Vivere e scrivere: una questione di volontà. Intervista a Claudia Grendene

“Ricorderemo il Novantaquattro come un anno funesto. Il cinque aprile si è suicidato Kurt Cobain, il primo maggio  è morto Ayrton Senna. Forza Italia ha vinto le elezioni e stasera abbiamo ascoltato una matta che parla di rivoluzione armata. Il declino è alle porte, l’Italia sta cambiando”.

Ricordo bene l’anno di cui parla Elia in Eravamo tutti vivi di Claudia Grendene ( Marsilio ), frequentavo lo stesso Ateneo dei protagonisti di questo bel romanzo d’esordio, percorrevo le vie di Padova in bicicletta, stringevo amicizie poi rivelatesi fondamentali, credevo che avrei contribuito a rendere migliore il mondo, probabilmente mi trovavo al concerto dei Marlene Kuntz. Al Pedro.

Forse proprio per questo mi sembra di conoscere Claudia, di averla incontrata in Facoltà davanti ad una fotocopiatrice, o in aula studio chissà…

La incontro invece in Piazza Comisso.

 

 

Claudia, Eravamo tutti vivi, romanzo d’esordio, edito da Marsilio, selezione al Premio Comisso, ottima critica e buon successo di pubblico. Quale il tuo percorso di scrittrice?

Innanzitutto ti ringrazio per l’uso del sostantivo “scrittrice”, ma come rispondo spesso per me “scrittore” o “scrittrice” indica qualcuno del quale -nonostante sia morto da almeno un secolo- leggiamo ancora le opere.

Io sono una che scrive, che muove i primi passi in questo ambito. Per me è fondamentale avere questa che io definisco più consapevolezza che modestia.

Il mio percorso è abbastanza breve: ho fatto un training da lettrice per circa quarant’anni, davvero tantissime ore di lettura, incubando il desiderio di scrivere e tentando di metterlo in pratica nel mio privato. Quando scrivo “mettere in pratica” non ti parlo di racconti e romanzi, oppure diari, custoditi nel segreto di qualche cassetto – di quelli non ne ho- ma ti parlo dei milioni di parole che ho tentato di scrivere con la mente. Di tutte le volte che mi sono raccontata storie tenendole lì dentro: nella testa. Quindi: assolto il piacere degli studi, messa in sicurezza la mia felicità affettiva, cresciuti i figli, ho deciso: se intendevo provarci avrei dovuto farlo seriamente, altrimenti avrei lasciato perdere.

Così mi sono iscritta alla Bottega di narrazione di Giulio Mozzi a Milano, nel 2013. E da lì è cominciato tutto il percorso che ha portato a Eravamo tutti vivi. Naturalmente, non avevo idea che sarebbe andata così bene.

 

 

Sette i protagonisti del romanzo che accompagni nel duro mestiere di crescere dai tempi dell’Università fino ai giorni nostri. Con sorprendente abilità narrativa intrecci le loro vite ed il loro percorso di crescita. L’amicizia profonda tra Chiara e Isabella, la sfrontatezza di Agnese, la passione politica di Elia, la disperazione di Max, l’amore proibito tra Anita e Alberto. Una volta terminato il romanzo non sono ancora riuscita a lasciarli andare, vorrei sapere cosa stanno facendo ora, vorrei capire altro, ancora. Come avviene il “distacco” della scrittrice dai propri personaggi?

Con i personaggi vale per me la stessa regola che coi i figli: più è stato totale l’attaccamento, più il distacco mi viene naturale. Mentre scrivevo ho letteralmente vissuto con i personaggi dentro di me, in quel mondo, e quando ho finito ho provato una certa malinconia. In seguito, però, le storie scritte sono diventate molto esterne ed estranee. Ho riletto tutto come se fosse stato scritto da qualcun altro, come se questo testo non mi riguardasse più. Il romanzo ora è nel mondo ed è lì -fuori di me- che deve stare. Inoltre, la lavorazione che porta il testo alla versione finale è talmente lunga, intensa, fatta di infinite riletture delle riletture delle riletture, che il desiderio finale di staccarsi mi sembra soltanto indice di sanità mentale.

Detto questo, ho una certa propensione ad andare avanti, cambiare, ripartire da altro, dal nuovo; infatti uno dei miei problemi quando scrivo è portare a termine in tempi rapidi la storia, perché altre idee e altre storie mi nascono, accompagnate dalla voglia di passare avanti.

Devo darmi più disciplina per soffermarmi, che per staccarmi. Da lettrice, invece, sono riuscita a sviluppare delle vere ossessioni per certi romanzi e per alcuni personaggi, per esempio il Long John Silver de L’isola del tesoro, ma ancora di più quello di La vera storia del pirata Long John Silver (romanzo bellissimo), ma gli esempi qui sarebbero davvero tanti, potrei sproloquiare per ore.

 

 

Ho trovato particolarmente vera la storia tra Isabella ed Elia. Una storia come tante, raccontata con rabbia e sofferenza. Avverti la passione che li ha uniti, comprendi le difficoltà che stanno vivendo. Altrettanto intensa la storia di Alberto e Anita: si amano alla follia ma sono divisi da famiglia e colore della pelle.  Un po’ provocatoriamente chiedo: realismo o pessimismo?

Realismo sempre, pessimismo mai. Questo è il mio motto. Mi rendo conto che le storie di Eravamo tutti vivi non sprizzano felicità, ma ritengo che non siano pessimiste. Molto realistiche, invece sì.

Ogni personaggio è immensamente vivo, era questo che volevo mostrare: le cose possono andare male finché si vuole, ma essere vivi è uno stato che prescinde dalla fortuna, essere vivi è una volontà.

Come quella di Isabella, o di Max, ma anche dello stesso Elia. Sei vivo quando sei caparbiamente aggrappato alla vita; questa è la più grande forma di ottimismo che io conosca. I divorzi, le separazioni, le liti, le disillusioni sentimentali e politiche, ma anche tante cose belle: i matrimoni, i figli, cantare, fare l’amore, le amicizie, andare in bicicletta, in vacanza, al lavoro, ai concerti; la vita è questa roba qui, mi sembra.

Per questo penso che Eravamo tutti vivi riguardi la mia generazione, ma insieme tutte le generazioni. Chi, tra le persone che conosci e che abbiano affrontato il passaggio tra la gioventù e l’età matura, non ha vissuto queste stesse esperienze?

 

 

Max, figlio di una Padova ribelle piuttosto benestante, e Chiara,  figlia di un paese di campagna in cui “Era tutto pieno di fottuti papaveri che col loro rosso sfacciato le ricordavano l’oppio e il sangue”. Psicofarmaci ed eroina. Il mal di vivere che colpisce senza badare alla provenienza e all’estrazione sociale. Chiara, sogna la libertà di “andare a dormire senza dover aspettare che Cristiana fosse tornata. Per dire un’altra sera che era salva. Era a letto. Eravamo tutti vivi. “ Sullo sfondo delle rispettive vicende due famiglie molto diverse. Quale il loro ruolo?

Ecco, hai centrato il punto. Eravamo tutti vivi nonostante le nostre famiglie, potrebbero dichiarare i sette personaggi. Perché gli attuali quaranta-cinquantenni sono i figli dei cosiddetti baby-boomers; i figli dei primi divorziati d’Italia, i figli di una generazione che si è formata su grandissimi cambiamenti sociali, come l’inserimento massiccio delle mamme nel mondo del lavoro.

I genitori dei protagonisti sono genitori in bilico tra i vecchi modelli e i nuovi, sono genitori senza identità e autorevolezza precise, sono genitori che hanno bisogno di essere accuditi come fossero loro i figli, adulti che spariscono, muoiono, vanno in carcere, picchiano, oppure sono agganciati in modo anacronistico alle glorie passate.

E dunque, sul piano delle ragioni per cui questa “generazione x” è diventata quel che è, pesano forse più determinate ragioni familiari e sociali che la disgraziata congiuntura storica. Spingendoci oltre, forse potremmo azzardare il pensiero secondo cui la disgraziata congiuntura storico-economica è anch’essa figlia di quei genitori lì.

 

 

La realtà di Padova, narrata nel romanzo, rispecchia quella che è la realtà italiana. La difficoltà nel trovare lavoro dopo la Laurea, il precariato nell’insegnamento, la fuga all’estero, il difficile processo di integrazione (paradigmatico il caso di via Anelli ), la crisi economica in agguato. Torniamo all’affermazione di Elia: Il declino è alle porte. L’Italia sta cambiando.” Qualcosa è cambiato?

Nel ventennio che fa da sfondo alle storie di Eravamo tutti vivi, sì, è cambiato molto nel nostro paese e per lo più in peggio. La situazione precipitata in quel ventennio (1994-2013) riguarda soprattutto la mancanza di lavoro e di prospettive, la mancanza di stabilità. E questo discorso, purtroppo, non ha riguardato soltanto i giovani, sicuramente loro, ma anche molti adulti. Molte aziende chiuse, molte famiglie in difficoltà. Se invece pensiamo al presente, beh: posso dirti che ho scritto Eravamo tutti vivi per metabolizzare un momento del nostro paese che ho vissuto molto angosciosamente, in qualche modo speravo in una catarsi verso un progressivo miglioramento.

Pensavo a un personale risarcimento rispetto ad una domanda che mi opprimeva: che cosa abbiamo fatto noi per impedire tutto questo? Speravo che saremmo passati oltre, invece oggi penso che il presente sia ancora più pericoloso: non sono più in discussione soltanto lavoro, prospettive e stabilità economica, mi pare in discussione l’umanità stessa.

 

 

Molte le citazioni musicali… Vuoi consigliarci una colonna sonora adatta alla lettura del tuo romanzo?

Sicuramente la discografia dei Marlene Kuntz, un gruppo che ha prodotto la propria musica proprio in questo arco temporale e che ha iniziato a muoversi negli ambienti che io descrivo; le canzoni italiane degli anni ’60, ma anche i CCCP degli anni ’90.

Direi anche P.J. Harvey e i Nirvana; per inserire un po’ di passato, invece, aggiungerei i Rolling Stones.

 

Veniamo infine al Premio Comisso che ti ha vista tra le opere in concorso, nel 2018, nella sezione Narrativa. C’è qualcuno tra gli esclusi che avresti voluto in finale?

Avrei voluto vedere in finale una donna, penso a Mariapia Veladiano. Ho seguito tutto il suo percorso in questi anni e mi pare un’autrice di valore.

Inoltre, scrivere un romanzo in cui la voce narrante è Maria di Nazareth mi sembra un progetto davvero ispirato e coraggioso.

 

Mariapia Veladiano, Lei