Comisso, gioventù della parola

Articolo pubblicato sul Corriere del Veneto, 5/11/2019

“Tutta questa presunzione di scrivere racconti o romanzi è una buffonesca menzogna. Non resiste narrativamente che la storia di se stesso”.

Un’ammissione impietosa, svelata nel suo ‘Diario 1951-64’ da Giovanni Comisso. Strano destino quello dello scrittore trevigiano (1895-1969): immediato successo con ‘Il porto dell’amore’ del 1924, frutto originale della avventura di Fiume, che nel ’29 arricchito da nuovi racconti e con il titolo di ‘Gente di mare’ vince il premio Bagutta. Successo reiterato con il magnifico ‘Giorni di guerra’ del 1930 – diario, manipolato dalla censura fascista, della partecipazione sul fronte orientale alla Grande Guerra.

Recensioni importanti, attenzioni della miglior critica del tempo da Pancrazi a Debenedetti, a Solmi, Montale che riconoscevano nella vibratile e frammentata prosa del giovane Comisso una vena narrativa nuova, pulsante di immediata comunicazione e acuto sguardo, in uno stile battente ritmi anche serrati, di breve ma travolgente intensità. Seguono, sulla scia di questa fortuna, collaborazioni illustri con riviste e quotidiani (grazie a Ugo Ojetti Il Corriere della Sera lo invia in Oriente e poi in Unione Sovietica): corrispondenze sorprendenti in prima persona, grondanti di esotismi e realismo. Comisso scriverà molti romanzi nel trentennio tra il 1930 e il 1962 ma la fortuna non tornerà più nella pienezza dei primi anni, lo scrittore galleggerà sull’onda di una discreta notorietà, fino a vincere lo Strega nel ’55 con  ‘Un gatto attraversa la strada’.

Oggi l’editrice La nave di Teseo ripubblica la narrativa comissiana credendo nella forza della sua scrittura (primo titolo della collana ‘Gioventù che muore’); in occasione dei cinquant’anni dalla morte dello scrittore trevigiano si torna a studiare l’attualità della sua prosa con una Giornata di Studi dal titolo significativo ‘Comisso nel tempo’.

Ma oggi perché ancora (o forse di nuovo, sdoganata dal marchio di scrittura del regime) la poetica di Comisso può affascinare, entrando in relazione diretta con il lettore? Cosa possiamo trovare oggi nelle sue parole? Semplicemente la vita allo stato nascente.

Le ragioni della attualità della sua prosa stanno nella radice profonda del suo scrivere che coincide con il suo vivere: nessuna parola delle sue opere è letteraria in senso stretto, tutto è filtrato dal corpo fisico – legame chimico-fisico diceva Parise (che tra tutti più gli assomiglia)- ogni accadimento o avventura si trasforma in narrazione. C’è una pagina magnifica in Rilke (in ‘I quaderni di Malte Laurids Brigge) a proposito  di come scrivere versi: la scrittura non deriva dai sentimenti ma dalla esperienza

“Per un solo verso bisogna vedere molte città, uomini e cose, bisogna conoscere gli animali, sentire come volano gli uccelli, e sapere i movimenti con cui i piccoli fiori s’aprono il mattino…”.

Poesia e non prosa? Ma nel caso di Comisso le due modalità confluiscono da un’ unica matrice che è il ritmo del respiro, la sorgente della vita, l’essenza. Molta scrittura comissiana è composta secondo un prosimetro naturale, cioè una prosa poetica ritmata, fatta di endecasillabi e ottonari alternati: gli esempi sarebbero così tanti che qui è più semplice suggerire una lettura ritmica ad alta voce e la magia si rivela immediata. Così come Comisso stesso confessa nella citazione riporta più sopra: niente di ciò che scrive deriva da intellettualismi o artificio:

vivere è la sorgente dello scrivere e lo stile di quella vita, che si sa in lui paradossalmente sfrenata e spartana insieme, si riversa senza filtri nella sua scrittura.

I suoi romanzi (tutti brevi, dall’intreccio semplice) sono in un certo senso l’anti romanzo del Novecento italiano, ma la sua migliore vena narrativa sta tutta nella memorialistica, nel racconto di una esistenza vissuta con i cinque sensi allertati in ogni singolo istante:

Parise afferma che Comisso vede la vita ‘come un’incessante conflitto di forze erotiche’; il suo sguardo è ‘animale’, né innocente né premeditato, come quello di un rapace, volto costantemente alla trionfante pienezza dell’occasione vitale.