Il Veneto di Giovanni Comisso. Valle del Piave, Cadore e litorale adriatico

Il privilegio di avere mare e montagne a breve distanza in questo nuovo appuntamento con Il Veneto di Giovanni Comisso.

Lo Scrittore ci ha offerto una guida sentimentale di Verona Vicenza e Padova, ci ha accompagnato in un itinerario che spazia dalle Ville venete , ai paesaggi del Polesine e la Laguna veneta . Siamo saliti di quota raggiungendo Bassano e l’altipiano di Asiago e ora ci concediamo un po’ di riposo scegliendo tra una delle località di villeggiatura citate…

La valle del Piave e il Cadore

Ii Piave sceso verso la sotto stante pianura lascia sulla destra il Grappa che richiama sulle sue cime le nubi, le colline da una parte e dall’ altra accompagnano le fresche acque in una doppia catena regolarmente spezzata a ogni altura dalle maree nei tempi della preistoria, quando i ghiacciai delle Dolomiti si disgregarono.

La stretta di Quero è composta come un scenario con il fondale di irte creste rocciose e con quinte laterali tra le quali nel variare delle ore passano le sventagliate del sole giù dalle valli. All’inizio delle pendici del Monfenera selvoso di castagni biancheggia il tempio di Canova, dall’altra parte del Piave si eleva placido, colmeggiante, ondulato l’Endimione che è un monte di pastori.

Le ghiaie del Piave, interrotte dai corsi limpidissimi delle acque, hanno una loro vita estiva che solo si scopre persistendo tra esse per giorni dall’ alba al tramonto.

Crescono tra le isole ghiaiose cespugli di salici che all’ improvviso formarsi dei temporali ondeggiano cinerei al vento. In queste isole spuntano capanni di frasche dove uomini seminudi sbucciano i virgulti dei salici che tramutano in cesti.

Altri uomini lenti cercano tra le distese di sassi verdastri, marmorei, rossastri, ferrosi, quelli bianchi di calce da portare alle fornaci. L’aria che segue le acque non occorre respirarla, penetra da sola.

Tra la stretta valle, prima di arrivare a Belluno, le acque tumultuano smaniose di distendersi nel largo greto ghiaioso e di arrivare al mare.

Nell’ anfiteatro tutto intorno delle prealpi, Belluno appare raccolta sulle rive del fiume. La valle vicina all’ ombra delle montagne è la porta d’ingresso alle alte terre alpine. È una città tranquilla nelle strade di vecchie case in pietra viva e nelle piazze squadrate da palazzi; alla periferia le borgate si inerpicano sui pendii con case di roccia e di legno. Nel Cadore si entra per le vallate di Feltre e del Fadalto, da oriente per i passi della Carnia e da settentrione per quelli dolomitici.

Pieve di Cadore situata quasi al centro della regione, alla confluenza del Boite con il Piave, è la capitale spirituale.

Vi nacque Tiziano, quel magico pittore che fa sentire nel nudo delle sue Veneri e delle sue Flore, lo stupore che doveva provare il montanaro quando questa sepolta bellezza si rivelava dal chiuso di pellicce e di grossi panni indossati per la maggiore parte dell’ anno.

Nella comunità di Pieve sorsero quelle regole, quei fondamentali statuti sulla proprietà comunale dei boschi: prima ricchezza di tutto il Cadore. La Repubblica di Venezia che vi estendeva il suo dominio ricavava da questi boschi il legname occorrente per i suoi navigli da commercio e da guerra. I cadorini, come tutta la gente delle nostre montagne, sono avventurosi e industriosissimi.

Le loro vecchie case, parte costruite di roccia e parte di legno con i ballatoi che girano attorno in rapporto al sole fanno pensare a grandi velieri in continua navigazione tra mari placidi di estate e tumultuosi di tempeste d’inverno. Tempeste che isolano queste case scarrocciandole su ondate di neve ed è per questo che in un angolo del piano terreno vi sono sempre in una specie di laboratorio, strumenti e arnesi per lavorare il legno e il ferro, pronti per qualsiasi riparazione.

S’industriano questi valligiani a fare tutto da loro stessi proprio come la gente di mare quando naviga, perché il veliero non vada a fondo.

A sollievo dalla solitudine fanno di carnevale piccole feste quasi segrete con balli mascherati nelle case più grandi avvolte dalla neve. Strane mascherature dove freschi ragazzi dalle guance arrossate si tramutano in vecchie curve e zoppe e vecchie balzane in giovanette scherzose.

Il litorale adriatico

L’arco dell’ Alto Adriatico, da Venezia a Trieste, svolge una serie di dolci spiagge che negli ultimi anni si sono sviluppate invero fantastiche: Punta Sabbioni, Jesolo, Caorle, Bibione fino a Lignano. La comodità dei raccordi stradali dei valichi alpini del Brennero e di Tarvisio, hanno fatto di queste spiagge il soggiorno preferito per tutta l’Europa centrale e settentrionale.

Qui si può godere un mare caldo e pacato, arrivando direttamente da quelle terre con il mezzo oggi più pratico che è l’automobile.

Da piccoli paesi di pescatori, da lande inospitali e inaccessibili sono sorte ariose e solari pIaghe balneari con alberghi imponenti, con grattacieli e con tutte le possibilità di soddisfare le necessità turistiche durante una stagione che faccia dimenticare i freddi e le nebbie invernali.

Alcune di queste città conservano ancora il nucleo originario con la tipica architettura lagunare veneta fissata da portici, da comignoli elevati per vincere il vento invernale, con le case dipinte alle pareti a vivaci colori dalle quali emerge il focolare alla maniera di quelle dei pescatori di valle.

Caorle, la più antica, ha nel quartiere dei pescatori belle case con portali fatti di pietra portata dall’Istria. La sua cattedrale ha un campanile cilindrico che è il più antico d’Italia, perché derivato da un faro romano che orientava i naviganti nel risalire l’Adriatico fino a imboccare i fiumi vicini e arrivare ai porti di retroterra: Portobuffolè, Pordenone (PortusNaonis) e a quello di Portogruaro.

Il lido che da Jesolo va a Punta Sabbioni si protende tra il mare e la Laguna di Venezia, Laguna madreperlacea, cara ai pittori per la sua luce diffusa dalle acque, sulle quali stanno sospese le isole di Burano, di Mazzorbo,e di Murano. Burano con le sue piccole case variopinte di rosa e di azzurro, con i suoi ponti, con le sue rive popolate di gente gaia e curiosa ricorda la Delft olandese.

Venezia risulta all’ orizzonte su dalle acque nella luce del tramonto indorata di sfavillii, come fosse un’ opera di vetro soffiato modellata da un suo maestro vetraio, sulla piastra fredda delle acque della sua Laguna già invasa dalla notte.

Estratto dalla monografia “Veneto” della collana “Attraverso !’Italia-Nuova Serie” del Touring Club Italiano.

(MILANO 1964)