A tavola con Giovanni Comisso. I problemi a tavola

Dopo aver improvvisato uno spettacolo in trattoria per intrattenere i commensali, Giovanni Comisso ci ha invitato a scoprire la delizia delle Marcandole e a rilassarci in una trattoria di campagna. Abbiamo gettato infine uno sguardo sui costumi della società italiana osservando i grassoni a tavola.

Ancora un appuntamento dedicato agli ospiti di qualità. Dopo un insolito banchetto con protagonista un cane, lo Scrittore si trova oggi a fronteggiare gli eccentrici ospiti di un conte…riuscirà a farli accomodare a tavola per godere di un delizioso spiedo? Leggiamo…

I problemi a tavola

Per distrarmi dalla noia il mio amico Paolo mi telefonò che nella sera sarei andato con lui a cena dal conte, amico comune sempre ospitale, e sarebbe venuto a prendermi con la macchina. Arrivò, vi erano altri con lui, una signora triestina e giornalista, un altro pure triestino e giornalista. Si fecero le presentazioni al buio, ma quando intesi il suo nome ebbi la certezza di conoscerlo da tempo e gli battei cordialmente la spalla dandogli del tu. La signora era così esageratamente profumata di gelsomino che mi diede subito un acuto male di testa.

 

Quando si arrivò alla villa del conte, trovammo altri ospiti nel cortile appena scesi dalle macchine, così che pensavo si sarebbe trattato di una cena solenne, nella quale avrebbero trionfato i vini famosi della cantina del conte e la sua cucina sempre fornita di cacciagione e di funghi del bosco.

Egli seguiva con generosità la tradizione della sua famiglia e aveva accolto la proposta del mio amico Paolo di invitare, anche per rompere la monotonia del vivere in campagna, tutte quelle persone che come si presentavano ognuna aggiungeva, quale fosse un titolo nobiliare, essere delegato di una città della nostra regione. Dovevano appartenere a un’associazione benefica che proteggeva o tutelava qualcosa, non mi interessava sapere se vini o paesaggio.

 

 

Siccome si era già fatto tardi avrei desiderato ci si mettesse a tavola e invece il conte ci fece passare in una stanza ben riscaldata da un caminetto vampeggiante e fece portare alcune bottiglie del suo vino.

Erano una decina di delegati che subito si accomodarono nelle ampie poltrone per assaporare quel vino, ma uno che l’aveva bevuto in fretta disse con tono di comando che bisognava trattare subito, prima di cenare, gli argomenti in questione, perché egli doveva partire in aereo per Roma.

Questo risvegliò il mio estro aggressivo e gli dissi che non doveva fare come certi ministri che hanno sempre l’aereo in partenza per Roma e sarebbe stato meglio trattassero i loro problemi a tavola.

Fu inesorabile, come fosse in vero un ministro, e non dovevo contrariarlo tanto più che mi rivelò essere mio cugino.

 

Lo guardai meglio in volto, volli mi ripetesse il suo nome, ma era un cugino che non sapevo di avere, molto alla lontana. Vedevo la cena allontanarsi quasi con capogiro e mi rivolsi quasi in aiuto a quel giornalista che era venuto in macchina con me, ma visto al chiaro mi accorsi che non lo avevo mai conosciuto prima e che gli avevo abusivamente dato del tu.

Rassegnato alla sconfitta andai a sedermi accanto alla signora triestina, ma il suo profumo di gelsomino minacciava con il calore della stanza di rinnovarmi il male di testa e dopo averle detto come complimento che Trieste è una città orientale dove si amano i profumi molto acuti, la lasciai e mi avvicinai a un altro dei delegati pregandolo di influire per passare a discutere i loro problemi a tavola, ma come se non gli avessi neanche rivolto la parola, si alzò dalla poltrona e con tono evocatore disse: « Gentile signora e signori, io tra di voi sono come La Fayette al convegno nella sala del Jeu de Paurne, il 28 giugno del 1789: non porto voto, ma solo la mia presenza… », e proseguì sempre più legato alla storia, facendomi cadere le braccia.

 

Allora mi rivolsi al conte il quale non sapeva più di me la ragione di quel raduno nella sua villa e mi propose andassi in cucina e, se era pronto, dicessi al cameriere di servire in tavola, perché di certo il risotto si sarebbe fatto lungo. Passando vicino al mio amico Paolo gli dissi che con le chiacchiere non si friggono le frittelle e non capivo cosa avessero tanto da argomentare.

Egli alluse con rispetto al delegato, che diceva essere mio cugino e che aveva ripreso a parlare trattando, mi parve, il problema finanziario dell’associazione. Allora passai in cucina, dove la direttrice della casa mi accolse come un liberatore; il risotto era pronto, ma si era fermato il girarrosto e le quaglie minacciavano di bruciarsi.

Con un pezzo di legno diedi alcuni colpi alla macchinetta, che subito prese a girare con la dovuta lentezza. Le dissi che non ne potevo più dalla fame, mentre gli altri ospiti stavano sempre discutendo.

Il conte mi aveva detto di servire in tavola e rivolgendomi al cameriere lo istruii a dire con voce alta di comando: « Signora e signori, la cena è servita ».

 

Volle fare la prova della voce, andava bene e passò nella stanza per dire: « Signorina e signori, la cena è servita ». Questa signorina era la signora profumata di gelsomino e capii che per questo aveva tratto in inganno il cameriere, giovane e paesano, che doveva averla odorata prima.

I delegati invece di muoversi avevano aggiunto ai loro oscuri argomenti questo di chiarire quale fosse la signorina tra loro. In fine il delegato che doveva partire in aereo per Roma se ne andò e tutti vennero nella grande cucina dove era imbandita la tavola accanto al focolare odoroso di buona legna e delle quaglie allo spiedo.

Per sfuggire al caldo diretto delle fiamme alla schiena e il profumo di gelsomino della signora triestina mi sedetti vicino al conte che pareva ringraziarmi con lo sguardo per essere riescito a portare quella gente a tavola.

Pareva non si pensasse più a discutere i problemi dell’associazione  per dare posto all’apprezzamento dei cibi e dei vini quando uno dei delegati si alzò per dire quasi con violenza :

« Plutarco nelle sue storie dice che Giulio Cesare dettava agli scribi più lettere diverse nello stesso tempo. Ora propongo che non si faccia un torto al signor conte che ci ospita tanto nobilmente, mettendo in sottordine i suoi vini e le sue pietanze, ma ci si faccia emuli di Giulio Cesare, trattando insieme gli argomenti vitali della nostra associazione ».

Tutti applaudirono e allora l’altro personaggio che aveva impersonato La Fayette si alzò solenne apparendo contro alla tavola con il suo vestito da diplomatico a rigoni chiari su fondo scuro, per dire: « Ammiratore di Brillat-Savarin, l’autore della Pbysiologiedugoùt, ho voluto visitare la sua città natale: Belley per scoprire le ragioni locali che avevano ispirato un uomo di tanto valore nell’arte del cucinare, ma vi ho mangiato mediocremente… ».

Mi si chiusero le orecchie, quei delegati volevano assolutamente guastare il piacere di stare al caldo a una tavola così squisita e allora, spinto dalla mia aggressività e da quel parlare, che sapeva di enciclopedia, non potei trattenermi dal sibilare un’invettiva: « Parolai », ma non se ne accorsero.

Forti dell’evocazione di Plutarco, di Giulio Cesare, di La Fayette e di Brillat-Savarin, invitarono a grande voce la signora triestina a prendere la parola.

Ella si alzò e portato dal caldo del focolare il suo profumo di gelsomino si diffuse nella cucina come una nube di incenso da carboni ravvivati dandomi nausea. Ella assicurò che la sezione di Trieste non si sarebbe staccata da quelle della Madrepatria e, sebbene povera, avrebbe dato tutte le sue forze per accrescere la potenza della associazione.

Gli applausi scrosciarono come un inno patriottico, mentre la signora ritornava alla sua sedia davanti a un piatto di fagiano con contorno di spinaci per il quale in vero andava l’applauso.

Così ritornò il silenzio e si finì di godere di quella cena.

Giovanni  Comisso
Gazzetta del Popolo, 20 febbraio 1965