"Il Tesoro della Valturcana": un racconto in 6 puntate di Antonio G. Bortoluzzi - Quinta puntata

“Il Tesoro della Valturcana”: un racconto in 6 puntate di Antonio G. Bortoluzzi – Quinta puntata

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Riassunto delle puntate precedenti.
Anni Settanta, piccolo paese tra i monti dell’Alpago. Giacomo, Francesca e Fabrizio, un ragazzino arrivato da Torino, decidono di risalire il corso del torrente Valturcana alla ricerca del mitico tesoro dei turchi che, dice la leggenda, è sepolto nel terzo scalino. L’ascesa è difficile e provoca tensioni e rivalità tra Giacomo e Fabrizio che, pur venendo dalla città, ha la bussola, conosce la natura, sa orientarsi nel bosco, distingue le tracce degli animali. Quando giungono ai piedi di una grande briglia, capiscono di trovarsi davanti al primo dei tre scalini di cui narra la leggenda.

QUINTA PUNTATA

Un’ora dopo eravamo di fronte a una briglia ancora più grande. Siamo saliti lungo le pendici del bosco, per aggirare l’enorme muro.
– La seconda. Uh. Cascata. Il. Secondo. Uh. Scalino – ansimava Fabrizio sulla terra bagnata e scivolosa della salita.
Ci aveva distanziati.
– Fabrizio, e aspetta, no? – gli ho gridato.
– Ce. La. Faccio. Ce la faccio – mi ha zittito Francesca.
– Col fischio. Uh. Che. Vi aspetto. Uh. Chi trova. Il tesoro. Per primo. È suo! – ha detto Fabrizio tra le foglie fitte.

Ho ingranato la marcia e ho sorpassato Francesca. Dopo aver raspato con i piedi e con le mani, sono arrivato in cima e ho visto Fabrizio che aveva già scavallato ed era arrivato al torrente: stava in piedi su una superficie liscia. Cos’era? Sembrava il fondo di cemento armato di un canale.
Quando ci ho poggiato i piedi, ho capito che non era cemento ma pietra. Un’unica lastra di pietra, larga una decina di metri, che saliva leggermente inclinata per quaranta, forse cinquanta metri. Tutto il fondo del torrente era un’unica lastra di pietra. Un sottile strato d’acqua scendeva uniforme per tutta la sua larghezza, e Fabrizio se ne stava là in mezzo a guardarsi attorno. Ho pensato che anche noi avevamo qualcosa del tipo la più grande del mondo.
– È enorme – ha esclamato Fabrizio.
– Attento a non scivolare, c’è il lisp! – gli ho gridato io.
– Che?
– Il lisp! È come il muschio, ma bagnato. Attento!

L’acqua scorreva verso un precipizio e una pozza d’acqua in un letto di pietre affilate. Già mi vedevo Fabrizio annaspare come un ragno enorme e scivolare lungo la lastra, passarmi vicino sollevando melma verde e acqua, e io che non lo afferravo perché altrimenti mi avrebbe trascinato giù con sé. Allora sarebbe precipitato nell’abisso urlando il mio nome e io sarei vissuto per sempre con il mio nome gridato nelle orecchie.

– Giacomo! – ha urlato Francesca alle mie spalle facendomi sussultare. – Ma è bellissimo. Aspettami. Aspettami!
L’ho aspettata e abbiamo camminato insieme lungo il piano inclinato, con un centimetro d’acqua che ci scorreva attorno alle suole degli scarponcini. Le suole aderivano bene e non c’era pericolo di scivolare. Avevo ancora paura, ma non era solo per il salto davanti a noi, avevo la sensazione di camminare su un’enorme lapide. Le lapidi lucide chiedono silenzio e soprattutto che nessuno ci cammini sopra. Noi stavamo camminando sulla lapide della Valturcana, la più grande lapide del mondo.
Abbiamo raggiunto Fabrizio alla fine della lastra.
– È incredibile, non ho mai visto niente di simile, è come, come… – bofonchiava Francesca.
Io volevo dire che mi ricordava una lapide, ma sono rimasto zitto perché ne avevo già dette di fesserie quel giorno.
– Una lavagna – ha concluso Francesca.

Poi abbiamo guardato in alto, oltre le foglie. Un’altra briglia enorme.
– Vi presento il terzo scalino della Valturcana – ha esclamato Fabrizio.
Al tesoro alé sepelì tel teržo scalìn de la Valturcana – ho aggiunto io.
– Qui non possono aver sepolto niente, né tesori né altro – ha detto Fabrizio guardando la pozza d’acqua scavata nella roccia.
– Allora è di sopra – ha detto Francesca.
Mi sono accorto che parlavamo sottovoce, come in chiesa, o sulle lapidi, il giorno dei morti.

– Tuona – ho detto a Fabrizio.
– Dici che piove?
Lontano si sentiva il brontolio continuo.
– Spero di no, che ore sono? – gli ho chiesto.
– L’una e mezza.
Avevamo camminato per più di cinque ore, senza rendercene conto, come ipnotizzati. Avremmo già dovuto essere a casa a quell’ora, e invece eravamo sul greto del torrente, dove l’acqua era scomparsa lasciando solo sassi asciutti. Avevamo girato in lungo e in largo, spostato sassi e cercato fili di ferro che sporgessero dal terreno. Non avevamo trovato niente a cui potesse essere attaccato un secchio di rame pieno d’oro. Niente. La stanchezza si era fatta sentire improvvisamente, era uscita dalle gambe ed era arrivata al cervello. Valturcana, turchi, tesoro, terzo-scalino, terza-cascata. Avevamo ricostruito tutto, complimenti! C’era solo un dettaglio, la storia del tesoro era una favola per bambini stupidi. Davvero pensavamo di trovare un tesoro? Davvero noi tre?

– Ho sete – ha detto Francesca, interrompendo quel nostro vagare tra i sassi. Era come se avesse detto io non gioco più; richiamandoci a cose più concrete e urgenti.
Fabrizio e Francesca avevano già bevuto il loro succo di frutta e la mia borraccia era diventata preziosa.
– Solo un sorso – ha detto Fabrizio, – perché a questo punto dobbiamo razionare i viveri.
Ora che l’acqua stava per finire mi sembrava perfino dolce. Ma davvero Fabrizio la sapeva tanto lunga? Aveva fatto il boy-scout, e nello zaino aveva un sacco di roba, ma era venuto via con una merendina e un succo di frutta. E adesso razionava la mia acqua.
Ha tuonato ancora, più vicino e più forte. C’era poca luce e l’aria è diventata più fresca. Quasi un sollievo per la pelle, solo che eravamo lontani dal paese, troppo lontani se faceva brutto sul serio.

– È meglio tornare a casa, saliamo ancora un po’ e ritorniamo per la strada – ho detto.
– Okay, ritirata strategica – ha confermato Fabrizio.
Abbiamo lasciato il greto sassoso. Francesca e Fabrizio mi sembravano ingobbiti. Forse era la stanchezza, oppure la delusione.
Le prime gocce sono cadute sulle foglie alte, e hanno fatto rumore come se sbattessero su fogli di carta appesi. Ed è venuto buio.
– Eccola! – ho detto.

Le gocce pesanti sono cadute sui sassi attorno, e per un momento mi sono sentito invulnerabile. Nemmeno una goccia mi colpiva. Poi ho visto Francesca alzare le spalle e tremare, mentre il ritmo delle gocce aumentava.
– Dobbiamo trovare un riparo, una stal… – un lampo ha aperto il buio – … la! – sono riuscito a dire, poi il tuono assordante ci ha fatti correre su per il bosco, come mai fino a quel momento.
Quando siamo usciti sul prato, il vento ci ha buttati quasi indietro. Alle nostre spalle gli alberi sembravano impazziti e i loro rami si muovevano come braccia. Davanti a noi c’erano meli giganti ed erba che ondeggiava, pareva il mare mosso che avevo visto una volta in colonia, al Cavallino. Correndo, abbiamo tagliato la pendice del colle, e abbiamo visto una stalla e una baracca di legno scuro. Le gocce sono diventate acqua sulla testa e sulla schiena, mentre l’erba bagnata e gelida ci frustava le ginocchia.
La stalla era chiusa da un catenaccio arrugginito bloccato da un lucchetto e siamo rimasti lì immobili sotto la pioggia. L’acqua che scendeva dal tetto ci picchiava sulle spalle e allora abbiamo girato attorno alla costruzione, verso la baracca. Un catenaccio anche lì, ma senza lucchetto.

– Presto! – ha gridato Fabrizio.
Sono riuscito a spalancare la porta e siamo entrati come corridori sfiniti al traguardo. Siamo rimasti in piedi immobili, e ogni istante che passava si portava via gradi centigradi della nostra temperatura corporea.
– Dobbiamo muoverci! – ha detto Fabrizio.
– Muoverci, muoverci, muoverci… – ripetevo io camminando avanti e indietro nella baracca.
– Che freddo, Dio che freddo – balbettavaFrancesca saltellando sullo stesso posto.

Il pavimento era di terra. Noi battevamo i piedi, ma lo scroscio della pioggia di fuori non faceva sentire il nostro scalpiccio. Mi sono fermato quando i piedi hanno iniziato a farmi male. Francesca continuava a saltellare sul posto dicendo Dio e freddo. La temperatura doveva essere scesa parecchio. Avevo sentito raccontare ancora di ragazzini che erano morti di freddo in montagna.

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“Il Tesoro della Valturcana”: un racconto in 6 puntate di Antonio G. Bortoluzzi
editing Bruna Graziani
grafica Sabrina Girardin
in collaborazione con l’Associazione Amici di Giovanni Comisso

Antonio G. Bortoluzzi è nato nel 1965 in Valturcana, Alpago (BL). I suoi romanzi sono pubblicati da Ed. Biblioteca dell’Immagine, Marsilio, Marsilio Arte, UE Feltrinelli. Ha vinto numerosi premi letterari tra cui il Gambrinus-Mazzotti sezione Montagna e civiltà, e il Premio Latisana per il Nordest, Giuria dei lettori; è docente di scrittura e membro accademico del Gruppo italiano scrittori di montagna (Gism), suoi articoli sono pubblicati su riviste nazionali e sulle pagine culturali dei quotidiani del Nordest.
antoniogbortoluzzi.it

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