Il viaggio in Italia di Giovanni Comisso: sulle tracce di Ulisse e di Circe

Il viaggio in Italia di Giovanni Comisso: sulle tracce di Ulisse e di Circe

Il Circeo, col suo monte fantastico, alto 541 metri, sorge a metà strada tra Roma e Napoli. La strada migliore per accedervi da Roma è quella che dall’Esposizione Universale passa per Latina, così da Napoli è quella che dai Campi Flegrei attraversa Formia, Sperlonga e Terracina. Anni addietro, prima della bonifica dell’Agro Pontino, il Circeo poteva considerarsi quasi staccato dall’Italia, vi si arrivava solo per stradine incerte e non dal mare per mancanza di un approdo. La bonifica ha congiunto a Roma questa terra che offre nello stesso tempo il monte e il mare in un clima ottimo, formando per la capitale, a poco più di un’ora di macchina, il suo naturale belvedere.

Arrivando da Roma la strada sale sulle pendici del monte e subito si trova il paese di San Felice chiuso nelle sue mura medioevali con tipiche case mediterranee dai colori vivaci, stradine e piazzette sempre affollate e formicolanti di bambini che giuocano e strillano gaiamente.

Il Faro di Capo Circeo (fonte: Wikipedia)

Dal paese si diparte una strada asfaltata, finita di recente, che, subito alla svolta del monte, rivela l’ampio panorama verso Terracina e verso Gaeta, da una parte, e dall’altra, la visione dei pendii fino a Capo Circeo, dove biancheggia il faro. In questa zona, che è la più riparata, sono sorte molte ville appostate sulle balze di roccia o tra i boschi, e altre ne sorgeranno quando a mezza costa sarà ultimata la strada parallela alla principale. Oltre a Capo Circeo la strada, senza asfaltatura, prosegue fino a una località chiamata ”la batteria”, e attraversa una valle più dolce e più boscosa dove affiorano ruderi di ville romane. Oltre ”la batteria” non si può più proseguire neanche a piedi, per vedere questa parte del Circeo bisogna servirsi di un’imbarcazione e allora dal mare appaiono orridi leonardeschi, grotte preistoriche ampie e favolose, brevi spiagge biancheggianti di ghiaie e brevi spazi coperti da arbusti contorti dai venti. Da questo lato il Circeo finisce alla Torre Paola, una delle tante torri costruite lungo il mare dallo Stato pontificio a difesa dalle incursioni dei corsari. La parte settentrionale del monte, rivolta al retroterra, è interamente boscosa e appare di lontano, venendo da Roma, definita col picco più alto a forma di testa d’avvoltoio.

Panoramica della Torre Paola con la spiaggia antistante (fonte: Wikipedia)

Dal monte Circeo si stacca a oriente il Lido di San Felice, in direzione di Terracina, qui il mare non si rompe più sulle grigie rocce delle scogliere, ma su di un’aurea spiaggia, dove però, per una fretta speculativa e per una disgraziata superficialità, si è compromesso il paesaggio costruendo senza mantenere nelle costruzioni un ordine e un certo gusto d’armonia: e ciò ad onta che il monte, come tutta la zona che si estende alle spalle di Sabaudia, siano compresi nel Parco Nazionale del Circeo istituito nel 1934 allo scopo di tutelare, ahinoi, la flora e la fauna del luogo.

Prima del periodo delle glaciazioni il massiccio montano del Circeo faceva parte di una terra che si estendeva fino alla Sardegna. Allo scioglimento dei ghiacci che avevano invaso l’Europa, il mare accresciuto sommerse questa terra lasciando sopraesistere il Circeo e le montagne più alte che oggi formano l’arcipelago di Ponza e di Ventotene. L’importanza preistorica del Circeo va localizzata nelle sue grotte, ora al livello del mare o sotto le acque, ma al tempo delle glaciazioni molto più elevate, le quali furono abitate da una numerosa colonia di uomini preistorici che qui vennero a porsi in salvo dal Settentrione, assieme agli animali di quelle terre invase dallo sterminio del gelo. Oltre alle varie piccole testimonianze di questa vita umana prima della storia, trovate nelle grotte, vi è quella importantissima del teschio dell’uomo del tipo di Neandertal, scoperto nel 1939 nella grotta chiamata Guattari, sotto a un’altura vicino al Lido di San Felice.

Grotta Guattari – Calco del cranio ritrovato (fonte: Wikipedia)

Questa grotta può essere considerata come una specie di tempio-tomba in una fase ancora embrionale. Tra una luce azzurrina si elevano le cavità della grotta coperte di stalattiti, mentre sul pavimento biancheggiano dovunque ossa di ippopotami, di elefanti, di cavalli selvatici, di rinoceronti, di daini, di iene, di orsi, di lupi e di altri animali, calcificate. È come una cattedrale sommersa, una cattedrale unica al mondo che custodisce il segno del primo rito per la venerazione dei morti.

La grotta Guattari ha tenuto sigillato per migliaia di secoli un messaggio umano che ci è giunto intatto. In uno degli antri, il più spazioso, al centro di un cerchio ovale formato di pietre bianche disposte sul pavimento, giaceva un grande cranio d’uomo, posato sul lato sinistro quasi per non gravare su quello destro dove l’orbita risultava fratturata da un colpo violento che doveva avere causato la morte. La base del cranio era stata perfettamente incisa in modo da farne uscire la materia cerebrale alla stessa maniera di certe tribù antropofaghe, ancora oggi esistenti, quando compiono i loro riti cannibalici. Il teschio di quest’uomo venerato nella grotta Guattari, forse era di un capo ucciso in combattimento con le belve pure rifugiate in quel monte al tempo delle glaciazioni. La presenza dell’ossame di tante fiere sembra quasi indicare un’ecatombe vendicativa e il foro praticato all’occipite afferma che fu estratto il cervello per farne cibo tra i componenti la tribù del defunto, già cominciandosi a credere nella trasmigrazione dello spirito da un morto in un vivo incorporando la materia racchiusa nella parte più eletta.

Questo patrimonio ingente di oltre trenta grotte sparse per il Circeo costituisce campo di studio e di ricerche del professore A. C. Blanc il quale, con le sue conferenze in America e coi convegni di paleontologi al Circeo, ha fatto rivolgere l’attenzione mondiale verso questa zona ricchissima di attestazioni preistoriche. Tra le opere pubbliche progettate vi è appunto il Museo Paleontologico che dovrebbe sorgere in una posizione suggestiva sopra la grotta delle Capre, così da conservare ed esporre sui posto quanto è stato rinvenuto e quanto lo sarà in seguito senza che vada disperso altrove.

Risalendo dalla preistoria, all’inizio della storia, cioè a quelle leggende preomeriche che hanno fornito molta materia all’Odissea, il Circeo forma un argomento importante. Qui si ripete l’esperienza di Schliemann il quale, avendo come guida indicatrice Omero, riuscì coi suoi scavi a dimostrare che le vicende di Troia e di Micene erano realmente avvenute. Seguendo attentamente l’Odissea nell’approdo di Ulisse all’isola di Circe, ci si convince che quella che si credeva leggenda non era che realtà favolosamente deformata nei racconti dei navigatori Egei ai quali Omero deve avere attinto.

Endrei Zalán – Károly Fekten da “La storia del mondo”: Circe scatena la maledizione sui compagni di Ulisse (fonte: Wikipedia)

Ulisse poco prima di arrivare all’isola di Circe ha un incontro in una località marina coi Lestrigoni, “non simili a uomini, bensì a Giganti”. Ora dopo la scoperta del teschio dell’uomo di Neanderthal in una grotta del Circeo, dalla cui grossezza si desume che il corpo doveva essere assai più grande della media del nostro, viene naturale pensare che quei navigatori Egei avessero trovato su questi lidi o gli ultimi discendenti di quella specie umana o che ne avessero rinvenuto gli scheletri, vantandosi di aver lottato con loro.

“Attacco dei Lestrigoni a Ulisse”, affreschi della casa di via Graziosa, Roma, I secolo a.C. (fonte: Wikipedia)

Dopo, Ulisse approda all’isola Egea, dove abita Circe, Ancora oggi il promontorio dei Circeo visto di lontano dal mare appare come diverso dal basso retroterra, ed era invero staccato fino ai primi decenni di questo secolo, quando dietro a esso stagnavano le paludi. Paludi che al tempo preomerico dovevano ospitare il mare. L’idea che quest’isola fosse abitata da una maga, chiamata Circe, può spiegarsi col fatto che il picco più alto visto di lontano raffigura la testa di un avvoltoio con le ali semiaperte formate dalle propaggini laterali, e avvoltoio in greco si dice: kirkos. Seguono altre strane conferme: Ulisse trae la nave sul lido e per ordine di Circe nasconde i tesori e gli arnesi nelle grotte vicine. Esistono queste grotte e questo lido. Appena sbarcato sale su di un poggio rupestre per esplorare il terreno circostante e poco lontano dal mare esiste il poggio di Moriticchio dal quale si domina grande parte dell’orizzonte. Le case di Circe sono costruite di ”lisci marmi” con ”porte fulgenti” e il promontorio del Circeo ha due cave di alabastro. Ulisse dal poggio vede ”macchie folte e una selva”: esistono, e le macchie sono formate da ginepri, mirtilli, olivastri, elei, rosmarini, eriche, palme e pinastri.

Ulisse uccide nella selva un cervo e Circe appare circondata da lupi selvaggi e da leoni che aveva ammansito coi suoi filtri. Questa indicazione di una convivenza tra la fauna nordica, come il cervo e i lupi, con quella tropicale dei leoni, è perfettamente esatta, documentata dall’ossame della grotta Guattari. Gli animali delle terre del Settentrione dovevano essere fuggiti assieme agli uomini nell’estendersi della glaciazione, per salvarsi, accomunandosi con la fauna tropicale della terra che si estendeva fino alla Sardegna. Volendo prolungare questa traccia si potrebbe anche dire che è esatto il disorientamento provato da Ulisse, per cui egli, sempre impaziente di navigare, vi rimane un anno intero “banchettando con carni infinite e vino soave”. Soave è ancora il vino che si trae dai vigneti attorno al paese e giù verso la piana di Terracina, fino a quando la fillossera, invano combattuta, non avrà del tutto distrutte le piante, ma è certo che il clima e la disposizione del monte rispetto al ciclo solare toglie spesso la nozione esatta della stagione e dell’ora.

Terracina vista dal Monte Circeo (fonte: Wikipedia)

Asciutta è l’aria, rinvigorita dal mare e dalla selva aromatica; dopo il brevissimo intervallo di un inverno senza neve e senza gelate, si passa a una fugacissima primavera per entrare in una stagione unica senza piogge insistenti, senza caldi eccessivi e senza afa pesante. Chi smise di fare i bagni a novembre può riprenderli in aprile. A metà dicembre in qualche negozio di San Felice si vedono esposti pochi cappotti come strani indumenti di cui nessuno ha mai bisogno. Durante un inverno di grande gelo, quando a Roma si ebbero dieci gradi sotto zero, al Circeo, nella zona del faro, solo per poche ore il termometro scese a zero e la neve che nessuno ricordava di avervi visto svanì il suo leggero velo a mezzogiorno. In quello stesso anno quando a Sanremo i fiori si aprivano solo nelle serre, su questi pendìi aperti al cielo fiorivano intatte le margherite e i ciclamini. Nessun albero lascia mai cadere completamente le foglie e la cerasa marina fiorisce e fruttisce contemporaneamente.

Ancora vi si prova una dolce inquietudine da eclisse solare, perchè stando a San Felice il monte imminente toglie il sole per quasi metà del giorno e in qualche altra del promontorio è anche difficile vedere il tramonto del sole per altre pendici interposte, sicché, pure non vedendo il sole, persiste una luce da pieno giorno. Tutto questo dà costantemente un impreciso senso della stagione e dell’ora, lo stesso senso che fece perdere a Ulisse il pensiero di ritornare alla patria.

San Felice Circeo – Piazza (fonte: Wikipedia)

Quando la vita del Circeo cominciò a entrare nella storia, sull’alto del monte chiamato le Crocette, dove ora per iniziativa del sindaco Italo Gemini si sta ultimando una comoda strada panoramica, venne alzata un’acropoli con mura ciclopiche forse dai Volsci, forse dagli Etruschi o dai navigatori Egei a difesa di colonie ed empori. Poi, nell’epoca romana, sulla vetta più alta del promontorio, venne innalzato un piccolo tempio che si crede dedicato al Sole o forse era soltanto una rocca marina per tramandare segnali di fiamme verso Anzio e Roma o verso Gaeta o per indicare la via ai navigatori nella notte. Qui sotto fu trovata la testa di una statua femminile che subito si volle identificare con quella di Circe, che, quale figlia del Sole, si pensò fosse adorata in quel tempio. Ma Circe non è mai esistita come donna terrena ad ammansire animali selvaggi e a tramutare uomini in porci. Circe è l’aria immortale di questo promontorio che dà un’estasi sublime con oblio di ogni pensiero.

I romani che, tra i molti eserciti, ne dovevano avere uno specializzato nello scovare in tutta Italia e in tutte le parti del mondo da loro conosciuto, i luoghi più belli da abitare sia in rapporto al clima sia in rapporto al paesaggio, conoscevano il Circeo e vi costruirono ville. Alcune, come quella di Domiziano, erano nella piana sotto il versante a settentrione, prossima al lago di Paola, ville di residenza estiva, col favore del lago pescoso e di un’acqua salutare che sussiste tutt’ora, denominata Fonte di Lucullo. Tra i boschi elevati e fioriti di anemoni si possono vedere i ruderi di queste ville che diventano imponenti nei criptoportici, quasi ideati dal Piranesi, con arbusti germoglianti ai lucernai. Altre ville invece erano prossime al paese di San Felice, e oltre il Faro, in una conca riparata, chiamata Valle Caduta. Qui la residenza doveva essere anche invernale, ed è una zona dove ancora non si è esteso l’attuale sviluppo edilizio in mancanza di un tracciato stradale.

Il Monte Circeo visto dal Tempio di Giove (fonte: Wikipedia)

La storia recente del Capo Circeo è questa. Tutto il monte era un feudo pontificio che venne acquistato nel secolo scorso da un signore svizzero: Aguet. Il figlio di costui, Luigi, morto di recente, dedito allo studio e all’amore della natura, quasi costretto a soggiornare in questa proprietà per la sua salute e per il piacere di vivere in Italia, scoperse per primo la bellezza e i vantaggi climatici del Circeo. Dopo la guerra egli ideò una trasformazione del feudo selvaggio in un luogo di soggiorno ideale. Egli tracciò le strade e i vari lotti, fissando l’obbligo che le future costruzioni non dovessero superare il ventesimo dell’area vegetativa, così che il Circeo non diventasse un giorno irrespirabile come Capri e come la Riviera Ligure. Stabilì, ancora, zone pubbliche sia nelle vicinanze del faro, sia sopra alla grotta delle Capre, dove sorgerà il Museo Paleontologico, e che ogni lotto avesse il suo viottolo di raccordo verso le strade trasversali.

Per Roma che, come tutti sanno, ospita una colonia foltissima di stranieri, Capo Circeo è a poco più di un’ora di automobile. Attualmente una strada ardua e comoda porta da San Felice al Faro; l’acquedotto, la luce elettrica e il telefono completano le prime esigenze, qui le ville sono sorte rapide e altre ne stanno sorgendo, con quanto rispetto della natura non sappiamo. Nella zona invece del Lido di San Felice gli alberghi si sono sviluppati secondo uno scopo essenzialmente estivo e di villeggiatura temporanea. Di tutto questo, a parte i guasti al paesaggio, ne ha sentito enorme vantaggio la popolazione di San Felice, prima isolata e quasi confinata, mentre ora con l’ininterrotto passaggio di forestieri vede un progresso economico in ogni campo. Certo una trasformazione è in atto nella vita di questa popolazione; se prima era agricola, coltivando gelosamente la vite, ora deve adattarsi a lavori edilizi e a specializzazioni per tutto quanto concerne le necessità moderne della casa e del turismo. Ora si parla della costruzione del porto nella prossimità di Torre Fico, in comunicazione immediata col paese soprastante. Si dice: la creazione di questo porto determinerebbe prima di tutto l’avvento di un nucleo regolare di pescatori, i quali avendo una barca, sapranno dove metterla al sicuro, senza essere costretti a portarla in secca come al tempo di Ulisse. Questo nucleo annullerebbe gli attuali pescatori di frodo chiamati ”i bombardieri” i quali finiscono col distruggere sconsideratamente l’abbondante e ottima pescosità di queste acque. Inoltre i nuovi pescatori daranno al paese e ai villeggianti la possibilità di avere sempre buon pesce e a un prezzo inferiore di quello che ora si è costretti a importare da Terracina. I vantaggi turistici dati dal porto sono in primo luogo di offrire ai numerosi panfili stranieri che varcano l’Oceano e risalgono le coste della Spagna, della Francia, fino a Portofino e all’isola d’Elba, un vantaggioso punto di sosta per proseguire fino a Ischia e a Capri. Ma più interessante ancora è che da questo porto potrà partire una linea di navigazione con un itinerario verso le isole di Ponza e di Ventotene, che sono di fronte, per concludersi a Ischia e a Napoli.

Isola di Ponza e sullo sfondo Palmarola (fonte: Wikipedia)

Attualmente per raggiungere Ponza ci si deve imbarcare ad Anzio o a Formia con un tragitto assai superiore e monotono. Ma il vantaggio è dato dal creare tra Napoli e Roma la possibilità di un itinerario turistico, non nuovo perchè forse era usato dai romani, ma indubbiamente variato e suggestivo. Partendo in macchina da Roma in un’ora si potrà essere al porto di San Felice, imbarcarsi, visitare Ponza e Ventotene, proseguire per Ischia e sbarcare a Napoli. È una corona di gemme che viene integrata all’Italia, portando Ischia a un nuovo raccordo.

Il progetto del porto è stato già approvato dalle autorità competenti, anche il piano di finanziamento è stato risolto, ora siamo nella fase di appalto e subito dopo in quella di costruzione, ma è necessario che l’opera sia eseguita, beninteso con tutte le cautele del caso, con la celerità dovuta all’importanza, perchè è da queste opere turistiche che ci perviene abbondante e sicuro quel denaro tanto necessario alla economia della nazione.

Giovanni Comisso

Pubblicato alle pagine 154-164 del numero 2 di “Le vie d’Italia” del febbraio 1959 con il titolo “Volto e problemi del Circeo”