Il Veneto di Giovanni Comisso. Treviso e Asolo

Ultimo appuntamento con “Il Veneto di Giovanni Comisso”.

Abbiamo visitato città d’arte, Verona Vicenza e Padova. Ci siamo spinti sulle nostre montagne, passando per Bassano e l’Altipiano di Asiago abbiamo raggiunto la valle del Piave e il Cadore  per poi ridiscendere in laguna. Ci siamo spinti fino in Polesine per poi venir ammaliati dallo splendore delle Ville Venete.

Questo meraviglioso viaggio in compagnia dello Scrittore non poteva che concludersi a Treviso, non senza aver  visitato Asolo.

Treviso

Treviso ha un aspetto tutto suo, bello di campanili e di torri trecentesche, di belle case brune con piccole bifore di marmo bianco, con quella sua Piazza dei Signori che si apre scenografica tra logge, bifore e i cornicioni merlati del massiccio Palazzo dei Trecento.

Su dai vecchi tetti patinati delle case, su dai vicoli angusti, simili alle « calli» veneziane, di continuo spuntano piccoli campanili romanici e poggioli fioriti a gerani e a gelsomini. Le anse placide del Sile, così verde nel suo defluire lento, sono coperte da fragili salici piangenti che si chinano tremuli fino ad accarezzare le acque.

Ma per conoscere il popolo di Treviso bisogna vederlo d’autunno al tempo della sua Fiera. Tra i baracconi misteriosi e le giostre sonore vi sono lunghe baracche destinate al bere e al mangiare, come doveva essere nei vecchi tempi per i mercanti di bestiame radunati. Donne rilucenti nello sguardo e abbigliate vistose servono il vino nuovo, oca, il sedano, la zuppa di trippe alle comitive. Da bancherelle attigue si richiama all’ acquisto delle castagne arrostite e dei polipi rosei entro ai verdi catini.

Uomini alti venuti dalla campagna, mediatori e mercanti corporuti e deformi nel volto e talvolta donne golose afferrano con le mani il polipo offerto con scaltrezza e i tentacoli sembrano avvinghiarsi tra le dita come fossero ancora vivi, mentre le bocche potenti ‘si dilatano al morso.

Entrano nel prato giovani schiere con passo di sicura conquista ravvivate dalle musiche trionfali, dalle luci roteanti, per andare al tiro al bersaglio dove, ridenti e vocianti, ottengono in premio svampite bottiglie e bamboline di terracotta.

Questa città stupisce per la bellezza delle giovanette che si vedono all’uscita dalle scuole o scelte quasi con gara, per servire al banco dei negozi o dei caffè. La loro dolcezza fa pensare a quella dei fiori e di certa frutta, come le pesche o le albicocche, che, purtroppo, non è duratura, se non nell’ essere tramandata, come la specie, da un’ estate all’ altra per secoli e secoli o fermata nell’immagine dall’arte.

Lo attesta Tommaso da Modena che nel Trecento qui venne a dipingere nelle chiese di Santa Caterina, di San Niccolò e di Santa Margherita. Nei suoi affreschi sulla vita di Sant’Orsola, tutte le giovinette raffigurate rispecchiano la stessa rosea freschezza. Sfilano queste giovinette rinate, sospeso lo sguardo illuminato sotto alla bella fronte, fra i capelli sciolti, con il passo danzante di Diana.

Nel Medioevo la città delle giostre amorose era come una grande fiera, con le sue case tutte affrescate di bizzarre tappezzerie variopinte, ancora testimoniate dalle poche superstiti.

Treviso non è una città di pietre squadrate, monotona e fredda, ma intrecciata dalla mobile e cangiante filigrana d’acque, con smeraldi interposti dovunque d’alberi e di giardini, convince d’essere piuttosto un parco d’incantesimi.

Asolo

Tra il Piave e il Brenta, alcuni colli a piramide si susseguono in fila. Sulla cima di uno di essi la rocca quadrata di Asolo tutela la città stesa di sotto. Da questi colli la pianura trevigiana si distende sparsa di case e di villaggi.

Passano per le strade dei colli tortuose in salita e in discesa carri di fieno e i contadini vi stanno sopra distesi come le divinità dell’ Olimpo dipinte tra le nubi dal Veronese, nella Villa dei Barbaro, a Maser, poco distante.

Il pastore sospinge il suo gregge verso le fonti nascoste, dalle case vicine viene odore di polenta con il fumo del focolare che esce più dalla porta che dal camino. All’ alba, attorno a questi colli asolani cinguettano gli uccelli e alla sera le rane riempiono di fragore le piccole valli.

Questo paesaggio semplice e solenne prese valore nel Cinquecento quando Caterina Cornaro abbandonato alla Repubblica di Venezia il suo reame di Cipro, ebbe in cambio questo di Asolo. Aveva un castello nel centro abitato e un soggiorno di delizie isolato nella campagna ai piedi del colle. Tenne una corte umanista dove primeggiava Pietro Bembo e come sempre, quando una grande signora va ad abitare tra buoni villici, fiorirono su di lei strane leggende di folli amori. La sua residenza campestre era divenuta una casa di contadini, dove tra strumenti agricoli e granaglie, affioravano in abbandono le decorazioni dell’ antica reggia.

Giorgione, Veronese e Jacopo da Ponte si ispirarono a questo paesaggio, più tardi Antonio Canova venne giovanetto dal vicino Possagno, suo paese natale, a creare le prime statue della villa del Falier, il nobile veneziano che lo aveva preso a protezione.

Il primo turista clic capitò ad Asolo fu il pittore americano Benson, che in una luminosa estate venne da Venezia a piedi con il fanatismo dei pionieri ottocenteschi. Il suo innamoramento fu subitaneo e più tardi indusse il poeta inglese Robert Browning a ritornare con lui. Anche per Browning, Asolo fu una meravigliosa scoperta: prese una casa, scrisse poesie su questi colli e vi passò tutta la vita.

Altro inglese, il signor Young, ebbe una piccola casa coperta di rampicanti che cedette alla scrittrice Freya Stark, amica dell’irrequieto Lawrence d’Arabia, incontrato in Oriente. Ma l’ospite più illustre e malinconica fu certamente Eleonora Duse, che qui, nella quiete di Asolo, visse i suoi ultimi anni.

Ella usciva di casa a fare le sue passeggiate mattiniere, tutta bianca di capelli, verso Monfumo, per godersi la vista del Grappa imminente e i contadini la salutavano abbagliati dal suo portamento regale. Da quella strada appena fuori dal paese si devia dolcemente in salita per il cimitero, dove ha voluto essere sepolta.

È bella questa visione di colli che degradano verso la sottostante pianura: le piccole valli e i declivi da ogni lato sono coperti di frutteti, di cipressi e di vigne.

Vicino tra i colli si addentra una stretta valle, dove secondo la leggenda popolare la regina Cornaro soleva venire a godere il fresco e a bagnarsi a una piccola fonte.

La pace è grande e dolcissima: si sentono i contadini che battono le falci e con la stessa forza di queste lame vibranti sotto il martello, cantano nei piccoli boschi instancabili gli usignoli.