Giovanni Comisso - Colori e profumi

Colori e profumi. Un racconto multisensoriale di Giovanni Comisso

Aveva appena smesso di piovere e il cielo si schiariva a tratti sopra le colline che verdeggiavano lucenti alle intermittenze del sole, mentre le montagne vicine rimanevano cupe tra le nuvole fumose, impigliate tra le cime. Dalla terrazza del piccolo albergo vedevo una strada scendere e poi risalire per un colle che formava con altri una cerchia, entro alla quale immaginavo vi fosse un lago o un cratere spento di un antico vulcano. Tutto il verde novello mi attraeva fuori dalle stanze chiuse e dalla gente domenicale; volevo vedere le gemme che si sarebbero aperte dopo la pioggia, i primi fiori e le foglie ancora tenere come alette di farfalle appena uscite dal bozzolo. Tra le commessure del muretto lungo la strada l’erba era già nata con la violenza di getti d’acqua compressi da rocce e una pianta di salvia aveva disteso le foglie larghissime e villose che presagivano l’uscita dallo stocco di un grande fiore. Più avanti sul terriccio trattenuto dal muretto, altre piante di salvia raggruppate, come una confederazione, con le loro foglie basilari aderenti alla terra tenevano soffocata ogni altra erba che volesse nascere tra esse già i loro stocchi reggevano i piccoli fiori azzurri che stavano per aprirsi. Discosto da esse, vicino alle ultime pietre del muretto, un erba grassa che aveva le piccole foglie come gocce di vischio contenuto entro a una pellicina di gomma, formava un giaciglio preferito da innumerevoli chioccioline ancora prese dal letargo invernale. Un melo si alzava da un orto vicino, portando i rami fioriti fino al livello della strada. Era possibile toccarli e osservarli nel loro bianco rosato, pregni ancora di pioggia; e, data una scossa per liberare un ramo dall’acqua, molti petali caddero rievocando quel verso di Petrarca: “Qual Fior cadea sul lembo“. Sotto a una piccola foglia che durante la pioggia doveva aver funzionato da ombrella, stava ancora riparata una satanica farfalletta rossa, graduata da strisce nere. Quei fiori non avevano alcun profumo, a mordicchiare I petali si presentiva invece un sapore di mela. Predominava il colore bianco e rosa tra i rami dove ancora non appariva il verde delle foglie.

Foto da Pexels/Pixabay

Mi ricordai di una mia lontana passione per la botanica, quando andavo alla scoperta di leggi che esponevo al mio professore tra le risate dei compagni, mentre egli mi approvava incoraggiante. Una volta dissi: “L’intensità del profumo dei fiori è inversamente proporzionale a quella del colore“. Il professore tenne subito una lezione  su questa legge che diceva essere una mia scoperta; e oggi mi piacerebbe proseguire e scoprirne altre. Mi risentivo come il tempo delle vacanze pasquali quando dalla città, andavo ad accertarmi della primavera tra colline come queste. Vi sono leggi precise che equilibrano nei fiori non solo il rapporto tra il colore è il profumo, ma anche la quantità dei fiori in una stessa pianta secondo l’intensità o meno, sia del profumo che del colore. Quel melo aveva i fiori di un colore tra i meno intensi e il profumo era anche sottilissimo; per questo era necessario a quella pianta diventare appariscentissima nella sua fioritura, fiorendo prima del completo dischiudersi delle foglie e in una grande massa attraente. Il papavero, che col suo rosso saettante è forse uno dei fiori più intensi di colore, manca di profumo e scaturisce dalla pianta in pochi esemplari alla volta. Molti fiori però sfuggono alle limitazioni della legge perché sono stati corrotti dall’uomo, attraverso ibridazioni fuori dall’ambiente originario.

Proseguendo per la strada tra il verde dei prati, del frumento e delle prime foglie dischiuse, mi convinsi di un’altra armonia in rapporto ai colori. Nessun fiore è verde, perché il colore verde è stato determinato come sfondo sul quale ogni fiore deve apparire allo sguardo acutissimo degli insetti. Nessun fiore e nero, perché il nero è il colore dell’ombra infeconda. Se le foglie perdono il loro colore verde per assumere quello giallo o rossiccio, questo avviene quando i fiori hanno esaurito coi loro colori il loro compito tramutandosi in frutta.

foto di James St. John, Wikimedia Commons

Più avanti la strada era in salita e il passo più lento mi portava ad osservare le piante vicine, una alla volta. Le giovani querce con le loro gemme erano strabilianti. Gemme di un pallido verde, rosato sugli orli, dense, lanose, cesellate nelle piccole foglie, mentre il vento leggero ne tremava qualcuna, secca, non caduta durante l’inverno col desiderio di staccarsi per non dare impiccio alle rinascenti. Un sambuco rapidamente già sviluppato nei suoi rametti novelli mi incuriosì subito per qualcosa di strano. Alla base di ognuno di questi rametti verdissimi e teneri vi erano sei piccole foglie provvisorie, simili a scudetti che avevano protetto la gemma nel suo aprirsi. Alcune di queste, le prime quattro, ora che la gemma si era tramutata in rametto, erano già avvizzite e stavano per staccarsi, ma le due ultime, all’apice della loro forma a scudetto, si erano prodigiosamente modellate in una piccola foglia della forma di quelle del ramo novello.

Mi divertivo a scoprire da me e per me, come fossi ancora al tempo di scuola, una nuova legge: quella che subito chiamai delle foglie ausiliarie. Nel crescere del rametto con le nuove foglie, mentre queste non erano ancora funzionali, i due scudetti più vicini, che durante l’ultimo freddo invernale avevano protetto la gemma e il germoglio, erano venuti in soccorso tramutandosi in foglie ausiliarie e provvisorie in rapporto all’incostanza della primavera che non permetteva alle nuovissime, non ancora dispiegate, il respiro sicuro. Mi ricordai subito delle piante di granone durante una estate in cui la grandine ne aveva del tutto distrutto le foglie, i cartocci protettivi delle pannocchie si erano tramutati in foglie ausiliarie.

Dal pendio umido e verdeggiante si dominava tutta la chiostra delle colline, che il sole a tratti rendeva splendenti. Da una casupola venne il mugghiare di un animale che aveva inteso lo scalpiccio dei miei passi. Anche da un’altra casupola in una valletta, poco prima, un altro animale aveva mugghiato: sentivano i miei passi d’uomo e sembrava lanciassero un’invocazione lamentosa. La porta della stalla era aperta e Il riverbero del verde che era di fuori illuminava i fianchi ad alcune vacche che mangiavano ancora il vecchio fieno essiccato. Il loro sguardo bramoso si rivolgeva sempre verso la porta e verso l’erba novella dei prati.

Foto di Ekrulila da Pexels

Un contadino uscì da un altro lato della casupola. Come ci conoscessimno da tempo, parlammo subito di quelle colline, delle promesse della stagione, del suo frumento che era bellissimo. Mi disse che un gregge, nell’andare verso i monti, vi era passato sopra un mese prima brucandolo dovunque. Era infastidito perché il pastore non gli aveva ancora pagato il danno, pure il frumento era ricresciuto bellissimo. Gli dissi che una volta, appena finito l’inverno, si usava appunto fare passare un gregge sui campi a frumento perché, brucandolo, lo si cotringesse a rigermogliare con più vigore. Ancora l’erba mi parve come l’acqua che, se trattenuta, rizampilla più violenta. Si sarebbe accorto alla battitura che avrebbe dovuto ringraziare quel pastore.

Quelle colline, quei fiori, ogni erba, ogni pianta, quegli animali e quel contadino avevano un loro linguaggio: bisognava scoprirne la legge. Ero giunto al limite della chiostra che pensavo racchiudesse un lago o un antico cratere, invece non racchiudeva nulla, ma d’improvviso, mentre il sole si era fatto più basso tra le nubi confuse, dietro le colline, nel cinereo del cielo si era alzato mezzo arcobaleno riassumendo tutti i colori della terra.

Giovanni Comisso

Pubblicato il 9 giugno 1951 sul quotidiano “Il Tempo”.

Immagine in evidenza: Foto di Johannes Plenio da Pexels