Appena portato in casa il secondo romanzo di Andrea De Spirt, pubblicato a febbraio 2026 sempre dalla casa editrice Il Saggiatore ho iniziato a sfogliarlo. Si tratta di una cosa che faccio sempre, perché mi piace avvicinarmi a un testo con delicatezza, a volte con cautela e farne una sommaria conoscenza ancora prima di iniziare a leggerlo. Mi è bastato passare velocemente sulle pagine di questo romanzo per rendermi conto che Andrea De Spirt ha continuato a percorrere la stessa strada già intrapresa con il precedente “Ogni creatura è un’isola” del 2022. Faccio questa affermazione perché in entrambi i romanzi di De Spirt il ritmo della lettura è dettato dal susseguirsi di capitoli brevi e brevissimi. Capitoli svelti e agili, a volte composti da dialoghi veri o immaginari, altre da aforismi, altre ancora da quella che sembra a tutti gli effetti una corrispondenza epistolare. La complessità del testo dunque non è data da una sovrabbondanza di strutture narrative, di frasi costruite con l’intendo di far deragliare l’attenzione del lettore per poi riacciuffarla, nel caso di “Troppo risplendere” la complessità del testo sta tutta nelle riflessioni a cui De Spirt ci introduce, riflessioni che ci costringono a fare i conti anche con noi stessi.
“D: Uscirne? Non so più come uscirne. Non so più cosa devo fare. Credo che tornerò indietro. Credo che dimenticherò tutto quello che mi hai detto. Dall’inizio alla fine.”
Questa breve battuta di uno dei primi dialoghi che il protagonista ha con Johann Ull è, a mio parere, una vera a propria dichiarazione di intenti e oltre a dare un’idea di che tipo di romanzo è “Troppo risplendere” ci mette davanti a quello che forse è il fine ultimo del suo viaggio e che vedremo poi più avanti quando parleremo delle fonti di ispirazione che hanno dato linfa a questo romanzo.
Se vogliamo, la trama di questo secondo romanzo di Andrea De Spirt si può riassumere in un paio di righe: il protagonista di cui all’inizio non conosciamo il nome riceve una lettera che gli comunica che H, un amore mai dimenticato, si è addormentata e non si sveglia più. I medici dicono che le resta poco tempo da vivere e il protagonista decide di intraprendere un lungo viaggio per incontrare il guaritore, convinto che questo incontro possa salvare H da morte certa.
Da quando il protagonista compie il primo passo di questo viaggio noi diventiamo testimoni, attraverso il suo diario, ma anche attraverso i consigli/non consigli del regista alpinista Johann Ull, di un lento sprofondare verso uno stato di follia che, forse, è il primo passo per riuscire a riguadagnare la lucidità.
Il romanzo di De Spirt si costituisce quindi come una continua frammentazione dell’Io del protagonista in pezzi sempre più minuscoli, se vogliamo possiamo pensare ad un puzzle appena uscito dalla sua scatola. La diversità però rispetto al puzzle è che non tutti i pezzi sono necessariamente utili per ricostruire l’immagine definitiva del protagonista. Mentre leggiamo “Troppo risplendere” siamo costretti a farci numerose domande e solo alcune di esse avranno una risposta nel testo, le altre, forse addirittura il numero maggiore, potranno trovare una loro risposta solo andando oltre la lettura del testo, inoltrandoci in labirinti che al momento ci sono sconosciuti.
Scopriremo dunque qual è il rapporto tra il protagonista e H, sapremo chi è lei, cosa hanno condiviso e per quale motivo ora sono separati, ma sapremo anche qual è il vero rapporto tra Johnan Ull e il protagonista, rapporto che nei loro dialoghi risulta essere molto stretto, come se Ull riuscisse a vedere al di là del presente del protagonista.
Come detto, sono molti gli spunti che si possono trarre dalla lettura di “Troppo risplendere” di Andrea De Spirt e credo che alcuni di questi spunti dipendano dall’indole del lettore. Io per esempio ho trovato molto affascinante il rapporto tra protagonista e senso di colpa:
“Mia H,
allora ho chiesto a quell’uomo come uscire
dal dolore,
dal senso di colpa.
L’uomo mi ha risposto non puoi. Non puoi farci niente.
Non puoi scappare da tutto questo. Diventa solo te stesso.
Se sei completamente fedele a te stesso non può esserci più dolore.“
Una veduta del romanzo che qui prende quasi la forma dalla poesia e che porta inesorabilmente a interrogarci su cosa significhi essere “fedele a se stesso”. Il romanzo è infatti intriso del pensiero orientale, più in particolare del pensiero indiano. Lo stesso De Spirt, alla fine del libro, spiega quali siano state le influenze che hanno modellato “Troppo splendore”, tra cui Uppaluri Gopara Krishnamurti, filosofo indiano che diceva, tra le altre cose che sostituire una cosa nota con un’altra cosa nota non ci è di aiuto, ciò che va fatto è sostituire il noto con l’ignoto.
Ciò è, in un certo senso, anche uno dei fini del viaggio intrapreso dal protagonista. Nel romanzo viene spesso detto che il fine ultimo del suo peregrinaggio è quello di impazzire, solo così potrà incontrare il guaritore. Viene da pensare che impazzire sia anche un ottimo modo per dimenticare tutto ciò che è noto e riempire il vuoto che resta con l’ignoto.
C’è poi un altro aspetto di questo romanzo che mi ha colpito molto, una sensazione che cresce a poco a poco e che, arrivati alle ultime pagine, si fa sempre più pressante: l’idea che forse, il protagonista non è un uomo unico e indivisibile, ma la somma di tutti i personaggi del libro e anche dello scrittore che quel libro lo ha scritto. Il protagonista, dunque, è un po’ se stesso, un po’ Johann Ull, un po’ H, un po’ l’uomo che come lui sta cercando il guaritore. È come se dopo essersi frammentato in milioni di pezzi, la sua ricostruzione non possa prescindere dal rubare qualcosa anche agli altri. Un po’ quello che succede quando inizia a formarsi la nostra personalità.
“se il richiamo ci fa prima allontanare dalla vita che abbiamo, il richiamo ci riporta poi a una riconciliazione con tutto quello che abbiamo lasciato indietro.
Ma non c’è nulla che possiamo fare, mia H, per diventare quello che già siamo.”
Gianluigi Bodi

L’intervista
[Gianluigi Bodi]_ Considerando la forma del tuo romanzo che sembra quasi composta da frammenti di un’opera più ampia, quanto lavoro di sottrazione e riscrittura c’è stato per arrivare alla forma finale?
[Andrea De Spirt]: Credo di avere un metodo di scrittura un po’ particolare, per non dire caotico. Solitamente inizio più romanzi contemporaneamente. Non perché voglia scrivere di più, ma perché nessuno mi soddisfa mai appieno. Proseguo così per molto tempo, senza una vera direzione, finché, in qualche modo a me ancora oscuro, queste opere separate iniziano ad unirsi, a sembrare complementari, a parlarsi tra loro e, da quel momento, il romanzo prende forma, soprattutto con tanti tagli, tanta sottrazione da tutte le pagine scritte nei vari romanzi.
Ci sono autori o tradizioni narrative che hanno influenzato la scrittura di questo romanzo, anche solo in modo sotterraneo?
Alla fine del libro ho lasciato una pagina dedicata alle “Note alle fonti”. Io scrivo sempre circondandomi di artisti, visionari, pazzi, eroi. A volte non leggo nemmeno i loro libri. Li compro e li tengo accanto a me mentre scrivo. È come se l’energia dell’opera mi bastasse. Se mi sento stanco o con poca voglia di scrivere, prendo quei libri, li sfoglio e questo è sufficiente. Però, se devo tornare indietro, mentre scrivevo avevo sempre con me dei libri di Fleur Jaeggy, di Jacob Böhme, di Ludwig Hohl e UG Krishnamurti.
Il romanzo lascia spazio a molte zone di ambiguità interpretativa. È una strategia deliberata per coinvolgere il lettore oppure nasce dalla natura stessa della storia?
Non ho mai una strategia mentre scrivo. Non penso mai al lettore. Forse solo alla fine, nella fase finale dell’editing mi pongo alcune domande volte a una più facile fruizione del testo per il lettore. Se partissi con l’idea di come il lettore potrebbe prendere questo o quello, credo non scriverei più una riga. E poi a me piacciono i romanzi con ambiguità interpretativa. Io li chiamo i “romanzi fallimento”. Ovvero quei romanzi che si spingono sempre oltre, che vogliono toccare qualcosa, dire qualcosa che non riescono a dire. Ma ci provano comunque. Fino alla fine. A me piacciono questi romanzi. Quelli che quando li chiudi non sai bene cosa hai letto ma, allo stesso tempo, lo sai. Il tuo inconscio lo sa.
Nel libro i personaggi sembrano incarnare tensioni più ampie, quasi tematiche. Parti prima dal personaggio o da una questione narrativa che poi si incarna nei personaggi?
Anche qui posso solo dire che non ho alcuna strategia di questo tipo. A dire il vero io non so davvero quello che sto scrivendo finché non lo finisco. Questo deriva dal fatto che, secondo me, esistono due tipi di scrittori. Quelli che scrivono principalmente con il conscio. E quelli che scrivono principalmente con l’incoscio. La media in percentuale potrebbe essere un 80% inconscio, 20% conscio e viceversa. Infatti, se ci pensiamo, ci sono molte interviste fatte a scrittori che dicono frasi come: “questo romanzo è come se non l’avessi scritto qui, come se si fosse scritto da solo”. Quello che accede, in quei casi, è il fatto che a scriverlo è stata la tua parte inconscia, quindi ti sembra che l’abbia scritto qualcun altro. Ma sei sempre tu. Quindi sì, per risponderti io solitamente parto da una frase che magari scrivo sul cellulare, o da un titolo, e da lì qualcosa, lentamente, nasce.
Immagine in evidenza: Foto di Polina
Andrea De Spirt – Troppo risplendere
Editore: Il Saggiatore
Data di pubblicazione: 30 gennaio 2026
Lingua: Italiano
Lunghezza stampa: 160 pagine
ISBN-10: 8842836184
ISBN-13: 978-8842836186
Peso articolo: 176 g
Dimensioni: 12.9 x 1.5 x 18.9 cm
Andrea De Spirt (Venezia, 1989) è uno scrittore italiano. Il Saggiatore ha pubblicato nel 2022 il suo romanzo d’esordio “Ogni creatura è un’isola”, vincitore del premio Bagutta Opera Prima.

