Infine riescii a liberarmi dall’indolenza e partii per un giro tra il Lazio e la Campania. Lungo una strada tra aranceti, a ogni casa, i ragazzi avevano improvvisato una mostra di arance a grappoli che apparivano luminose come avessero una luce dentro. Dai campi le donne venivano portando sulla testa una cesta colma di arance o di limoni o di carciofi, ma alcune vecchie salivano verso il paese vicino col capo adorno di un largo fazzoletto bianco a merletti, inamidato, quasi fiammingo, che dava ombra al volto olivigno, tutto lavorato di rughe.
Quando arrivai al paese fu come penetrare in un castello. Dalla porta d’ingresso si svolgevano innumerevoli vicoli in salita e in gran parte internati sotto alle case. Vicino alla chiesa, al culmine del colle sul quale sorgeva il paese, un uomo bruno di pelle e di occhi mi guardò incuriosito, come mi stesse aspettando. Gli feci l’elogio del suo paese e gli chiesi quale fosse il suo mestiere. «Qui per avere da vivere bisogna arrangiarsi a fare più mestieri che è possibile». Non sembrava un uomo molto laborioso, sebbene giovane già tendeva a ingrassare, parlava lento e si era messo a sedere sul muretto che cingeva il sagrato della chiesa. Gli richiesi quali fossero questi mestieri: era l’esattore della luce, sapeva farne gli impianti, aveva diverse rappresentanze di forti ditte del Settentrione, tra le quali quella importantissima del liquigas e a tempo perso faceva anche lo scaccino. Gli ricordai che passando in treno, qualche anno addietro si vedeva sull’alta muraglia che cinge quel paese, scritto a grandi lettere: liquigas, ma questa parola non vi era più. Mi spiegò che appunto era stato egli a mettere quel richiamo per risvegliare i suoi compaesani verso questa grande scoperta, ma glielo avevano fatto togliere, perché dicevano che guastava il paesaggio. Dissi che era giusto, agli stranieri doveva sembrare che quello fosse il nome del paese, riesciva quasi ridicolo, ma non parve convinto.

Gli chiesi dove avrei potuto trovare da dormire per qualche notte e anche da mangiare. Egli stesso mi avrebbe ospitato nella sua casa che era la migliore del paese e sua moglie aveva una grande passione per la cucina, bastava mi fossi adattato al meglio che avrebbero fatto per accontentarmi.
Non accennò a farmi entrare nella sua casa, che era di fronte, ma volle invece visitassi subito il suo negozio, dove teneva le merci tutte venute da Milano e da Torino. Mi sembrò allora che l’Italia fosse proprio composta di due Stati diversi: uno che produce e l’altro che non produce. Il negozio era in un androne sotto alla casa, aperse una porta che aveva due catenacci e le cose più disparate apparvero disposte, come in una pesca di beneficenza, sopra a casse coperte di carta colorata.
Vi erano fornelli e bombole di liquigas, macchine da scrivere, macchine per cucire, servizi da caffè di ceramica dorata, apparecchi radio, lampadari e su due casse più alte, contro la parete nuda del fondo, due rosse motociclette. In un angolo, un tavolino con la macchina da scrivere e un fascicolo su cui era scritto: «Corrispondenza con le Ditte». Quel giovane si chiamava Nino e simpatizzammo subito. Quel negozio era il suo orgoglio e per questo me lo aveva fatto vedere prima della casa, gli sembrava di essere un pioniere, un ambasciatore del Settentrione, un rinnovatore della vita del suo paese.
Per una scaletta dai gradini diversi, uno alto e uno basso, entrammo nella casa. Il piccolo tinello aveva un lampadario, la radio e un servizio da caffè posato sulla tavola simili a quelli del negozio. Sua madre stava lavorando a una macchina da cucire come quelle esposte sulle casse. Dalla porta della cucina si affacciò un’altra donna che subito si rimboccò il grembiule per nascondere il ventre, perché era incinta. Era sua moglie e nel darmi la mano sentii una pelle arida e fredda come zampe di gallina. Egli mi fece vedere la stanza che andava benissimo e mi chiese cosa avrei preferito per la cena, sua moglie si sarebbe subito messa all’opera.
Avrei desiderato dei carciofi crudi da condire con l’olio, ma nel paese non se ne vendevano. — Come mai — dissi —, se giù nella pianura si raccolgono nei campi. — Mi rispose che non si vendevano, appunto, perché chi li voleva mangiare se li portava dalla terra che lavorava, ma il mattino dopo sarebbe andato laggiù in motocicletta a prenderli. Ripiegai sui soliti spaghetti e su di un poco di formaggio e due uova da bere.
In quel paese la vita non era molto diversa da quello dove avevo abitato prima: anche qui bambini e cani sempre per i vicoli e nella piazzetta della chiesa, anche qui tutti si assomigliavano nell’aspetto, ma segrete invidie e rancori li dividevano. La sola novità era Nino col suo negozio. A mezzo di elaborate raccomandazioni era riescito a ottenere la fiducia di quelle ditte del Settentrione che gli avevano affidato la rappresentanza e quegli esemplari che avevo visto parte in negozio e parte in casa. Nino aveva pensato di metterli intanto a disposizione sua e della sua famiglia per provarli e per potere dare garanzia che funzionano bene. Entrato nell’orbita di questo negozio di merci venute dal Settentrione sembrava avesse assorbito quella frenesia attiva che le aveva prodotte, ma era nato per vivere indolente.
Ora che aveva il negozio doveva svegliarsi alle nove per tirare quei due catenacci della porta e dischiudere la mostra, fare pulizia, studiare una nuova disposizione delle merci, attendere la posta, sbrigare la corrispondenza con le ditte e impratichirsi sempre meglio con la macchina da scrivere. Ma più che ai clienti aveva da badare ai ragazzetti del paese che venivano a curiosare, a toccare e a minacciare di fare danni giuocando alla palla e a fare fuggire i cani che scodinzolavano tra le cucine smaltate e le macchine da cucire. Infine si era convinto che il negozio si poteva aprire solo quando qualcuno veniva per comperare, del resto questa era la norma anche per gli altri pochi negozi del paese i cui padroni se ne stavano in casa e aprivano ai clienti solo quando venivano a bussare.
Se qualcuno aveva da comperare una bombola di liquigas era fortunato se Nino stava a letto a dormire o in chiesa a fare lo scaccino, ma nei giorni che doveva consegnare le bollette della luce, per trovarlo bisognava fare il giro di tutto il paese nei segreti meandri dei vicoli.
Con tutto questo egli era convinto che la vita dei suoi compaesani doveva farsi moderna. Un giorno in cui, aperti i battenti del negozio, mi chiedeva se avrei potuto aiutarlo con qualche conoscenza a Milano o a Torino, per fargli avere la rappresentanza dei frigoriferi e degli apparecchi di televisione, dischiuse il fascicolo della corrispondenza con le ditte per farmi vedere come godeva la loro piena fiducia.
Sfogliando quelle lettere, venivano fuori copie di altre scritte da lui sgangheratamente a macchina a tutti i suoi amici vicini e lontani con le quali decantava la sua nuova impresa e si proclamava apportatore di una nuova civiltà ne suo antiquato paese.
Forse stimolato da Nino che almeno idealmente era riescito a vincere la sua indolenza, riescii a vincere ancora di più quella che minacciava di radicarsi in me da quando ero sceso nel Mezzogiorno.
Decisi di andare sui monti vicini, dove in brevi pianori si erano stabiliti alcune migliaia di abitanti che in un secolo di duro lavoro avevano tratto la casa dalla roccia e il pane dalla poca terra.
Noleggiai due asinelli, uno per me e l’altro per trasportare il necessario per mangiare e per dormire, perché in quei villaggi non avrei trovato nulla. Diedi l’addio alla nostra civiltà moderna rappresentata nel negozio di Nino e ritornai indietro di alcuni secoli nella vita.
Sul muro dell’ultima casa del paese, quasi come segno che finiva la nostra vita d’oggi, vi era scritto a calce un evviva per un campione ciclistico. Angelo, che guidava gli asini, quando fummo sul sentiero che si inerpicava sassoso, mi disse che quella gente della montagna non ha né chiesa, né cimitero e quando uno muore lo trasportano, per tre ore di marcia, su di una barella a seppellire nel paese più vicino.

Dopo avere rasentato un oliveto, il nostro cammino fu solo tra grigie rocce e asfodeli in fiore. Il mio asino misurava prudente i suoi passi tra gli scheggioni pietrosi e alla fine della lunga salita si raggiunse un primo altipiano con grandi blocchi di roccia simili a rovine di templi a cui si innestavano elci secolari e frondosi. Il sentiero pianeggiò tra muricci di pietrame oltre ai quali si videro i primi ritagli di terra rossastra coltivati a frumento. Il biancospino e le violette fiorivano nei cespugli, il silenzio era rotto solo dallo zampettio degli asini e ogni tanto dal grido di Angelo che li aizzava. Egli mi disse che il mese prima aveva accompagnato al villaggio di Bocca di Selva la maestra, ma non aveva potuto resistere più di dieci giorni, così avrei potuto dormire nella scuola che era inoperosa. Il primo essere che incontrai fu una donna che accanto a una grande pozza lavava la biancheria in un tronco d’albero scavato. Era ravviata con cura, portava lunghi orecchini di filigrana d’oro e una collana di corallo. Mi chiese se ero l’ingegnere venuto per studiare la strada che era stata promessa al tempo delle elezioni, toltale questa illusione, volle sapere se ero almeno il nuovo maestro, ma Angelo le uccise tutte le speranze, dicendole che ero un signore a cui piaceva vedere le montagne. Ed ella riprese a lavare accanita quei panni che sembravano tele di ragno tanto erano foracchiati.

Poco dopo si giunse alla scuola di Bocca di Selva accolti dal grugnire di piccoli maiali neri fuggenti. La casa era solida, nel piano di sotto vi era la stalla per le pecore e una parte era occupata dalla famiglia di Settimio che è il maggiore proprietario del luogo. Era anche il più anziano, una specie di capo. Indossava una consunta divisa americana e calzava le pratiche ciocie. Ogni diffidenza fu abolita quando si scoperse di avere fatto la stessa guerra nella Zona di Gorizia. Era dei bersaglieri e alla presa di Monte Santo una pallottola gli attraversò il torace. Nel chiacchierare seduti al sole lungo il muro, dove stavano appese grandi pentole fuligginose, mi raccontò che durante i quattro anni di quella guerra non spese un centesimo della sua cinquina e custodito quel suo peculio in una vescica di capra, quando poté ritornare tra i suoi monti, si comperò dodici pecore e così col passare degli anni, un poco alla volta, si fece la casa e comperò le terre. Aveva ancora un muoversi svelto da bersagliere e sembrava soddisfatto di se stesso, ma le tasse lo amareggiavano, quelle terre isolate nel cielo sono tassate come le più fertili della pianura. Non avevano né una chiesa, né un medico, né una strada, né il cimitero, solo quella scuola, dove alcun maestro riesce a resistere, mentre i ragazzi crescono ignoranti.

Un ragazzetto decenne avanzò guardingo verso di noi, teneva i capelli ravvolti in un fazzoletto a colori annodato alla fronte e alla nuca. Era suo nipote Remo, aveva grandi occhi, chiari nello stupore estatico dei pastori. Avevo portato alcuni piccoli doni per i bambini come quando si va in esplorazione e per avvicinarlo gli regalai una saponetta, ma appena l’ebbe tra le mani corse via balzando come un capriolo da una roccia all’altra. Suo nonno mi disse che correva a portarlo alla fidanzata. Vedendomi stupito mi spiegò che in vero Remo era già fidanzato, come tanti altri ragazzi, appena finite le scuole, perché è necessario fino da quella età accaparrarsi la futura sposa. Nessuna donna della pianura vuole venire a mettere famiglia tra quei monti e le donne lassù sono poche. Al primo fidanzamento il ragazzo dona come pegno l’occorrente per cucire e la ragazza ricambia con quel fazzoletto a colori che rimane per lui come un segno di avere già impegnata la sua donna. Poi a vent’anni si fidanzeranno col dono degli ori.
Angelo si occupò a prepararmi un giaciglio sui banchi riuniti insieme, in quella piccola scuola abbandonata dove la luce filtrava dal tetto e una grande carta di questa Europa presuntuosa di civiltà e di benessere dominava come uno scherno. Al rumore dei banchi che venivano smossi, due ragazzetti si fecero a spiare nel vano della porta, ma subito scapparono. Settimio mi presentò suo figlio e questi, sua moglie che stava nell’ombra della cucina affumicata ad accendere il fuoco. Anche questa donna era ravviata con cura e portava lunghi orecchini d’oro. L’acqua per bere viene attinta a una sorgente lontana, il pane si prepara ogni quindici giorni al paese giù nella valle, se qualcuno si ammala fa la cura del letto, se una donna ha da partorire si arrangia con l’aiuto di una vecchia e quando viene la notte si accende un lucernino a olio come quelli degli antichi: — Si segue il nostro destino — disse la donna a conclusione di tutte queste miserie.
Andai fino a un altro villaggio dietro al monte, camminando sempre tra rocce, elci e brevi ritagli di terra dove rare donne zappavano il frumento. Il tratturo odorava acre di pecore e gli sterpi fiorivano di bioccoli di lana trattenuta. Incontrai un giovane pastore con un berretto da soldato e con una giubba grigioverde rattoppata ai gomiti con stoffa di altro colore. Gli offersi una sigaretta e gli regalai la scatola di cerini, ma questa gli rimase tra le mani aride, perplesso nel modo d’aprirla. Poi guardò la cima di un monte e il sole e mi chiese se erano le undici, l’ora era esatta. Non mi chiese chi ero e donde venivo; gli riesciva difficile vincere il silenzio con le parole e lo lasciai a vigilare le sue pecore dall’alto di una roccia.
L’altro villaggio apparve dietro al costone, nelle sue case col tetto di paglia, sparse tra gli elci; alcuni ragazzetti uscivano da una casa, la sola che aveva il tetto di tegole. Tutti si accorsero di me e subito si nascosero, uno si diede a piangere come lo avessi spaurito. Era la scuola e la maestra mi venne incontro sorridente come venissi per liberarla. Da cinque mesi insegnava in quel villaggio, quando vi giunse per alcuni giorni nessun ragazzo si presentò alla scuola, un mattino venne una ragazzina con un mazzetto di violette come in ambasceria, come per conoscerla, La maestra le diede un cioccolatino avvolto in carta colorata, ma non sapeva cosa fosse, poi nel pomeriggio vennero anche gli altri. Alcuni rimasero assenti, perché non avevano un vestito che li coprisse del tutto. Con lei visitai il villaggio, ogni famiglia aveva due capanne; una per fare da mangiare e l’altra per dormire. Alcune pietre per terra formavano il focolare e il fumo usciva a stento per un’apertura al centro del tetto di paglia, nero di fuliggine. Nei viottoli tra le capanne ogni tanto vi era un elce morto i cui rami servivano per appendere le asce, le zappe e le pentole, uno, come fosse una fontana pubblica, reggeva invece un’anfora di terracotta e una gavetta militare. Tutto quello che aveva servito agli eserciti durante la guerra era adoperato ancora. I ragazzi tenevano i loro quaderni in una cassetta di ferro per le munizioni. Fuori di una casa, una vecchia raggiustava una camicia, cucita e ricucita con pezze d’ogni colore. La giubba di un uomo riluceva ancora di qualche bottone d’ottone con impresso lo stemma americano. Un merciaio ambulante viene da Napoli a rifornirli.
Tra gli ornamenti di ori e di coralli a quasi tutte le donne lagrimavano gli occhi arrossati dal fumo della cucina. Una, nell’accogliermi ospitale mi offerse due uova. Entrammo nella scuola e i ragazzi che ci seguivano incuriositi vennero richiamati dentro.
Risposero pronti ad alcune domande che feci, solo uno sapeva cosa è una bicicletta, perché l’aveva vista nel paese in fondo alla valle dove era andato con suo padre. Gliela feci disegnare alla lavagna, ogni pezzo si componeva a fatica, al posto della sella vi fece una sedia e chiestogli chi vi sedeva sopra, mi rispose: — Lu cristiane. — Pure nati da matrimoni tra le poche famiglie esistenti avevano tutti una viva sanezza e occhi e denti magnifici.

Ritornai a Bocca di Selva, Angelo mi aveva preparato la colazione, girai tutto il giorno tra le rocce e i piccoli campi, parlando ogni tanto coi pastori e con quelli che zappavano, tutti dicevano che quella vita era il loro destino e non si poteva mutare, vennero le stelle ed erano limpide e imminenti.
Al mattino ripartii mentre la nebbia nascondeva ogni cosa; nel silenzio il canto dei galli segnalava le case attorno; un belato, il gregge; il canto di una ragazza, il bosco dove raccoglieva la legna. Quando si giunse con gli asinelli alla fine dell’altopiano si intese giù dalla pianura il fischio del treno e le trombe delle automobili.
Poi nell’allontanarmi da quei monti verso la città vicina riebbi presente il focolare preistorico che anneriva il soffitto di paglia arrossando gli occhi di quelle donne e mi risultò ingrato e amaro il nostro benessere.
Giovanni Comisso
da Il Mondo del 31 maggio 1955
Immagine in evidenza: Contadina napoletana di fine XIX secolo (Pubblico dominio, Wikimedia Commons)
