Entro la muraglia quadrata. Impressioni di viaggio in Oriente di Giovanni Comisso

Pechino, luglio

Camminare sulla muraglia che separa la città cinese dalla città tartara è come camminare su d’un terrapieno che difenda terreni coltivati dalla violenza del mare. L’erba è arsiccia tra il colore cinereo del suolo; di là sale il brusio discorde e incessante della città tartara, di qua il vocio allegro di ragazzi che giuocano al calcio nel cortile di un collegio. Ci si incammina dopo aver visitato l’Osservatorio, dove sulla terrazza stanno grandi strumenti astronomici costruiti dai Padri Gesuiti nel 1600, sostenuti da mirabili zoccoli con dragoni irati ;e di qui si prosegue verso il torrione d’angolo; grigio, intagliato di nere feritoie, verdeggiante di lucida ceramica sul tetto.

E’ quasi sempre deserta questa muraglia: arriva solo portato dal vento qualche segno di vita, vorticoso da una parte, temperato dall’altra. Pechino si distende fumosa di polvere indorata dal sole prossimo a sparire dietro alle colline dell’ovest. Spiccano lontano le linee degli altri innumerevoli tondoni soprastanti agli angoli e alle porte. Attorno alla porta di Hata-Man, rossa nelle colonne del padiglione tutto verde e azzurro nei decori, le rondini impazziscono nei loro voli.

La miseria dei coolies

Sono venticinque chilometri di passeggiata, se si volesse percorrere tutta la cerchia esterna delle mura. Da Hata-Man fino alla colossale porta di Chien-Men la muraglia prosegue come baluardo delle Legazioni straniere. E’ un quartiere totalmente europeo attraversato da ottimi viali asfaltati e alberati.

Sulle alte antenne, su da ogni recinto, sventolano le diverse bandiere e attraverso ai bei portali d’ingresso si vedono, accanto a leoni scolpiti a guardia, sentinelle d’ogni Nazione.

Tra il verde dei giardini, palazzine e ville ambiziose di far mostra dello stile architettonico dei loro rispettivi Paesi.

La nostra è particolarmente lussuosa, ben tenuta, difesa da marinai disciplinatissimi; ha una chiesa dove alla domenica convengono alla Messa anche le famiglie del personale delle altre Legazioni.

Un monumento ricorda i nostri soldati morti durante la guerra dei Boxers.

All’ingresso d’ogni Legazione sosta in permanenza un piccolo gruppo di coolies con le loro carrozzelle, i quali si sono data premura di apprendere sufficientemente la lingua della Nazione a cui la Legazione appartiene. Come si entra in quella italiana, ci segue il coro sorridente di questi poveracci :« Buon giolno, signole, io non mangiale ».

La porta di Chien-Men è forse una delle opere più grandiose uscite dalla fatica di questo popolo. Su da un basamento d’una trentina di metri in cui è aperta la porta, si eleva un torrione rettangolare con tre file di feritoie quadre, d’un taglio michelangiolesco, protetto da un primo coperto di verde ceramica; sopra nereggia un’altra fila di feritoie e in fine verdeggia l’ultimo tetto rialzato agli angoli e con finali simbolici sul fastigio.

Questa è la porta maggiore di Pechino: l’Imperatore assiso sul trono del primo padiglione della città proibita poteva gettare lo sguardo attraverso le varie porte fino a questa e di qui fissarlo tra la vita tumultuosa del suo popolo.

Si scende in città, con la sera. L’aria si fa improvvisamente fresca. Non si può camminare a piedi: subito s’avvicinano i coolies coi pugni stretti alle stanghe della loro carrozzella e invitano a salire. In qualsiasi punto della città ci si trovi, essi subito ci riconoscono. Sono onestamente curiosi e chiacchieroni. Durante le lunghe soste si confidano tra loro i segreti di tutti gli stranieri che vedono passare. Sanno dove si abita, quello che si mangia, dove si è stati il giorno prima.

Divenuti animali per mestiere, questo è quanto è loro rimasto diumano: curiosità e chiacchiera. Ma tutto questo altro non è che a buon fine del forestiero, per meglio servirlo come tocchi loro la fortuna di portarlo a spasso.

Il fascino di Pechino

Ve ne sono sessantamila: ragazzetti sorridenti nella fatica e vecchi incurvati capaci ancora di muovere le gambe quasi per una forza automatica. Pechino ha in sé il più profondo fascino di città cinese e tutto il più accogliente aspetto di capitale abitata da gente raffinata e doviziosa. Tolte alcune strade che sono state allargate, asfaltate e qua e là corredate di qualche caseggiato di linea europea, tre quarti della città sono rimasti intatti come ai tempi dell’Impero. Interessante all’estremo è il senso di trapasso da una civiltà all’altra che si percepisce ad ogni istante.

Decadenza precipitosa e lenta rinascita. Medioevo e modernità che si scontrano, e l’uno che si sottopone all’altra.

Sensazione superficiale di immenso villaggio. Strade, stradette che finiscono in vicoli o in piccoli spiazzi, e dovunque un alto strato di polvere cinerea.

Muriccioli grigi, bottegucce, case a un solo piano; ogni tanto spicca il bel rosso lacca d’un portone signorile. Alberi dolcissimi sorpassano i muriccioli; altri danno ombra sui brevi spiazzi e subito ne approfittano i venditori ambulanti per piantarvi la loro bancherella. Sulle strade principali i negozi si susseguono con bizzarre facciate di legno traforato e dorato; strade animate di folla a piedi e di altrettanta in carrozzella. Donnine col capo tutto avvolto da un velo che ondeggia dietro alle spalle, per ripararsi dalla polvere; uomini col ventaglio aperto contro agli occhi per difendersi dal sole.

Di tanto in tanto la strada è ornata di archi in pietra o composti con colonne di legno laccate di rosso. I templi, le abitazioni dei principi e dei ricchi passano quasi inosservati non essendo costruiti in altezza ma estesi in più padiglioni tra l’ombra di fantasiosi giardini chiusi da muriccioli. Le botteghe di artigiani stanno quasi seminascoste, tanto essi sono gelosi dei segreti della propria arte: fonderie dove si stanno componendo i pezzi d’un grande Budda, fabbriche di tappeti dove su antichi disegni i ragazzetti intrecciano abilmente i fili. Mercati coperti ordinati, pieni di garzoni frenetici di poter vendere e di fare conti sopra conti, mercati all’aperto nei cortili dei templi in rovina, dove alle bancherelle s’alternano giocolieri o teatrini di burattini che attraggono l’avida curiosità dei vecchi e dei fanciulli. Al nord della città vi è il tempio del Lama.

Congiunta con le grandi carovaniere al centro dell’Asia, Pechino ospita maomettani e persino ebrei cinesi. Le moschee sono frequenti coi loro bagni e il loro luogo di preghiera in direzione della Mecca, dove tocca vedere dei cinesi che, messisi per l’occasione un turbante attorno al capo, compiono le genuflessioni di rito. Anche i conducenti delle carovane di cammelli, maomettani pur essi, che arrivano dal Turkestan o che si vedono passare in fianco alle si strade, vengono qui a pregare. In un quartiere della città vi è un «clan» di ebrei, riconoscibili solo dall’usanza di non mangiare carne di porco e dalle loro preghiere tramandate da padre in figlio che rivolgono ad un Dio unico e onnipotente. Al tempio dei Lama vengono a pregare Tibetani e Mongoli; il loro capo spirituale è il Dalai Lama che risiede a Lassa. I monaci assisi in più file davanti a bassi deschetti cantano presso a un grande Budda variopinto illuminato dall’alto.

Il canto è come un gorgoglio continuo: pare a momenti che soffino entro a delle pive fatte con gambi di foglie di zucca. A momenti il canto ha invece l’armonia delle nostre litanie cantate da vecchi contadini in chiese di campagna. Sono come storditi dal canto incessante.

L’inno a Budda

Grassi monaci si alternano a bambini che avranno appena passati i dieci anni, dalla testa corrosa dalla rogna o mezzo accecati dalla congiuntivite. Le labbra rimangono rialzate mentre, quasi con aiuto dello stomaco, danno un continuo mugolio che vibra nell’aria. Poi smuore, ma non è la fine : altre voci riprendono la preghiera in tono più alto e tutti finiscono col prorompere nell’inno davanti al Budda impassibile. Sull’altare vi sono alcuni piatti colmi di polveri azzurre, gialle, rosse e verdi come colori messi là a disposizione di un pittore che abbia da sopraggiungere per intraprendere la decorazione a nuovo del tempio. Un solo padiglione appare restaurato da poco; i fedeli scarseggiano e l’obolo è misero; gli altri padiglioni sono decrepiti e imminenti a sfasciarsi. Uno di questiè veramente molto bello per l’innesto di due edifici laterali al centrale (dove un altissimo Budda sta celato nell’ombra) a mezzo d’un passaggio aereo partente da una loggia che circola loro attorno.

Gli edifici sono di legno, d’un legno corroso dalle piogge e dai venti che ha assunto una patina oscura come i marmi di Venezia.

Sul sacrato del tempio, vicino al grande incensiere di bronzo, vi sono due donne che pregano, mentre si diffonde il canto dei monaci che, ora, hanno preso anche a battere un tamburo e a dare squilli di tromba. Le donne si irrigidiscono quasi in una posizione d’attenti; poi, congiunte le mani, le alzano sopra al capo, quindi le portano all’altezza del petto; sostano un attimo e subito s’inginocchiano per distendere tutto il corpo sulla pietra portando le mani in avanti e con la fronte battono il suolo. Si rialzano, ritornano sull’attenti e ripetono per lungo tempo ogni gesto di nuovo.

Ed era strano vedere come queste pose facevano risaltare certe loro forme e spiccare certe armonie di linee, del tutto identiche a quelle di alcune Dee di antichi dipinti che avevamo visto poco prima sulle pareti dèi tempio.

Giovani Comisso
Pubblicato sul Corriere della Sera del 3 agosto 1930