A tavola con Giovanni Comisso. Ospiti a tavola

Dopo aver improvvisato uno spettacolo in trattoria per intrattenere i commensali, Giovanni Comisso ci ha invitato a scoprire la delizia delle Marcandole e a rilassarci in una trattoria di campagna. Abbiamo gettato infine uno sguardo sui costumi della società italiana osservando i grassoni a tavola.

Proseguiamo con gli appuntamenti dedicati agli ospiti di qualità. Dopo un insolito banchetto con protagonista un cane, e dopo la risoluzione a tavola, di alcune delicate questioni, ci ritroviamo a festeggiare oggi le tante primavere di un delizioso signore veneziano…

Ospiti a tavola

Mi lagnavo per la mia vecchiezza con un mio amico ed egli volle invitarmi a una colazione offerta da un vecchio signore che era venuto da Venezia ad abitare nella nostra città. Voleva festeggiare il suo avanzato compleanno con un coro di ospiti e il mio amico mi preannunciò che quel signore sarebbe stato euforico ed esemplare nonostante gli anni.

Quando entrai nella trattoria gli venni subito presentato ed egli ebbe cordiali espressioni per me, sebbene affrettato di farne anche agli altri che erano in grande parte vecchi signori sostenuti da un’eleganza ostinata.

Pareva un uomo politico che avesse convitato i suoi elettori. Sebbene guardassi attento i presenti non riescivo a riconoscere alcuno.

Mi sembrava di essere uno di quegli approfittatori che stanno di guardia all’ingresso delle trattorie e quando si presenta qualche occasione di banchetti per nozze o per compleanni, avendo un vestito decente si intromettono e si incaricano di leggere i telegrammi augurali, mentre nessuno, compresi i festeggiati sanno chi siano, ma vedendo che si rendono utili non osano allontanarsi.


“appena mosse le eliche ci si sarebbe subito associati come vecchie conoscenze…”

Mi sedei alla grande tavola e vedendo che anche gli altri non conoscevano i loro vicini, dissi tanto per riscaldare la conversazione che eravamo come a bordo di una nave in partenza per un lungo viaggio e se dapprincipio ci si considera tutti estranei, di certo appena mosse le eliche ci si sarebbe subito associati come vecchie conoscenze.

Per incominciare presi a chiedere ai vicini in quale rapporto d’amicizia fossero con l’ospite. Dalla pronuncia capii che in maggioranza erano veneziani e avevano la gaiezza degli abitanti di quella città, quando vengono a passare una giornata in terraferma, « in campagna » come dicono loro quando escono da Venezia che considerano la città per eccellenza.

Interrogai da prima una giovane signora con un grande naso sparavento a cui corrispondeva una bocca larga e volubile, un tipo venezianissimo, e mi disse che ella conosceva l’ospite, solo perché villeggiava di fronte alla sua casa e suo marito, che le sedeva a fianco, aveva cura del cane quando egli si assentava.

Deluso mi rivolsi al mio vicino di sinistra ed egli che faceva l’ingegnere prima di tutto credeva volessi parlare con lui per rimproverarlo di avere costruito un grattacielo nella periferia, sapendomi contrario a questo genere di edifici in una città imminente alla campagna. Dissi che ognuno può fare quello che vuole, oramai non vi è più freno nel rovinio delle nostre antiche città e allora seppi che egli era presente a quel banchetto, perché fratello dell’avvocato dell’ospite che stava seduto di fronte.

L’ospite era in vero un grande signore. Aveva non solo convitato alcuni suoi amici e coetanei, ancora radicati alla vita, ma molti altri che aveva avuto occasione di conoscere di sfuggita.

Ogni tanto si alzava dal suo posto e veniva amabilmente a conversare con tutti lungo la tavola. Venne anche da me e trovammo di avere molti amici comuni.

Longhi, La cioccolata del mattino

A un certo momento mi accorsi di una signora seduta di fronte, molto vistosa ed espansiva, e le chiesi se era una parente del festeggiato. Era veneziana e risultava degna di abitare in una villa veneta della terraferma mentre pareva uscita da un affresco del Longhi.

Ella mi disse di essere la moglie del mio vicino di destra e allora mi diedi a farle apertamente gli elogi, ma suo marito scattando con una gelosia autentica o fittizia mi battè sulla mano e mi impose di non provocarlo. « Giù le mani » mi ripeteva come se avessi toccato sua moglie. Mi piaceva la sua attitudine goldoniana e volli da buon vecchietto insistere a provocarlo ancora. Intanto l’ospite pregava i convitati di fare silenzio perchè doveva parlare. Gridava: « Volete che mi metta in ginocchio ai vostri piedi ? ».

Venne il silenzio, e il vecchio ospite promise che si sarebbe fatta una lotteria mettendo in premio una spilla per le signore e un altro oggetto per i signori. Conosceva l’arte di trattenere a tavola i convitati che doveva essere familiare ai veneziani quando ospitavano amici a banchetti in villa. Così invece di andarsene via dopo avere ben mangiato, tutti rimasero facendosi avidi e attenti al gioco.

Vecchi e non vecchi erano diventati come bambini in un asilo.

Dopo l’estrazione dei premi il nostro ospite venne a salutare i non favoriti portando a ognuno un dono di stampe di cui doveva avere una esorbitante collezione. Voleva risultare un generoso completo e pareva volesse lasciare come il famoso carro di fieno un buon profumo dietro di sè, per la silvestre via.

Un altro suo coetaneo stava con lo sguardo fisso verso un punto della tavola e non sapevo cosa lo interessasse. Guardai meglio e vidi che era attratto da una grande torta di cioccolata dove era scritto con lo zucchero:

«Viva viva le settantacinque primavere ».

Non si sapeva se quel vecchietto pregustasse quel dolce o meditasse su quelle parole. Doveva essere la stessa cosa, la sua vita doveva essere stata tutta una cioccolata.

Lo doveva essere stata anche per l’ospite il quale riprese ad alzarsi in piedi per fare un discorso, ma fu breve:

« Adesso vi offro il dolce, disse, ma non ho voluto che fosse incoronato dalle solite candeline, non perché avrebbero dovuto essere troppe, ma perché quelle si spengono e noi invece vogliamo rifiorire sempre come la primavera. Auguri a tutti ».

I pochi giovani che erano presenti stavano dietro a lui pronti a sturare le bottiglie di spumante e parevano invero artiglieri nell’imminenza di dare fuoco ai pezzi. D’improvviso e unanimi gli spari travolsero tutti i presenti in un’ allegria da banchetto di nozze.

Giovanni Comisso
Il Gazzettino, 28 novembre 1965