Il viaggio in Italia di Giovanni Comisso: "Tra i due golfi: Sorrento e Positano"

Il viaggio in Italia di Giovanni Comisso: “Tra i due golfi: Sorrento e Positano”

Questa terra è così bella che toglie qualsiasi possibilità di pensare e di lavorare. Sembra che tutto possa sorgere e formarsi senza fatica. Gli olivi si stendono a selve coi loro tronchi simili a ossa corrose dal tempo o a costati di buoi squartati. Si interpongono terrazze d’aranci e di limoni dove il sole con un raggio tra le stuoie, che li proteggono a guisa di serre, illumina come il vetro, tra l’ombra, un frutto giallo e uno dorato. Sotto, la terra verdeggia e fiorisce, e il mare si dilegua in una nebbia primaverile, che toglie la vista del golfo. Il sole riscalda e brucia la pelle senza dolore. Contadini parlano sommessi all’ombra dei frutteti come fossero in chiesa. La solitudine di questa terra nei primi giorni sbigottisce e la sua bellezza non si comprende subito, ma persistendo afferra profonda. Dal monte i viottoli scendono al mare fiancheggiati da muretti su dai quali sorgono gli olivi e gli aranci. Sovente una porta è aperta e allora si scopre il declivio grigio di foglie tra i tronchi bislacchi contro il mare sottostante. Ma quando si passa e questa porta è chiusa, si pensa che in quel giorno non si è meritato il godimento di quella bellezza.

Veduta di Sorrento (fonte: Wikipedia)

Appena arrivato, la primavera era nell’aria, ma non immaginavo fosse a tal punto da fare fiorire i frutteti. Su, verso il monte, vedevo una macchia rosa tra il verde pietroso degli olivi e credevo fosse la casa del contadino che ogni mattina mi mandava il piccolo Carmelo col cestello pieno di arance, di limoni, di olive, il latte e il formaggio fresco. Ma alcuni giorni dopo quella macchia rosa divenne così viva, predominante e compresi che era un pesco con tutti i suoi petali aperti. Quando mandorli, ciliegi, meli e peschi furono tutti in flore, mi convinsi che il fogliame degli olivi, degli aranci e limoni è per questa terra l’aspetto invernale della sua vegetazione. Camminando nella notte si avverte un tepore quasi meridiano e la luna sorge sui monti sollevando la marea sulle spiagge e ravvivando le vampate intermittenti del Vesuvio lontano. Si sente il passare furtivo dei topi che vanno a cibarsi di arance e il gorgogliare del mare entro le grotte. Passa la gente per i viottoli, sempre la stessa, precisa secondo le ore.

Le donne dei pescatori dalla marina al mercato coi canestri di pesce sulla testa, che ritornano poi coi canestri colmi di pane. Passano i bambini nell’andare e venire dalla scuola. Piccoli, minuti, esili bambini, i soli insieme ai galli che con le loro strilla alterino l’oleoso silenzio dei pendiì. Un silenzio cosi denso che persino i colpi d’accetta sul vecchio tronco d’un noce abbattuto non si diffondono. Le donne dal petto aperto sorridono perennemente nello sguardo, intente al lavoro dei brevi solchi e gli occhi azzurri variano d’intensità fino a nereggiare, secondo che stanno di fronte o di profilo, come le acque del mare se osservate dall’alto o dalla riva.

Photochrome Sorrento vista dal mare (fonte: Wikipedia)

Alla mattina esco a passeggiare tra i poderi immediati alla casa che mi ospita e vado a parlare coi contadini che lavorano all’ombra degli olivi. Un vecchio mi spiega che i tronchi degli olivi si guastano dalla parte opposta al sole, e quali rami quest’anno avrebbero dato frutto. Intanto i suoi figli scalzi zappano col capo chino stretto da un fazzoletto rosso e si divertono ad ascoltare quando parlo di terre di altre regioni. «Noi», disse il vecchio, «raccogliamo tutto dal cielo» indicandomi i rami degli olivi, degli aranci e dei limoni e il soffio della primavera gli faceva lagrimare gli occhi.

La neve dai monti si era già tutta mutata in bianche nubi che andavano a unirsi al fumo traboccante dal Vesuvio. La primavera fu affermata, contemporaneamente dai frutteti in fiore e dai vetturini che adornavano le teste dei loro cavalli con grandi nastri di seta bianca o viola e con trofei di piume. Smaniavano questi vetturini di noleggiare la propria traballante carrozzella e pur di celebrare la inaugurazione offrivano per poco lunghissime gite. Fu necessario accontentarli e accettare di andare sulla strada di Amalfi.

Il golfo di Sorrento e, in lontananza, il Vesuvio (fonte: Wikipedia)

Seducente Italia: mirabile terra simile a certe stoffe che non si sa se siano più belle sul diritto o sul rovescio. Terra senza tregua bella, senza pause, pronta a sorprendere e a incantare. Si credeva che nulla potesse superare la meraviglia delle pendici sorrentine, quando giunti in vista dell’altro golfo si vide l’incredibile precipitare della costa ripida e orrida sul mare bluastro come la pupilla di un bue. E sotto l’arida asprezza delle rocce dei monti precipitosi, a una svolta improvvisa, sorsero nel riparato tepore, bianche e rosee le case sparse di Positano. Piccoli ragazzi gettano nella carrozzella mazzetti di pinastro profumato e il vetturino siì volta a dirmi che in questo paese non fa mai inverno.

Positano – Vista dall’alto del paese (fonte: Wikipedia)

Il paese si stende sul ripido pendio della strada fino giù alla riva del mare. Gradinate si diramano a ineguali gradini per andare da una casa all’altra, da un albergo all’altro, dalla borgata lungo la strada all’altra sulla marina. Abitare qui è come mettersi in serra, ci si sente diventare un fiore raro destinato a una continua estate, e questo arresto del tempo imprime in noi una gioia suprema che però non dura, perchè troppo irreale e legata alla clausura data dai limiti di questo pendio sull’abisso. Ogni casa ha la sua terrazza per godere del mare che perseguita azzurro e irrequieto. Si scende si sale le gradinate, si scende ancora, si giunge alla riva del mare.

Cammino lungo il mare, cosparso di diamanti irrequieti sopra il suo azzurro profondo, la spiaggia è fatta di una ghiaia nera, vulcanica, triturata dalle onde possenti che nei giorni di tempesta si abbattono infrenabili contro la costa, qualche conchiglia bianca o rosa brilla e ci si china a coglierle come fossero fiori.

Una piccola isola appare a occidente poco lontano e qualcuno ci racconta fasti e delizie e misteri sulla vita del suo proprietario, quando viene ad abitarla nelle soste al suo lungo errare per il mondo. Un principe o un famoso danzatore, non ricordo, ma probabilmente l’una cosa e l’altra, perchè solo un principe potrebbe avere titolo di abitare una simile gemma e solo un danzatore potrebbe accordare le sue mosse armoniose a quelle delle onde di questo mare azzurro e diamantato. Vi sono dei pescatori che traggono a riva la rete: nereggiano i grandi occhi nel volto fosco di sole e biancheggiano i denti, seminudi al calmo tepore si muovono ritmici come accompagnati da una musica, e questa è forse data dal rompersi dell’onda sulla ghiaia tintinnante. Non parlano, sembra che ognuno scandisca dentro a se stesso un tempo prestabilito e ad ogni pausa muova il passo e dia uno strappo alla rete che restringe segnalando i pesci guizzanti. La spiaggia è finita, oltre non si può andare, la rada è chiusa da un’alta parete di roccia contorta dai secoli di fuoco, nera e scintillante di sole.

Rivolgendo il passo si torna a vedere il paese bianco e rosa al cui centro sta la cupola rossa della cattedrale simile a un cuore. Un veliero è ancorato alla riva: altri uomini scendono in fila sulla passerella portando una cesta sulla spalla, attraversano la spiaggia, vuotano le ceste che sono colme di sabbia e risalgono correndo a bordo del veliero. Sembra seguano anche questi un altro ritmo.

La spiaggia di Positano (fonte: Wikipedia)

La spiaggia prosegue per un breve tratto e poi non si può andare oltre: un’altra parete di roccia la chiude, nera, scintillante, contorta. Siamo come sul lembo d’uno squarcio vulcanico, spento dalla irruenza del mare. E si ritorna verso il paese da cui non proviene nè voce, nè suono, nè canto di gallo che ci dia segno di vita, di case abitate, di gente felice e lavorante. Ognuno vive nella sua casa, come una talpa nella propria buca e quando esce, scende o sale solitariamente le gradinate chiuso nel suo aspetto straniero. Sembra che gli abitanti siano partiti per cedere le loro case a questi stranieri d’ogni parte del mondo. Non si sente una voce che si comprenda, solo il mare che si frange sulla riva ha la sua voce chiara.

Non si può vivere soli in questo paese, bisognerebbe essere accompagnati dall’amore o da un male che questa continua estate possa domare. Mi sento impaziente di ripartire: non sono straniero di una terra che ora il gelo racchiuda, non sono innamorato, nè mi domina un male, la vettura è ancora ad attendermi, salgo e riparto, come risalissi dal profondo del mare.

Giovanni Comisso

Pubblicato alle pagine 9-12 del numero 82 dell’Illustrazione del Medico del marzo 1947