"I miei incontri con Comisso" di Antonio Russello

I miei incontri con Comisso

I miei incontri con il rimpianto scrittore veneto, si possono situare nell’arco degli anni cinquanta. Partivo dal paese del Padovano, dove insegnavo, e sapevo che l’uomo aveva una casa in campagna, appena fuori da Zero Branco, in quel di Treviso. Così arrivandoci, lo trovai la prima volta mentre stava nel suo orto, credo a contare, col dolore di chi si sente defraudato dall’avara stagione, quante di verze, di lattughe, di melanzane, venissero fuori, per ricavare da quella vendita al vicino mercato, il guadagno supplitivo a quello che gli veniva dai diritti d’autore, magro lo stesso e frutto d’una altrettanta avara stagione letteraria, come mi disse dopo.

Si alzò dal contare i cespi degli erbaggi, mettendo davanti prima questa preoccupazione di mercato, come la cosa che più conta, sull’altra letteraria: timoroso sempre, incontrando uno sconosciuto che questi gli giocasse il solito tiro birbone di presentarsi come un nuovo scrittore, un postulante, che chiedesse qualche presentazione di favore presso case editrici.
Quando sentì il mio nome, seppe ch’ero siciliano, ma stabilizzato nel Veneto e che per di più non gli chiedevo nulla di quello che temeva, si dispose di più ad un cordiale incontro.
E tutta via non capacitandosi ancora che gli andasse così liscia, mise le mani avanti e mi sparò, bello e aperto: «Anche lei ha peccati sulla coscienza?» Intendeva dire letterari, e dicendogli di no, fu lieto di sapermi siciliano, la Sicilia l’amava, di siciliani ne aveva conosciuti tanti, anzi mi disse: «Noi veneti siamo poveri come voi, ma voi più di noi siete istintivi, ma io sì sono istintivo, e in Sicilia non ci sono nato appena per uno sbaglio». E me lo dimostrava dicendomi che Comisso proveniva dalla radice del nome del paese siciliano Còmiso. Istintivo mi diceva d’essere, e non sapeva che, ascoltandolo, gli facevo mentalmente il discorso alla rovescia che nel Veneto anch’io non c’ero nato appena per uno sbaglio e che venivo camminando istintivamente il suo bellissimo libro: “Giorni di guerra” come i luoghi del Friuli di quei giorni, poiché là presso Palmanova dove avevo fatto il servizio d’ufficiale di complemento, avevo conosciuto la mia ragazza con la quale giravo per tutte le piste di ballo friulane, oltreché poi che per servizio, giravo tutti i posti, i fiumi, dal Torre all’Isonzo, i camminamenti italiani ed austriaci, le trincee del Carso, in continue esercitazioni tattiche. Cosicché quella sensibilità visiva e tattile del suo libro era la mia stessa, ma ora, nel suo orto, non glielo dicevo, per pudore letterario.

Antonio Russello

E c’era una cosa che avrei voluto dirgli e che nel suo libro non c’era e che mi era stata raccontata dai vecchi del ’95, della stessa classe di Comisso, quando con la ragazza io mi ero spinto da Palmanova per andare a ballare fino al paese di Santa Maria La Longa. E cioè quello che era successo in quel posto, qualcosa di terribile, un ammutinamento improvviso di un reggimento alla vigilia d’un attacco, nella marcia di avvicinamento verso l’Isonzo e Gorizia. Per cui si era passati alla decimazione dei soldati, e che D’Annunzio (maestro e modello dello stesso Comisso) che aveva il suo comando in una villa, aveva fatto un discorso ai giovani disfattisti, inducendoli, con la sua eloquente retorica, allo slancio sublime dell’attacco.
Ma nemmeno questo particolare gli dicevo, persuaso che Comisso rifuggiva dalle descrizioni violente e sanguinose, e coglieva della realtà anche bellica, il lato soltanto fisico, le ore che il soldato passava in un elementare rapporto con la natura. E lo vedevo lontano ormai da quei giorni passati col D’Annunzio in una vigilia di sacro furore per la presa di Fiume, raccontati nell’altro libro “Il porto dell’Amore” e più vicino e chinato sui suoi peperoni e cavolfiori, scrittore-contadino e non soldato. E nemmeno lui mi chiese ora, se ero uno di quegli aspiranti scrittori che davanti gli passavano, mostri di cultura, rulli compressori, con l’arrogante pretesa d’esser da lui presentati a qualche giornale. Io nulla gli chiedevo e Comisso non si capacitava: «Dunque lei, Russello, non ha niente da propormi? È impossibile. I siciliani hanno tanto sangue corrivo in corpo, che se non lo versano fuori nei libri, ne muoiono.»
ln quel momento aveva raccolto pochi ortaggi e chiamava la vecchia che l’accudiva e sacramentando diceva se era giusto che il raccolto fosse magro, che il suo editore di Milano gli avesse (a lui, Comisso) rifiutato l’ultimo libro che aveva mandato, e se i diritti d’autore glieli mandasse col contagocce.

E un altro giorno mi fece entrare nella casetta, mi presentò il suo autista che si faceva chiamare con un nome strano, Figallo, e che s’unì alla protesta del padrone, mostrandomi dentro una vecchia valigia che aperse e da cui furono ribaltate sul tavolo, tutte le edizioni dello scrittore, e che poteva supplire ad una libreria che Comisso non aveva, perché disse ch’era uomo nemico della casa, italiano errante per l’Italia.

Lasciammo la campagna e ci avviammo verso il paese dove c’era mercato. Mi fece osservare la scena di due contadini contrattanti la vendita d’una mucca. Le loro mani battute l’una sull’altra e strette, mentre a parte un compare del venditore che si fingeva estraneo, lodava le qualità della bestia. Comisso mi disse: «Ecco la tragedia greca, quelli i personaggi e l’altro, il coro».

Antonio Russello

La cosa mi rallegrò tanto che, partito per la Sicilia, raccolte le mie impressioni sul personaggio feci pubblicare dal giornale “L’Ora di Palermo” un elzeviro dal titolo “Giovanni Comisso”. Glielo mandai e mi rispose ringraziandomi. Al ritorno, raggiuntolo in campagna, mi disse: «Vede che qualcosa c’era?» Allora gli dissi che veramente qualcosa c’era. Anzi c’era che stavo pubblicando un romanzo presso Vallecchi.

«Altro che qualcosa» mi disse, «c’è di peggio». Gli dissi ora desolato che Vallecchi voleva per il mio libro una prefazione d’un grande autore.
Lui lesse il libro, e in un altro incontro me la fece trovare. Che tempi memorabili, scriveva col pennino e si macchiava le dita nell’inchiostro come un bambino. Ma volle il destino che Vallecchi in quei giorni fallisse e passai il libro ad altro editore, ma senza la prefazione di Comisso.

Tempo dopo, l’andai a trovare nella sua nuova abitazione a Santa Maria del Rovere, in Treviso, con quella punta d’orgogliosa indipendenza di dirgli che non avevo cercato appoggi presso di lui. E parve stavolta offendersi di non mettermi tra la schiera di quelli che aveva protetto.
Mi dissero poi gli amici, che se fossi passato davanti a lui, in modo diverso, arrogante, e non con quel riserbo che si limitava a veder l’uomo curare l’orto, vederlo nella fisicità delle sue parole e della sua pur grama esistenza, avrei colto più allori. Poiché quello che mi piaceva era la coincidenza che, come lui nel libro dei giorni di guerra, dalle trincee del Carso scendeva verso la pianura del Friuli, verso Palmanova, e da qui verso il trevigiano a piedi durante la ritirata di Caporetto, io scendevo dal paese friulano della mia ragazza, verso il trevigiano, lo stesso, dove poi ho messo casa. Col medesimo amore che si ha per le piccolecose semplici e umili senza successo, contro le cose grandi, violente, inquietanti, che procurano tanto esaltante ed effimero successo.
Antonio Russello
da Abitare

Antonio Russello (1921–2001).
Scrittore siciliano nato a Favara, Russello si laureò in Lettere a Palermo prima di trasferirsi al Nord Italia per il servizio militare. Si stabilì definitivamente a Castelfranco Veneto, dove trascorse gran parte della vita lavorando come stimato insegnante di liceo.
Attività letteraria: fu caporedattore della rivista Sestante letterario e autore apprezzato per la sua sensibilità. Nonostante la natura riservata, strinse amicizie profonde con figure del calibro di Giovanni Comisso e Diego Valeri.
Insegnamento creativo: era noto per un metodo didattico originale e coinvolgente: spiegava il Rinascimento attraverso la storia della cucina e illustrava la Divina Commedia disegnando i personaggi danteschi su grandi fogli bianchi in classe.

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