Sciangai, città babelica. Impressioni di viaggio in Oriente di Giovanni Comisso

Sciangai, aprile

Dal mare si risale il fiume Yang-tse, azzurro solo nella fantasia dei geografi. Acqua gialla, come le facce degli abitanti, segnalabile in mare a due giorni dall’ampia foce. Si pensa che i pesci di questo torbidume non possano avere occhi. Dopo non molte miglia ci s’addentra in un altro fiume, il Wampoo, e presto sulle sue rive appare Sciangai. Il porto si presenta tumultuoso e popolato come i più grandi porti del mondo. Sulla riva sinistra in territorio cinese, cantieri e fabbriche che alla prima luce del mattino lanciano l’urlo delle loro sirene. Per un quarto d’ora è tutto uno smisurato concerto nel cielo sporco e pesante. Sulla viva destra grandi palazzi con vertici e cupolelle al di sopra del decimo piano, velati dalla nebbia, disperdono la convinzione d’essere arrivati in un porto d’Oriente.

Ma come si scende a terra ecco tutto un formicolio umano orrido, cencioso, lurido e accanito. E’ il destino dei grandi porti. Più il lavoro è intenso, più ricchezza vi transita, più putridume vi fermenta; cosi ad Amburgo, a Londra, a Marsiglia, ad Algeri. Sicché tutta un’altra Cina si rivela, non più aitante come nelle colonie della Malesia, né d’aspetto decente e riservato come a Hong-Kong o a Canton.

I massicci palazzi, dagli atri marmorei come templi, sono grandi alberghi o banche d’ogni Paese. Nelle strade attigue vi sono magazzini per le merci. Attraccano alla riva le chiatte, la moltitudine dei facchini, caricate le casse su bassi carri a due ruote, s’aggioga alle funi e con grida ritmiche s’aizza al traino. Gruppi forsennati con cuffie di lana, cappellacci indescrivibili o cenci ravvolti. Facce deformi simili a mele vizze, gonfie agli zigomi, fameliche nello sguardo. Alcuni ancora con il codino girato sul capo come uno straccio.

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La grande rivoluzione dell’11 ne ha imposte il taglio come segno di nuova vita: apparenza ideale, ma realtà affaristica. Gli incaricati del taglio non erano altro che solerti accaparratori di questo prodotto umano che a vagoni veniva acquistato dagli Europei per farne parrucche e reticelle per signora. Fa freddo e la gente è tutta infagottata o coperta di lunghe tuniche imbottite.

Il blu predomina tanto nel vestito del miserabile quanto in quello del ricco; persino le ombrelle hanno questo colore. Pare che l’occhio cinese si compiaccia dell’accordo del blu col giallo della propria pelle, qui più saliente che al sud.

Capelli lunghi alle tempie e bande ad ala di colomba che sembra vogliano ritornare a intrecciarsi alla nuca, teste spennacchiate come quelle di galline al mutar delle penne, teste scalfite da cicatrici o corrose dalla rogna. Anche i «coolies» sono diversi, non più pittoreschi ed eleganti come a Hong-Kong, ma sozzi e spaventosi; e stupisce veder l’indifferenza e la tranquillità di certe signore europee che si fanno portar in giro da costoro sulle carrozzelle.

Hanno anche un modo diverso di correre, affannato e bestiale, come colpiti da una frusta immaginaria, ma presente: la fame. Ragazzi affondati in lunghi pastrani a brandelli, butterati e pieni di croste al volto con ripetuti inchini elemosinano; poi mendicanti storpi o mutilati, buttati per terra, con le spalle nude impolverate si dimenano nell’invocazione. E, incredibile, su questo stesso livello, ecco all’angolo d’una strada una profuga russa in cappello, che vende giornali.

Donne cinesi dalle facce come rigonfie, tozze o stremate nella figura, sbiadite dal male. Onda umana, torbida come quella del fiume, ai piedi di questi fastosi palazzi.

Ah, Oriente. Oriente tanto lusinghevole nelle vecchie storie e nei nitidi disegni!


Città babelica, dove le linee architettoniche, le razze, le religioni e le competizioni commerciali si scontrano e si sovrappongono. Sciangai è formata da una Concessione Internazionale, da un’altra francese, dalla vecchia città chiese e poi da estese incrostazioni d’altri quartieri indigeni aggiuntisi alla periferia.

Le Concessioni hanno precisi confini definiti sulla carta, ma praticamente si passa da un territorio all’altro senza potersene accorgere. In certi punti vi sono strade principali appartenenti alle Concessioni i cui vicoli affluenti sono cinesi: cosicché in due salti un ladro può trovare l’impunità. Vi sono quartieri di stile gotico, coi piccoli giardini davanti a ogni casa come a Londra, «boulevards» che potrebbero essere di Parigi e grandi casamenti americani, poi squarci di basse casipole cinesi, tra cui su dalle mura di cinta spuntano i tetti dei templi appuntiti e arricciati agli angoli, decorati di fregi e di sculture. E ogni tanto case di banchieri senza finestre, dalle alte pareti grigie e bianche, con enormi caratteri cinesi pennellati in rosso o in nero.

Le porte ornate di terrecotte o di aurei decori lasciano vedere dietro alle cancellate i banchieri occupati.

Il vento ora sbanda sulla città il fumo dei piroscafi, ora cala dal cielo la nebbia, e la polvere mulina attossicando gola e occhi.

Altre vie s’aprono fitte di sbandieramenti azzurri, bianchi, gialli, rosei, segnalando i negozi, di dove si diffondono altri richiami a base di frastornanti concerti.

Negozi aperti fino a tarda ora della notte, tutti pieni di garzoni su cui il padrone vanta poteri dispotici. Non mancano i grandi magazzini cinesi: enormi palazzi di cinque o sei piani con teatri e «restaurants» e merci d’ogni genero.

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Asserragliati nel breve spazio di questa città, che rappresenta la bocca dell’enorme drago cinese, vivono Inglesi, Americani, Italiani, Francesi, Giapponesi, Tedeschi, Portoghesi e Russi, coi loro Consolati, i loro «clubs», le loro banche e le loro merci.

Missioni cattoliche e missioni protestanti. Università francesi e americane ad uso dei gialli. Giornali francesi, inglesi, americani e russi. La baldoria politica cinese, il brigantaggio, il comunismo, gli sbalzi della valutazione della moneta locale, le offensive commerciali giapponesi, americane o tedesche, a volta tutti assieme si precipitano come fantastici tifoni, a volte separatamente con inaudita violenza.

La vita momentaneamente si arresta, ma non si annichilisce, la reazione si sviluppa, gli affari persistono e tutto s’aggiusta.

I commercianti di qui, d’ogni razza, hanno tempra di marinai abituati alle tempeste e alle bonacce.

Nella vita predomina il sistema inglese: lavoro e sport. Ogni «club» ha i suoi campi per il tennis e per il golf. Molto si lavora, e si fa molto sport, ma anche molto si pensa a divertirsi. II carnevale dura tutto l’anno. Se non vi sono balli mascherati nei «clubs», si balla ogni sera nei «cabarets».

Ve ne sono di prim’ordine e di infimo per i marinai delle navi da guerra ancorate in porto, una accanto all’altra come anelli d’una spina dorsale, tra la ridda dei «sampan», dei motoscafi e delle vecchie giunche dai fianchi dipinti di mostri e di fiori.

Donnine russe fritte e rifritte frequentano questi «cabarets», tutte sedicenti principesse fuggite dalla Russia bolscevica. Ballerine incaricate di tener su il locale. Altre sono ai banchi dei negozi o addette nei cinematografi per indicare il posto con la lampadina elettrica in concorrenza di lavoro coi servi cinesi.

Nulla manca come divertimenti. Concerti sceltissimi diretti da un Italiano, il maestro Paci, che sa tenere accordati cinquanta musicisti delle più disparate nazioni. Spettacoli d’opera pure organizzati da compagnie italiane.

Film parlanti, boxe, corse di cavalli e di cani, pelote basque, gare di calcio vivacissime tra le squadre militari e borghesi delle diverse nazioni, piscina natatoria d’estate e poi cavalcate e partite di caccia nei dintorni.

Al sabato si santifica la fine della settimana e per un giorno e mezzo tutti se la squagliano lungi dal quartiere degli affari, che rimane silenzioso e deserto guardato dai barbuti custodi indiani. I nervi tesi dalle lotte del mercato si allentano, sulle docili piattaforme dei «dancings» le fronti si rasserenano, al lunedì ognuno riprende il suo posto di lavoro pigramente dapprima.

Attigui agli uffici sono i magazzini, i telefoni trillano, ognuno ha la propria automobile sempre pronta alla porta, i propri informatori in corsa tra l’ufficio e la Borsa; il compratore o intermediario garante, con la sua tunica di seta e cappello a cencio arriva a piccoli passi sulle scarpe di stoffa a proporre acquisti o a segnalare pericoli.

E la vita commerciale si riaccende per altri sei giorni. In Cina il tempo vola. Commercianti arrivati qui trentanni fa, dichiarano di trovarsi invecchiati senz’essersene accorti. Coi Cinesi esiste solo un contatto d’affari; generalmente negli altri momenti si scansano.

Se politicamente le Grandi Potenze agiscono con imperdonabile remissione verso costoro che hanno ancora bisogno di parecchi secoli per poter venire considerati come veramente costituiti in rispettabile forma di Stato, socialmente li trattano come si meritano.

Città unica al mondo e babelica, con vita intensa, chiusa tra gli urli delle sirene all’alba, le voci dei «coolies» che domandano spazio nella loro corsa, i «claksons» delle automobili, le invocazioni dei mendicanti, i concertini cinesi dei negozi, le orchestrine dei balli, e l’o-ò dei facchini che lavorano notte o giorno tra i piroscafi e i magazzini, diffondentesi nell’aria come il canto triste dei gufi nelle notti d’estate.

Giovanni Comisso

Pubblicato sul Corriere della sera 4 maggio 1930