“Comisso” di Paolo Coltro


Cinquant’anni fa la scomparsa dello scrittore trevigiano (Pubblicato in Cultura/Corriere del Veneto, 03/01/2019)

La Giovanna, la vecchia fedelissima cameriera di casa Comisso, gli sopravvisse e prima che chiudessero la bara, quel 21 gennaio 1969, disse all’amico Mario Botter, l’angelo custode delle case dipinte trevigiane, di mettere sul petto del «paronsìn» una foto di sua madre.

Così Giovanni Comisso se ne andava cinquant’anni fa, in quella Treviso che per l’occasione aveva raccolto un po’ di intellighenzia veneta, da Diego Valeri a Goffredo Parise. 

E tutti a dire, un po’ a celebrazione e un po’ sottovoce tra loro, che Giovanni non aveva avuto la gloria che si meritava, che in fondo era rimasto fuori dai piani alti della letteratura nazionale- Eppure Giovanni Comisso aveva attraversato il secolo scrivendo e pubblicando: almeno trenta libri, tra romanzi e poesie, e anche saggi storici.

E s’era meritato i premi Bagutta, Viareggio, e lo Strega nel ’55, il Montefeltro. Gli articoli di giornale, poi non si contavano, centinaia, forse più di un migliaio, compresi quelli per le riviste mediche che pagavano bene; ma soprattutto i resoconti di viaggio come inviato per La Gazzetta del Popolo, il Corriere della Sera, la Stampa, era lui «L’italiano errante».

Il suo vivere era scrivere, e di scrittura è riuscito a vivere: altri tempi.

E se con i proventi dei suoi pezzi dal mondo (Cina, Giappone, Russia) gli riuscì di comperarsi una vecchia casa colonica a Conche di Zero Branco, gli introiti dai libri non erano granché, e di qui la querelle con gli editori che non lo sostenevano e perfino l’autocommiserazione: «Noi indigenti…».

Comisso e la Bellonci, Premio Strega del 1955

Eppure dagli anni ’30 in poi Comisso era letto, e i lettori apprezzavano. Era un prodotto del suo tempo: nato nel 1895, era partito volontario per la Grande Guerra, si era fatto affascinare da Gabriele D’Annunzio, aveva partecipato convinto all’avventura fiumana, tanto da scriverci un libro, «Il porto dell’amore».  Aveva dovuto pubblicarlo a sue spese, nel 1924, vendendo l’impermeabile. Ma scrivere, scrivere era quello che voleva. Provare a fare il commerciante d’arte a Parigi? Macché. Laurearsi in giurisprudenza a Siena? Tempo perso, non farà mai l’avvocato.

Sul papiro di laurea gli amici lo immaginavano: «Natura lo faceva poeta/gli uomini lo vollero avvocato/Se l’arte piange, la giustizia non ride».

Si imbarca sui pescherecci dell’Adriatico, vive la vita dei marinai, scrive di pesca e di uomini in «Gente di mare», sbarca a Milano e tramite Leo Longanesi conosce tutti quelli che contano, entra nel giro delle riviste e dei giornali. E’ fascista? Abbastanza, soprattutto per convenienza, solo così può scrivere.

Sottilizzano i critici: non è un narratore, è un raccontatore.

E in effetti Comisso mette in parole la sua vita, quel che vede, quel che gli capita, con un’eleganza che esalta i particolari anche se spesso – sempre i critici – si accontenta della superficie. Gira il mondo ma gli aspetti sociali non lo toccano, si accontenta di ridipingere con sapienza e distacco i luoghi comuni.

Piace perché va sul sicuro, non scardina, ma affascina, le sue pagine assomigliano alla pittura, si vedono i colori, i gesti, le espressioni.

Giovanni Comisso

In realtà quel quasi dandy di provincia – fa l’inviato in giacca cravatta pullover e fazzoletto nel taschino – è dentro la vita, la sua soprattutto. L’autobiografia si trasfonde nei romanzi, i personaggi si portano dietro pezzi profondi dell’autore: il disincanto, la sensualità, i sentimenti amorosi (maschili: c’è un Guido, c’è un Bruno, in mezzo fa capolino una Rachele che Comisso pensò anche di sposare).

C’è la necessità di raccontare «l’ansito interno dei fatti», qualcosa di più dei gustosi elzeviri da quotidiano.

La casa a Zero Branco diventa «La mia casa di campagna», luogo del pensare, dell’ozio vagheggiato, mentre da giovane sulla parete della stanza c’era la scritta a carboncino «leva sù, vinci l’ambascia»…

Ha scritto il critico Alberto Saibene: «Non è mai scoccata l’ora di Comisso». Dice oggi l’italianista Saveria Chemotti: «Riscopriamolo. Per l’eleganza, la curiosità sentimentale, la sua diversità dagli altri veneti». Sembra paradossale, ma la sua prosa sarebbe perfetta in questi tempi di Facebook.

Non a caso di lui hanno detto: «Se fosse stato analfabeta, sarebbe diventato certamente un cantastorie».

Giovanni Comisso