che tutta questa storia ci venga intorno.

Penso a Francesco, ad esempio. Chiara, Matilde. Veniamo chiamati con il nostro nome milioni di volte nella vita e questo ci segna, ci disegna. Nei miei romanzi il nome nasce con il personaggio, impossibile cambiarlo. E si tratta sempre di “nomi parlanti”, che restituiscono subito il personaggio.

Rebecca è un nome antifrastico. Significa “colei che piace”, ma lei non piace a nessuno, nemmeno a se stessa. Ma è il nome del sogno di sua madre, che voleva una bambina bella per chiudere una storia di dolori e di colpe.

Bianca, in Una storia quasi perfetta, è esattamente come il nome racconta. E’ trasparente ma non ingenua, è tutti i colori, si contrappone al nero di “lui”, dei suoi vestiti, dei suoi mobili d’ufficio.

Quando il nome manca vuol dire che la persona è assorbita dal ruolo. Il padre, il seduttore. Nel caso di Una storia quasi perfetta “lui” ha rischiato di chiamarsi Giovanni, la madre avrebbe voluto questo nome ma non ha potuto. Il perché fa parte della storia. C’è da dire che “lui” è a capo di un’azienda di design.

Da noi si dice di un capo “lui” senza specificare. Dice l’onnipresenza di questi personaggi, incombenti nella vita dei dipendenti e dei collaboratori.

Nel tuo ultimo romanzo, oltre al tema del malamore c’è la questione dell’arte e dell’artista nel mercato: perché Bianca, la protagonista, che vive tutto sommato tranquilla con l’amato figlio Gabriele, e in certo modo “guarita” delle vecchie ferite, decide di portare i dipinti nel noto studio?

Una ragione viene indicata nel libro. Ha bisogno di soldi per un progetto normale, sistemare la casa in cui vive con il piccolo Gabriele, suo figlio. In realtà è chiaro alla fine che c’era anche il bisogno di uscire, di far vedere la sua arte al mondo.

C’è un momento nella vita di un artista, anche del più riservato e schivo, in cui si desidera chiedere al mondo: ma come vedi la mia arte? A qualcuno interessa? E’ come un bisogno di conferma che accompagna un cambiamento.

 

“Anche se qualcuno qui dentro non sa neanche immaginarla, un mare di gente ha una vita normale”. (pag 49 Una storia quasi perfetta). Condividi, e perché, le parole di Costanza sulla normalità diffusa e invisibile rispetto all’eccezionalità, in positivo e negativo, che straripa da ogni media?

In realtà noi sappiamo che qui Costanza non ci crede per niente. Sta facendo il suo gioco.

Io credo profondamente nella bellezza di una vita normale, che vuol dire vita di relazioni e affetti che non salta il presente perché cerca continuamente un futuro immaginato sfolgorante, sotto i riflettori di una visibilità purchessia. Oggi è molto difficile accogliere questa dimensione normale della vita. Siamo addestrati, direi addestrati, in modo inconsapevole, a sognare il colpo di fortuna che fa diventare ricchi o potenti o almeno visibili, riconosciuti. È il bisogno vero di essere visti e riconosciuti che sta alla base di questo, ed è una cosa buona.

Ma il riconoscimento buono è quello che viene dagli affetti e dalle relazioni – del lavoro, della vita sociale.  Voler essere ricchi, famosi e potenti è la perversione di un sogno, indotta da una società che fa della visibilità la misura del valore che abbiamo. Tremendo.

Vicenza, Venezia, tanto Veneto nel tuo ultimo romanzo: cos’è questa nostra terra per te dal punto di vista dell’ispirazione letteraria e della vita che vedi intorno a te?

Si parla con maggiore cognizione e competenza di quel che si conosce. Conosco bene Vicenza, posso descriverne i suoni d’inverno quando cala la nebbia fin dentro la Piazza dei Signori, so l’odore dei suoi fiumi, i colori di parco Querini in inverno o in primavera. E’ una terra che amo e che leggo.

 

Sei laureata in filosofia e teologia, ambiti del pensiero strutturato che s’interroga con lo strumento della ragione, della logica, della dialettica, ma nelle tue storie c’è molta natura, soprattutto piante, fiori, acqua e gatti. Perché?

 

Ho studiato filosofia ma ho amato la teologia. Detto un po’ brutalmente, ad un certo punto ho avuto la percezione che ogni filosofo si ritenesse Dio mentre Dio, così come ce lo consegna la Bibbia e la tradizione ebraica, si lascia interpretare, infinitamente interpretare senza che nulla della vita degli uomini possa essere assunto come estraneo al parlare di Dio e alla sua stessa vita. Voglio dire: un Dio che si consegna in forma di parola si consegna alla infinita interpretazione e anche alla possibilità dell’infinito oblio.

Non prendo in mano la Parola e la Parola è morta. Il rischio della scrittura, giusto? Di tutta la scrittura. Anche i nostri libri possono finire a far da zeppa a un tavolino se sono abbastanza sottili. Ecco. La teologia mi ha restituito tutta intera alla concretezza della vita che è poi la mia origine.

Vengo dal mondo contadino, come quasi tutti quelli della mia generazione, nel Veneto, e il mondo contadino è concreto, fatto di pioggia che cade e raccolti che crescono oppure di sole che brucia e terra da vangare e fiori da coltivare. I fiori sono presenti nei miei libri come nella mia vita. L’ufficio a scuola è una serra.

 

Qualcosa per i libri e chi li ama. Sei stata scoperta dal Premio Italo Calvino e il successo del tuo libro d’esordio La vita accanto (tradotto in Francia, Inghilterra) ha determinato un vigoroso interesse delle grandi case editrici per il Premio stesso. Cosa vuoi dire al presidente Mario Marchetti e al comitato di lettura che riceve fino a 800 romanzi per ogni edizione e di tutte le opere pervenute redige una scheda critica che invia al partecipante?

 

Il Premio Calvino è un presidio per la scrittura. Bisogna pensare che ogni manoscritto viene letto da tre persone, che si legge davvero tutto, che si premiano scritture diversissime fra loro e in modo del tutto libero dal possibile successo editoriale del romanzo. E’ un presidio. Deve riuscire a mantenere la sua assoluta indipendenza.

Racconto sempre che alla premiazione del Calvino non conoscevo assolutamente nessuno. Tanto che per un po’ ho fatto tappezzeria, seduta su una poltroncina.

Poi naturalmente sono stata identificata e l’organizzazione è stata impeccabilmente affettuosa!

 

Un domanda più personale. Prima insegnante, poi scrittrice e preside di un istituto superiore: ma quando riesci a scrivere?

Ecco. Questo è un problema!

 

NOTA: Antonio G. Bortoluzzi continuerà la conversazione con Mariapia Veladiano (e Paolo Zardi) a conclusione della rassegna Sillabari, declinare i sentimenti ispirata ai racconti di Goffredo Parise, il tema della conversazione sarà“Amore” e si terrà a Mogliano Veneto (TV) presso il liceo G. Berto il 10 maggio alle ore 20.30.

 

Mariapia Veladiano è nata a Vicenza. Laureata in Filosofia e Teologia, ha felicemente insegnato lettere per più di vent’anni e ora è preside a Vicenza. Collabora con “Repubblica” e con la rivista «Il Regno».

La vita accanto, pubblicato con Einaudi Stile Libero, è il suo primo romanzo, vincitore del Premio Calvino 2010, e secondo al Premio Strega 2011.

Nel 2012 ha pubblicato, con Einaudi Stile Libero, Il tempo è un dio breve. Nel 2013 è uscito un piccolo giallo per ragazzi, Messaggi da lontano, con Rizzoli.  E, ancora con Einaudi Stile Libero, Ma come tu resisti, vita, una raccolta di minuscole riflessioni sui sentimenti e le azioni.

Nel 2014 ha pubblicato Parole di scuola, edizioni Erickson. Liberissime riflessioni sulla scuola.

Il 28 gennaio 2016 è uscito il nuovo romanzo, Una storia quasi perfetta, Guanda editore.