"Il Caffè" di Giovanni Comisso

“Il Caffè” di Giovanni Comisso

Era forse uno dei palazzi più belli della città, non era antico, ma della metà del secolo scorso. Ben inquadrate le finestre, un grande portale che s’apriva nel cortile per le carrozze, le vetrate larghe per la sala del caffè, a sinistra, e quelle delle sale da pranzo, a destra. Di fianco, verso la piazzetta, vi era un mezzo giardinetto per mangiare all’aperto di estate difeso dalle ringhiere fiorite e dai grandi teloni e subito, la grande cucina che sempre odorava di buon brodo, di arrosti e di intingoli. Al piano di sopra vi erano le stanze, quelle solenni per gli ospiti eccezionali verso la strada e verso la piazzetta, quelle per i clienti abituali, agenti di commercio o gente di teatro, dietro verso la mia casa, piccole e modeste. Rosato nelle pareti tra le inquadrature di pietra delle finestre e quella del portale, nella sua compattezza architettonica era indubbiamente il cuore vitale della città, centrale rispetto all’ubicazione delle strade, ma proprio come il cuore un poco spostato a sinistra.

Si chiamava: “La Stella d’Oro” e sotto questo titolo comprendeva il caffè, il ristorante e l’albergo. Il caffè de La Stella d’Oro in quei tempi era una istituzione della città più importante della prefettura, del municipio, della questura, del vescovado che allora avevano funzioni modeste. Mentre era appena ossequiosa verso il Tribunale, verso il Comando del presidio militare e verso quello dei Carabinieri.

Il caffè coi divani e con le poltroncine di velluto rosso accoglieva essenzialmente uomini, i padri delle migliori famiglie della città, mentre le loro signore non osavano entrare, le sole donne ammesse erano quelle di teatro o le forestiere di passaggio. Dalla vetrata questi anziani osservavano il passaggio sulla strada e sul marciapiede dell’altro lato, perché su quello dalla loro parte nessuno ardiva passare dovendo sfiorare lo sguardo e il giudizio di quelli che stavano seduti di fuori ai piccoli tavolini rotondi. Osservavano e giudicavano la vita della città, ogni loro giudizio era una sentenza, erano in genere avvocati, dottori, ingegneri e nobili che vivevano delle loro campagne.

La vita allora sembrava ferma o che girasse solo sul ritmo delle stagioni, senza mutarsi negli anni. Il progresso non travolgeva la scienza, né i confini tra le classi sociali. Vi era la luce elettrica, il telefono, il treno, ma si evolvevano lentissimamente, delle prime automobili e dei primi aeroplani se ne parlava come di fantasie poetiche. Il cinematografo era un divertimento per i ragazzi e per il popolo o meglio per gli innamorati che potevano ritrovarsi al buio. Per i clienti di quel caffè invece vi era lo spettacolo dell’opera e quello di prosa.

"Il Caffè" di Giovanni Comisso

Gli anni sembravano non dovessero procedere nel tempo, anche perché allora la gioventù non esisteva, vi erano solo i bambini e i vegliardi come estremi confini degli uomini. I giovani ambivano di essere subito confusi con gli uomini maturi lasciandosi crescere i baffi, indossando i calzoni lunghi e coprendosi il capo col tubino nero. L’età ambita era quella dell’uomo maturo. Ricordo come mi riusciva misterioso quel tubino nero di mio padre, anch’egli uno dei clienti del caffè, foderato di raso bianco con impresso in oro il nome della ditta produttrice e con la fascetta di cuoio che si imbeveva di profumo e di sudore. Mi sembra di averlo ancora davanti agli occhi e quando vi si sentiva il sudore era il segno che la stagione girava verso il caldo per imporre di sostituire il tubino con la paglietta. Quando i tubini non servivano più, quegli anziani li regalavano ai cocchieri delle carrozze pubbliche o servivano ai ragazzi per le mascherate di carnevale. Tutti quegli anziani portavano d’inverno, come una toga autorevole, la pelliccia col bavero di astrakan e a ogni stagione la camicia inamidata col colletto duro.

La fissità del tempo sembrava confermata dal limite della vita che in quelle famiglie era quasi sempre sui novanta anni e se qualcuno moriva giovane era per la tisi, allora massima voragine, mentre i tumori se si formavano non riuscivano a diventare maligni, quasi soffocati dalla potenza sanguigna di quei corpi.

Tra loro su quei divani di velluto rosso era ammesso come un amico necessario e in fondo anche temuto, un signore bonario, l’impresario delle pompe funebri, che nel volto giallastro con lunghi baffi, portava oramai impressa come naturale la malinconia che doveva comporsi a ogni funerale. Spettava a lui decidere chi mettere ai cordoni del carro funebre, come formare il corteo e fissare l’ora. Tutti lo sopportavano come l’ammonizione vivente che si poteva morire.

Era in quel caffè che si decidevano gli spettacoli dell’opera per San Martino e per Carnevale, i veglioni mascherati, i programmi per le corse di cavalli, la scelta del sindaco o del deputato e dove soprattutto si esercitava la critica su ogni avvenimento. Nelle pause si raccontavano gli scandali quando si maturavano, giocandovi sopra con ironia ambigua, scandali che potevano toccare anche a qualcuno di loro. Oppure si raccontavano barzellette piccanti che poi ognuno ripeteva alla propria moglie, che l’aspettava a letto, rincasando alla notte. Abituali ogni sera passavano ai tavoli di gioco per sfidarsi a macao, a l’écarté, a préférence o a coteccio e ogni gioco aveva il suo maestro. Mio padre era maestro di coteccio.

Per ogni decisione da prendere vi era tra loro uno specialista. Per le corse dei cavalli vi era un vecchio signore che tutte le mattine andava ancora a fare la sua cavalcata fuori di città e poi rimaneva quasi tutto il giorno vestito da equitazione, ma era debolissimo di piedi e quando usciva a sera tardi dal caffè nell’attraversare la piazzetta per andare a casa, ogni tanto i più giovani, d’accordo coi camerieri del ristorante, gli spargevano sul marciapiede gusci di chiocciole che lo facevano bestemmiare. Portava la caramella e il suo posto di imperio era la cabina dell’ippodromo di dove dava il via alla corsa seguendola col grande binocolo.

Per gli spettacoli teatrali vi era un signore ebreo che coi motti di spirito, con la maldicenza e con la sua grande competenza in materia musicale sapeva farsi tollerare e temere, sebbene appartenere a un’altra religione era come a altra classe sociale. Il consulente di politica era un vecchio conte, senatore del Regno, con una barba bianca austera e non troppo lunga, portata con un lieve vezzo di eleganza.

Quanto veniva organizzato per il Carnevale spettava a un farmacista bizzarro nel vestire sempre di nero con una cravatta di tela bianca, una specie di intelligenza innovatrice e fantasiosa, che aveva la passione per la bicicletta e veniva al caffè coi calzoni stretti al collo del piede da molle di acciaio. Era l’idolo delle signore, perché sapeva organizzare sempre bene quelle feste abbinate a grandi banchetti.

Le corse di cavalli si facevano di San Martino assieme allo spettacolo dell’opera. Venivano alla nostra città i signori delle città vicine portando in gara i cavalli delle loro scuderie. A quel principio di novembre faceva quasi sempre un grande caldo che dispiaceva alle signore che indossavano le prime pellicce. A quelle corse qualche ufficiale cadeva e veniva portato fuori dal campo in barella facendole sussultare di sgomento. Il ritorno dalle corse dei tiro a quattro e delle carrozze avveniva tra una fitta folla assiepata per le vie della città. E quando i tiro a quattro si avvicinavano al caffè della Stella d’Oro, i valletti in piedi sull’alto dell’imperiale davano squilli vibranti con le lunghe trombe di argento. Sul davanti del caffè gli anziani attendevano di giudicare specialmente la bellezza delle signore sedute sull’imperiale, radiose sotto ai cappelli larghi piumati. E venne anche il tempo in cui tra le carrozze e i tiro a quattro apparve la prima automobile, una automobile scoperta formata come un letto con pelli di leopardo su cui stava sola e distesa, una baronessa famosa per i suoi amori cogli ufficiali dei lancieri che erano di presidio nella città.

"Il Caffè" di Giovanni Comisso

Quel caffè era per i clienti come una loro seconda casa comune a tutti gli anziani. All’altro lato della strada avevano i negozi sussidiari per i loro bisogni. Vi era la tabaccaia dove si comperavano i sigari o il famoso tabacco Barba del Sultano divertendosi a farsi le sigarette da loro stessi. Poi veniva il pizzicagnolo con antipasti prelibati che spesso ognuno comperava per i pranzi domenicali. Succedeva il barbiere che li sbarbava con ampie insaponate e spruzzate di profumo. Poi il farmacista per i sali di Carlsbad e il sarto coi suoi ultimi modelli. Inoltre in fianco all’albergo vi era un noleggiatore di carrozze il quale con questa scusa poteva entrare spesso nel caffè senza sedersi, soltanto per farsi vedere e sentire se vi erano ordini.

Le consumazioni di allora erano il caffè portato nel bricco accompagnato dal bicchiere d’acqua, il mélange, un cappuccino con panna montata, il gelato d’estate in coppa d’argento e per l’inverno l’appio caldo e dolce e il punch. L’americano fu in seguito un segno di tempi nuovi. Poi vi era un vasto servizio di pasticceria, tutti vi comperavano le paste da portare a casa nei giorni di festa, e di confetteria esposta in grandi vasi di vetro. Quando mio padre veniva a casa a sera inoltrata, io subito mi svegliavo nel mio lettino: sentivo mia madre chiedergli se aveva vinto ed egli vedendomi sveglio mi lanciava a volo una di quelle caramelle comperate per me al caffè: una caramella di pera Colmar e con quel sapore che non ho più ritrovato nella vita, mi riaddormentavo.

La grande rivoluzione incominciò con la prima guerra mondiale, quasi preannunciata dall’introduzione dell’americano tra le bibite abituali e dall’intromissione, tra gli anziani, di un gruppo di giovani, i così detti: viveurs. Erano i più eleganti della città, si facevano mantenere dai loro padri o dal gioco, che era diventato il loro mestiere. Si impadronivano famoso tabacco Barba del Sultano divertendosi a farsi le sigarette da loro stessi. Poi veniva il pizzicagnolo con antipasti prelibati che spesso ognuno comperava per i pranzi domenicali. Succedeva il barbiere che li sbarbava con ampie insaponate e spruzzate di profumo. Poi il farmacista per i sali di Carlsbad e il sarto coi suoi ultimi modelli. Inoltre in fianco all’albergo vi era un noleggiatore di carrozze il quale con questa scusa poteva entrare spesso nel caffè senza sedersi, soltanto per farsi vedere e sentire se vi erano ordini.

Colla guerra quel vecchio caffè venne invaso dagli ufficiali e gli anziani si raccolsero in un angolo sempre più ristretto. Il loro amico, impresario delle pompe funebri, aveva già accompagnato al cimitero un certo numero di loro assegnando ai cordoni della bara i più degni e dirigendo il corteo. Anche egli si era fatto più terreo, col tubino abbassato sugli occhi e il passo strisciante e presto sarebbe stato il suo turno. Non si discusse più di corse di cavalli, di spettacoli lirici, di veglioni e di banchetti. La città cominciò ad essere bombardata e infine con la ritirata di Caporetto fu abbandonata dagli abitanti.

In quel tempo, dal fronte orientale, io pure mi ritirai con la mia Divisione e si prese quartiere nella mia città. Il Comando si stabilì nell’albergo e io andai a dormire a casa mia. Una sera volli vedere cosa era diventato il vecchio caffè e vi trovai tutti gli attendenti degli ufficiali e i soldati degli uffici sdraiati sui divani di velluto rosso che bevevano i più prelibati liquori, tolti dalla cantina e che mi invitarono a bere con loro.

Oramai il vecchio caffè aveva perduto tutta la sua autorità, dopo quella guerra divenne un caffè come tutti gli altri e nessuno si faceva più riguardo di passare per il marciapiede davanti, anche se i clienti vi stavano seduti ancora ai tavolinetti rotondi. Tutti entravano e uscivano senza curarsi dei pochi anziani che ancora sopravvivevano, bastava avere denari. Nel caffè venne messo un bar e nella parte retrostante furono aumentati i tavoli di giuoco dove si siedevano sfrenati tutti i nuovi ricchi.

Ma quel caffè era duro a morire, ci volle un’altra guerra: un bombardamento aereo sfasciò grande parte del bel palazzo uccidendovi i padroni, i camerieri, i servi e quasi tutti gli ospiti. Vidi quelle salme ricoperte, dopo estratte dalle macerie, alte macerie che occupavano la intera piazzetta e la vestaglia di una donna stava impigliata tra gli alberelli superstiti del giardinetto. Di tutto il palazzo resisteva ancora intatto l’angolo dove era il caffè e continuò a sopravvivere come un qualsiasi caffè per tutti. Decadde, ma come un nobile che perdute tutte le sue sostanze conserva ancora il suo ultimo vestito, il bastone di ebano e l’orologio d’oro, men¬tre la sua fine è inevitabile. Da poco tempo al posto di quei ruderi fu deciso di aprire una grande piazza e non vi è rimasta più una pietra in piedi.

Giovanni Comisso

Pubblicato su Il Mondo del 28 gennaio 1958
Si ringrazia la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma e il portale della Biblioteca Digitale