“Calabrese di ritorno” di Giovanni Comisso

Giacomo Casanova, ancor giovane, va in Calabria dove sua madre a mezzo di un cardinale germanico gli aveva trovato un posto di segretario presso il Vescovo di Martorano. Lasciamo allo scrittore la descrizione:

« Partii da Salerno con due preti che andavano per affari a Cosenza e coprimmo centoquaranta miglia in ventidue ore. Il giorno seguente al mio arrivo nella capitale della Calabria andai a Martorano con una piccola carrozza. Contemplavo pieno di meraviglia un paese rinomato per la fertilità, nel quale, nonostante la prodigalità della natura, vedevo soltanto il contristante aspetto della miseria, la mancanza assoluta del piacevole superfluo che rende sopportabile la vita e la degradazione della specie umana così scarsa in una terra dove avrebbe potuto essere tanto densa, e arrossivo nel riconoscerla uscita dal mio stesso ceppo».

Il Vescovo di Martorano lo accolse benevolmente ma era pieno di debiti e mangiava pane ammuffito e secco. Casanova capisce subito che non è terra per lui; e riesce ad andarsene via, per altro destino.

Questo episodio della sua vita mi venne in mente quando conobbi un giovane sedicenne che, invece, dalla Calabria era venuto nel Veneto e anzi a Nervesa, dove aveva trovato lavoro in una industria. Il fatto andò così. Da quella Calabria, lontanissima e miseranda anche nel nostro secolo, suo fratello fu destinato a fare il soldato vicino al Piave. Era come se un calabrese fosse andato in America e vi avesse trovato il filo conduttore per richiamare nella terra dei ricchi i consanguinei a una vita migliore.

Quel soldatino venne subito sollecitato a trovare un posto di lavoro per il fratello, e gli pareva di avere assicurato ormai la salvezza alla Calabria.

Il giovane calabrese partì dalla terra lontana per il Veneto con l’ estro di essere l’unico a poter vantare questa via di uscita.

Quanti mari e quante montagne egli rasentò per giungere alla piccola fabbrica che gli assicurava un destino migliore, fuori dalla fertilissima terra e disperata. Essere così giovane e padrone di un mestiere meccanico era già un passo da gigante.

Cosa importava se lungo il mare di Calabria il trifoglio fioriva incarnato alla metà di marzo, se non vi era nulla da esportare negli altri paesi.

Egli a sedici anni era già potuto arrivare nel centro dell’Italia settentrionale, dove la vita aveva incrementato il lavoro, valorizzando il superfluo.

Il padrone della piccola fabbrica, quando lo sentì offrire le sue prestazioni, volle vedere che cosa sapeva fare e si ritenne fortunato di poterlo assumere senza il necessario tirocinio che lo avrebbe tramutato in seguito da avventizio in operaio.

Il giovane calabrese era già un piccolo operaio, sapeva fare le saldature senza guastare strumenti ed ebbe la sua paga ridotta.

Il ragazzo scrisse ai fratelli, i quali stavano ancora allevando pecore sugli alti pascoli, che egli si trovava al Nord ed era operaio vicino al Piave e al Montello, dove ricordi monumentali delle battaglie che avevano liberato l’Italia custodivano i morti.

Non si sentiva più una carne calabrese da vendere, ma una piccola e cosciente volontà di operaio con lo sguardo ansioso verso il futuro.

Con la misera paga che otteneva in quella fabbrica riescì ad avere nella trattoria della pensione, appena quel tanto da mangiare per vivere. Alla sera aveva un posto a tavola tutto per sé, cosa insperabile nella natia Calabria; e le cameriere giovanette lo venivano a servire attratte dalla novità, ma a quel posto portavano sempre troppo poco per il suo fisico vorace. Il fratello aveva anche lui la sua America in quella parte industriale dell’Italia e il rancio che gli davano era un banchetto, in confronto al mangiare ristretto da pastore.

Tutto era però provvisorio, e Martorano era pari a Nervesa.

Il superfluo non veniva esportato e le paghe sempre più miserevoli non avevano possibilità di aumento. L’estate era vicina e non fu più necessario consumare le scarpe belle e lucide per farsi vedere e mostrare che era qualcuno. Anche la buona stagione era diversa, in Calabria al caldo si univa il balsamo dei fiori ed era già un ricco compenso. Il desiderato avvenire di ricchezza non si avvicinava.

Quelle saldature a poco prezzo avrebbe trovato da farle anche in Calabria e così, terminato il servizio militare del fratello, insieme presero il treno e dopo tanti monti e tanti mari furono ancora alla vecchia casa, pur sempre memorabile e austera.

Giovanni Comisso

Il Gazzettino 11 maggio 1967