“Radici mobili” è il titolo scelto per la quarta edizione di “Venetarium”, l’evento promosso dall’Associazione Amici di Giovanni Comisso con il Comune di Treviso e l’Università Ca’ Foscari di Venezia a cura di Alessandro Cinquegrani e Gianluigi Bodi. Un appuntamento che è insieme occasione di incontro e riflessione sulla letteratura, laddove il rapporto tra nazionale e locale diviene osservatorio privilegiato sulla continuità della Storia.
Nulla di peregrino per un’iniziativa che da anni indaga le linee di sviluppo e ridefinizione di un’identità solida ma in perenne movimento, dove il debito verso i padri nobili quali Comisso, Piovene, Berto si intreccia al racconto di un nuovo essere nel mondo a partire da una terra – il Veneto – soggetta a tensioni, trasformazioni, fratture e ricomposizioni.
A Palazzo Giacomelli – Spazio Confindustria Veneto Est a Treviso si è dunque assistito, lo scorso 30 gennaio, a un confronto tra scrittrici e scrittori di diverse generazioni ma uniti dalle comuni origini, figli di un luogo che è zona ora di transito ora di radicamento, teatro di una scena densa di interrogativi, prospettive, sguardi “lunghi” sul nostro tempo.
Il titolo, in questo senso, è già una dichiarazione d’intenti: radici non più stabili, ancorate, bensì in grado di adattarsi, spostarsi, ridefinire il proprio spazio di azione e appartenenza. Liberate dall’ipoteca del “nostalgismo”, esse appaiono piuttosto una sonda sul presente, sulle tante storie che vivono nello spazio del “tra” – tra i ricordi, tra le generazioni, tra le lingue – e finiscono, dice Cinquegrani, «per definire i legami che persistono, per parlare dei luoghi, fisici e non, che continuano a segnare le scritture anche quando la vita porta altrove gli autori».
In questa prospettiva, radici mobili è un ossimoro che rappresenta il Veneto, terra di migrazioni e crocevia di culture, spazio di transito in cui l’esperienza dell’Heimat – parola intraducibile e per questo folgorante – impone una riflessione che interseca il tema delle origini, il bisogno di fare i conti con la propria storia in una sorta di orizzonte collettivo, dove il luogo in cui restare può essere appunto mobile, a tratti persino instabile. «La spaesatezza diviene un destino mondiale», scriveva Martin Heidegger nella celebre Lettera sull’«umanismo» del 1946 (La dottrina di Platone della verità. Lettera sull’umanismo, Torino, Einaudi, 1975), e così lo sradicamento diviene il fulcro di una riflessione più ampia, che entra nella lingua, nella forma, nel senso di racconti che superano gli steccati locali per parlare, in fondo, di una condizione universale: l’appartenere per sempre a un luogo anche se si è costretti a lasciarlo.
È una questione di identità, che Cinquegrani fotografa in apertura di lavori come asse portante della riflessione rilevandone i pregi e i limiti, «il fare comunità» e il carattere escludente. Un problema centrale, «bruciante» dichiara l’accademico, in una regione come il Veneto che delle radici ha fatto il suo baluardo, il dato identitario che spesso scinde il dentro e il fuori, il “noi” e il “loro”. Un dato che si riflette nel dialetto, nell’attenzione alle “tipicità”, persino nella «chiacchiera» che Giovanni Comisso individuava come specifico narrativo – formale e/o contenutistico – del suo popolo.
In questo senso, la scelta di porre l’identità al centro di Venetarium 4 risponde all’esigenza di ragionare su una produzione ancora legata alle sue specificità, alle radici di un territorio che ha patito l’innesto sghembo tra società industriale e mondo contadino. Più che calzante, in tal senso, la presenza di Ferdinando Camon, «un maestro che ha raccontato il Veneto fino a renderlo leggibile oltre i suoi confini» come afferma Cinquegrani, il cui percorso parte dall’anima contadina della regione, ormai quasi scomparsa, e intreccia lotte politiche, impegno civile, rapporto col presente.
È sua la voce che apre un’indagine articolata in tre sezioni dai titoli parlanti (Aggrapparsi, Affondare, Sradicare), a sottolineare come il convegno sia forse una tappa di un percorso potenzialmente interminabile, perché parlare di Veneto e scrittura significa fare i conti con una tradizione visceralmente legata al senso di comunità e di perdita, tra fratture e ricomposizioni possibili. Dal ricordo di Daniele Del Giudice che Roberto Ferrucci incastona ne Il mondo che ha fatto (La Nave di Teseo) passando per L’ultima primavera di Kronenberg (Garzanti) di Marco Lazzarin fino al prezioso, potente romanzo di Giulia Scomazzon 8.6 gradi di separazione (nottetempo) tutto parla di un’identità da preservare o ricostruire, spesso mediata dal ricordo, dalla letteratura, da un trauma da elaborare che è spesso porta sul rimosso e scudo di riparazione.
Proprio l’opera di Scomazzon ha ricevuto il Premio Venetarium Labomar, che alla sua seconda edizione celebra una narrativa solida, fuori norma e fuori tempo, vicina a certe lezioni del romanzo americano, alla prima persona come flusso di coscienza e sonda su un ‘io’ che non implode nell’arrovellamento ma si allarga all’universale, a un mondo in cui la fragilità – qualsiasi cosa voglia dire – diviene sistema di protezione da una realtà soffocante. Nell’introdurre il riconoscimento, il fondatore e Ad di Labomar Walter Bertin ha offerto una chiave di lettura importante: «Le radici mobili sono anche quelle dell’imprenditore veneto. C’è qualcosa che unisce questa figura a quella dell’autore, a partire dall’entusiasmo con cui si parla delle proprie idee, delle proprie opere». In un territorio fatto di realtà solide, che lavorano per essere fabbriche della bellezza come svela il mio reportage su queste pagine, l’intreccio di storia e memoria diventa terreno per nuove e feconde narrazioni, per esplorare il passato e aprirsi costantemente a nuove sfide, alla ricerca di un’identità che sia insieme individuale e collettiva.
Ma è possibile, per chi non ha lasciato la terra-madre, stare di casa in un posto altro? «Una nuova patria non esiste» afferma Jean Améry in quel saggio fondamentale che è Intellettuale ad Auschwitz (1966; trad. it. 1987) ed è quanto sembrano ripetere anche gli autori protagonisti della sezione Sradicamenti: Emanuele Pettener con It’s Saturday You Left Me and I’m So Beautiful (traduzione del suo romanzo d’esordio del 2009), Annalisa Menin con L’Anna che verrà (Giunti) e Michele Orti Manara conLe maschere del massacro (Racconti Edizioni). Resoconti dolci e implacabili della lontananza, di una condizione di perdita che investe ricordi e radici mostrando ancora una volta cosa significa ricostruirsi, cercare nelle proprie origini il senso di un destino che costringe a guardare altrove.
Ma è forse una frase de Le città di pianura di Francesco Sossai a fotografare appieno il valore di questa giornata. «Il territorio. Nessuno che parla più di terra» afferma il conte, personaggio secondario ma indimenticabile del film. E in questa rilevazione amara sta tutta l’urgenza di rievocare le radici mobili, quelle che lo stesso regista Francesco Sossai, invitato a parlare del suo folgorante “road-movie”, dimostra di non voler mai recidere: «Parlare di letteratura o cinema veneto è un’arma a doppio taglio. Rischia di diventare un ghetto. Ma è vero che respiriamo tutti la stessa aria […] È stata una liberazione capire che non servono ambientazioni esotiche perché una storia sia universale».
Le radici possono essere ali, in fondo. Le prime non trattengono, le altre non cancellano. Nelle voci di chi è venuto prima, nei luoghi che trattengono il senso del tempo, delle generazioni, si cela una memoria che sostiene e orienta il volo. Ed è in questo equilibrio di tempi e sguardi che l’identità continua a vivere: fedele a ciò che è stata, libera di diventare altro.
Ginevra Amadio