Presente e avvenire nel Paese di Utopia. Impressioni di viaggio in Russia di Giovanni Comisso

Mosca, settembre

Se ci fosso Voltaire, vi sarebbero dei bei libri da scrivere. Repubblica dei contadini e degli operai. Falce e martello. La verità è che i contadini esistono, ma ostili e che gli operai sono appena in formazione. La Russia mai ha avuto una massa operaia, più che rara era l’attività industriale di questo paese e il temperamento di questo popolo è preponderatamente quello di oziare accanto alla stufa nel lungo inverno e per il resto godere del sole.

La rivoluzione venne fatta da soldati che non avevano più voglia di compiere il loro dovere.

Lenin cercò di dare un contenuto ideale alla forza di questa marea orrenda. S’è vista una fotografia di Trozkiin atto di arringare la folla poco dopo l’invasione del Kremlino; sul suo volto s’è scorto il tremendo pallore della paura davanti a un informe urlare della folla qua e là rotto dal riso selvaggio di qualche donna.

Fantasia e realtà

A differenza dagli altri Stati d’Europa, con un ritardo di quasi un secolo, questo paese fatalmente incluso nell’atmosfera europea mancava di una medio borghesia e della classe operaia; aveva gli aristocratici e i contadini; in più, brevi nuclei di piccola borghesia urbana e una borghesia ebraica. La rivoluzione, all’insaputa delle menti direttive, finirà col creare per questo enorme vaso, comunicante con gli altri d’Europa, quel livello sociale in quelli stabilito da anni. Qualcosa di simile è avvenuto per la rivoluzione francese: partita con volontà accanita di raggiungere mete sociali con uomini-natura è finita con la creazione degli uomini borghesi, schiavi dei commercialismo e dell’industrialismo. Si pensi agli ideali di Rousseau e si veda in Balzac il dolore di Eugenie Grandet di fronte al nuovo tipo d uomo uscito fuori dalla rivoluzione.

Non passerà un ventennio che queste croste comuniste createsi sulla grande piaga salteranno via automaticamente e senza tragedie per lasciare scoperta la pelle rifatta nuova con una borghesia, una classe operala e contadini proprietari stabilmente fusi come in tutte le altre parti del mondo.

Su 150 milioni di Russi, gl’iscritti al partito comunista sono appena 300 mila. Le fucilazioni e la carestia diedero 2 milioni di morti. Un console straniero in una cittadina dell’U. R. S. S. vedeva stranamente che appena piantato un alberello nel giardino della sua abitazione, ben presto assumeva proporzioni eccezionali; scavato più a fondo il terreno scoperse che vi erano grandi fosse colme di cadaveri: quel luogo era una ex-sede della Ceka. Si è fucilalo con la semplice idea di eliminare il numero.

La Russia è enorme e 150 milioni di uomini rappresentano un immenso e insormontabile ostacolo a realizzare totalmente la rivoluzione.

Gli emigrati costituiscono un nucleo quasi uguale a quello dei morti, essi hanno perduto la loro patria e ritornando non potrebbero nè più riconoscerla, nè più amarla. Sono colpi formidabili per l’esistenza di questo popolo ma non sono mortali per l’essenza e per il genio di questa razza.

Le conquiste letterarie, musicali e scientifiche dell’ottocento sono ancora garanzie assolute d’un avvenire.

Lenin portò la rivoluzione fino ai limiti estremi : annientamento degli aristocratici o degli intellettuali, abolizione del diritto di proprietà e dall’attività individuale, per ripiegare, sotto il nodo scorsoio della carestia, sulla Nep con tolleranza dei piccoli capitalisti e dei contadini proprietari nelle zone lontane dai grandi centri urbani, radicati nelle terre usurpate agli originari padroni.

Gli aristocratici ebbero il grave torto di opporsi ad ogni progresso del popolo, o in questo la rivoluzione trovò facilmente l’elemento di accusa.

Con Stalin, l’attuale segretario del partito, si ritorna a marciare ufficialmente verso un comunismo integrale.

Milioni inutili

Nella primavera di quest’anno si organizzò una campagna a fondo contro i contadini proprietari. In un primo tempo fu requisito tutto il loro bestiame e a questo atto corrisposero rappresaglie isolate, inesorabili e violente con uccisioni metodiche di comunisti. Inviati reparti dell’armata rossa, i soldati si rifiutarono di sparare sui contadini, dandosi al brigantaggio con istituzione di bande armate tuttora in efficienza nel boschi degli Urali. Stalin dovette rinunciare alla lotta; venne restituito il bestiame, e si ripiegò in un terreno di preparazione per una prossima azione tentando di formare a tutta forza nel popolo un’atmosfera di propaganda contro i « kulaki» a base di cori, di cinematografo e di teatro.

Attualmente le terre non appartenenti ai «kulaki» e in genere quelle molto vicine ai centri urbani, sono coltivate da aziende agricole collettive. Nessuno in Russia può essere proprietario di immobili, ma chiunque voglia può possedere milioni di rubli; il fatto è che averli non costituisce per il possessore né una felicità, né una possibilità di benessere superiore agli altri, in Russia esiste il mendicante ed esiste il capitalista fino a 10 mila lire, e solo costoro possono vivere in armonia con lo Stato. Il possessore di un milione potrebbe tenerlo sotto al cuscino o depositarlo nelle Casse di risparmio statali. Nel primo caso la somma è cosa morta per mancanza di rendita e soprattutto per impossibilità di trovare da impiegarla in acquisti (il sapone paga 2500 lire al Kg. di dazio doganale, volendolo importare dall’estero) ; nel secondo caso riceverebbe, unitamente a un dato interesse, un’aggressione violenta di tasse e di imposizioni che inbreve tempo glielo assorbirebbero. Tutti i cittadini hanno diritto a soli sei metri quadrati di abitazione, solo gli intellettuali, per lo studio, hanno diritto a sei metri di stanza supplettivi. A volte grandi saloni di ex-palazzi patrizi sono divisi da stecconate o da semplici segni di gesso sul pavimento. Si pensi quale enorme fatica, data la scarsità d’alloggi, quella d’uno che voglia sposarsi, per riuscire a trovare altri sei metri quadrati per la sua compagna, attigui ai propri. L’affitto è proporzionale alla categoria dell’individuo: per l’operaio è minore che per l’impiegato, per questi minore che per l’intellettuale, per il capitalista sarà invece 100, 200 volte superiore. L’assistenza medica per gli iscritti ai sindacati professionali e per le loro famiglie è gratuita, per i capitalisti sarà invece scontata a prezzi favolosi.

I contributi in favore dell’assicurazione e dell’assistenza sociale sono a carico esclusivo del datori di lavoro e sono fissati dal 16 al 22 per cento del salario mensile. Le pensioni per la vecchiaia sono stabilito al 60 per cento del salario ultimamente percepito e i soccorsi ai disoccupati a una media di 12 rubli mensili. Quello che, bisogna riconoscere, il nuovo stato di cose ha fatto di benefico è il soccorso gratuito incaso di malattia per gli operai con assistenza in ospedali modernissimamente attrezzati, e l’elevamento intellettuale del popolo a un grado superiore di quello raggiunto sotto gli Zar. Allora l’istruzione pubblica era limitata per una ragione quasi programmatica, attualmente la lotta contro l’analfabetismo costituisce un’autentica ragione d’orgoglio per l’U.R.S.S. Dal lato politico la popolazione sovietica è divisa in due grandi gruppi: quelli che hanno diritti elettorali e quelli che «non li hanno (i lisbenzi). Quest’ultimo categoria è composta da persone « che sfruttano il lavoro altrui » e cioè dagli ex-poliziotti e agenti del regime zarista, dai membri della famiglia imperiale, dai sacerdoti di tutti i culti, dai commercianti privati, dai « kulaki » e dai capitalisti.

Dal punto di vista economico la popolazione è divisa in varie categorie che godono diversi diritti per quanto riguarda principalmente la distribuzione di prodotti e il pagamento delle tasse, dei fitti, ecc. Al primo posto, e considerati come aristocratici, figurano gli operai industriali e i braccianti agricoli, seguono i contadini poveri (biednota) e medi (seredniachi), gli impiegati, i professionisti intellettuali, gli artigiani e le professioni libere e infine gli indegni ad apparire iscritti nei sindacati, gli esclusi dal diritto di voto: i commercianti privati e i «kulaki ». Semplici venditori di stringhe e di cera da scarpe con misere bancherelle ai crocicchi delle strade sono pure inclusi nella lista infame dei commercianti privati.

Salari e tasse

I salari operai ammontano a una media generale di 3.24 rubli giornalieri, variando da 1.95 rubli nell’industria dei fiammiferi a 4.84 rubli in quella della gomma. Gl’impiegati percepiscono in genere poco più degli operai, da 80 a 200 rubli mensili, mentre gli specialisti, ingegneri e tecnici, ricevono stipendi fino a 500 e più rubli mensili. Sui salari e stipendi grava soltanto l’imposta sul redditi che cresce in ordine progressivo, cominciando dai 60 rubli mensili e ammonta per i primi 100 rubli al 3% dell’introito e al 5 % fino al 15% per le somme successive. Le aziende agricole collettive pagano dal 4 al 5% del loro reddito complessivo ein certe regioni dal 2 al 3% dell’introito. La scala di tassazione delle economie contadine piccole e medie cresce in ordine progressivo dal 4% dei primi 25 rubli del reddito tassabile fino al 30 % del reddito che oltrepassi i 600 rubli annui. Le economie dei «kulaki» sono tassate dal 20% del reddito, qualora esso sia inferiore ai 500 rubli fino al 70% se esso supera i 6000 rubli annui. Dagli operai ai «kulaki», nessuno sfugge alla tassazione. I fitti variano molto tra le singole città e secondo le catogorie della popolazione da 5 fino a 100 rubli per una stanza al mese.

La religione nelle pratiche ufficiali del culto è giudicata un perditempo; chiunque voglia adorare il suo Dio lo faccia nella propria abitazione: questa è la nuova legge in fatto di religione. Il soldato viene animato con questi sentimenti:

« Tu non sei armato per difendere la Patria, la Patria russa non esiste, ma per liberare i tuoi compagni proletari oppressi dalle Potenze capitalistiche».

Con questa formula, alla Russia è socialisticamente perdonabile l’attuazione di qualsiasi guerra di conquista. Gli ordini del giorno di approvazione a qualsiasi atto del Governo, come per esempio la guerra alla Cina, per la gestione delle ferrovie della Manciuria (qui non c’entravano proletari da liberare), vengono fatti votare nelle fabbriche al momento della fine del lavoro, quando gli operai sono stanchi e fremono di andarsene. La famiglia, la mensa familiare, la gioia dei figli in casa sono giudicati perditempi. L’ideale bolscevico è che il marito mangi presso la propria fabbrica o nelle trattorie di Stato e la moglie pure, i figli appena slattali vengono allontanati dal genitori i quali, d’altronde, dovendo forzatamente lavorare per vivere, non avrebbero tempo di allevarli.

Il libero amore non è mai esistito, e tuttora nei giardini pubblici si possono vedere giovanette che si difendono a base di pugni dalle pretese eccessive dei corteggiatori.

Il meretricio è proibito come forma di commercio privato. Il divorzio è ammesso, ma se c’è un figlio di mezzo ne viene fatta nota nel passaporto dell’individuo con l’obbligo al mantenimento, il che è attuabile perchè dovunque egli vada si trova ad essere impiegato dello Stato, con conseguenza di trattenuta sullo stipendio. L’aborto è favorito dallo stesso Stato ed è una specie di fucilazione prima della nascita, perchè si ha paura del numero. Nei turni di riposo ci sono i conforti sportivi a base di lezioni di tennis e di ginnastica per gli operai, velleità che attraggono l’anima russa di primo acchito per l’interesse al nuovo, ma che presto si vedono abbandonare per godere della pace nei boschi e lungo i fiumi.

Per mantenere la compagine delle regioni diverse per razza che avrebbero potuto staccarsi dalla Russia, come fecero la Finlandia, la Lituania, ecc., vennero costituite delle repubbliche apparentemente autonome. E’ recente la costituzione di una nuova repubblica nel Turkestan. Questerepubbliche, sparse nel sud della Russia e della Siberia, ebbero per cura del Governo centrale essenzialmente uno sviluppo culturale a sè. L’Accademia di Mosca arrivò ad elaborare per esse nuovi segni alfabetici e a dare consistenza alla loro lingua che viene insegnata nelle scuole locali; d’altra parte si diede impulso persino allo sviluppo d’un teatro e d’una letteratura propri; e attualmente, a Mosca, si svolgono le Olimpiadi teatrali di tutte le repubbliche unite. Usbechi, Kirghissi, Turcomanni, Georgiani, ecc., possono così recitare secondo tradizioni locali e nella propria lingua, ma se un tempo questi paesi erano liberi di coltivare la terra come a loro pareva e secondo le loro esigenze, ora con tutta la loro autonomia sono obbligati, per esempio, a limitare la coltivazione delcotone per quella del tè, non volendo il Governo di Mosca importarlo dall’estero. Non parliamo del resto.

Industrie superflue

Il momento attuale è pervaso dall’idea di Stalin di realizzare entro quattro anni l’industrializzazione dell’U. R. S. S. : « Abbiamo le materie prime, abbiamo le migliori condizioni del mondo per gli operai: bisogna elevare un’industria cheriescirà a produrre tutto il fabbisogno dell’U. R. S. S., liberandoci dall’asservimento commercialo straniero ». Per realizzare questo piano eminentemente patriottico, sebbene loro non vogliano sentir parlare di questo aggettivo, sono obbligati ad esportare quasi la totalità della scarsissima produzione agricola e industrialo dell’U. R. S. S., mettendo il popolo al regime di fame e di privazione d’ogni genere di prima necessità. Esportazione che viene fatta in perdita, perchè ad un prezzo inferiore al costo di produzione e, in certi casi, riuscendo a salvare il dislivello solo con l’impiego di mano d’opera coatta. Grano, legname, fiammiferi, tabacco, caviale e materie prime, tutto viene esportato, e col ricavato si debbono pagare i macchinari per l’impianto delle grandi fabbriche e i forti nuclei di ingegneri d’ogni paese che qui vengono fatti venire per gli impianti e la direzione. Pertanto si sono già costruite grandi centrali elettriche di cui ancora non s’è dimostrata la necessità; una fabbrica di cuscinetti a sfere all’altezza delle più grandi di Europa è già in funzione, così pure fabbriche di strumenti agricoli e di trattrici capaci di produrre 30.000 trattrici all’anno. Entro quattro anni l’U. R. S. S. avrà indubbiamente una delle più grandi industrie del mondo ottenuta a prezzo di sangue e di affamamento, industria che non mancherà di trovarsi in crisi come quelle degli altri Paesi e sarà causa di nuova fame.

Ed è appunto su queste nuove industrie realizzate ed in via di realizzazione che soltanto ora si va costituendo l’elemento operaio che non era mai esistito prima ‘d’ora. La resistenza nello sforzo è garantita dalla Ghepeù, che sorveglia dovunque. Ogni casa ha il suo Soviet degli inquilini, dove infallibilmente si trova un membro della polizia o del partito col compito di sorvegliare tutti gli inquilini. Si arrestano nel sonno le persone sospette e scompaiono senza che più se ne sappia la fine. Ai membri della Ghepeù, alle forze armate, ai capi nulla è lasciato desiderare. I grandi dirigenti dello Stato, i grandi funzionari, gli addetti agli approvvigionamenti, agli spacci di Stato d’ogni genere, oltre a stare benissimo, senz’avvertire il disagio del popolo, hanno tutta la possibilità di speculare e di guadagnare per proprio conto. Ora è da questa categoria di dirigenti e di burocrati che adagio si vengono manifestando, sotto il mascheramento dato dallo forti tinte comuniste,  i sintomi della borghesia nascente. Nei teatri si vedono le mogli di costoro prendere gusto al benessere e al lusso; forme lente, ma progressive.

Ora costoro, che non sapranno fucilare se stessi, sono proprio quelli che maturano in seno la borghesia: l’altro nuovo elemento sociale che alla Russia mancava.

Giovanni Comisso

Pubblicato sul Corriere della Sera il 21 settembre 1930