Tempio del cielo, splendida rovina. Impressioni di viaggio in Oriente di Giovanni Comisso

Pechino, agosto

« Dove volele andale, signole? ».

A Pechino bisogna avere un servitore che, con la sua carrozzella, stia fuori della porta del vostro albergo ad attendervi, che conosca i più onesti negozi dove fare le compere necessarie, che sappia portarvi per vie ombrose e pittoresche alle mete inevitabili.

Signole, oggi andale Tempio Cielo.

E’ Giovanni che parla: un misero « coolie » di ventanni che da bambino venne sfamato dai nostri marinai di guardia alla Legazione; gli hanno dato questo nome e gli hanno insegnato l’italiano. E’ un elemento utilissimo. Stretta una mano alla stanga, con l’altra tremante si toglie il sudore dal volto annerito dal sole. Tutto attorno è un curiosare e un sorridere di altri servi. Sorridono a sentire uno della loro razza che parla italiano e lo canzonano ripetendo automaticamente le parole che dice.

Il mattino è d’una limpidezza marina, il cielo splende compatto nella immaterialità dell’azzurro: come non andare al tempio ad esso dedicato?

La carrozzella scorre a passo rapido. Giovanni mangia pochissimo, perché non vuole ingrassare; se ingrassa, egli dice che non potrebbe più correre.

« E allora come fai a sostenerti? »

Egli non risponde; è il terribile oppio che lo sostenta. Farà questo mestiere ancora per qualche anno, poi il cuore affiochito gli renderà smorte le aride gambe: morirà giovane ancora.

La ridda dei “coolies,,

Eccoci alla porta di Chien Men. Vi sono pattuglie di soldati che vanno su e giù di ronda. Si entra nella città cinese. Davanti alla stazione, la polvere sembra impasti la ridda dei « coolies » e dei facchini. Carri sospinti faticosamente da una ventina d’uomini, carovane di cammelli lente, piccole carrette pechinesi con felze blu, tirate da cavallini mongoli, traballano sulle ineguaglianze del terreno. Su d’un lato e sull’altro della strada fluiscono i venditori di stoffe, i piccoli «restaurants » ambulanti,i venditori di ventagli e di cappelli di paglia e mille altri venditori. Ragazzetti vivaci e sorridenti portano piatti di frittelle e brocche d’acqua ai «coolies» fermi in attesa. Mendicanti a frotte c’inseguono tendendo il braccio corroso dalla lebbra, o donne discinte col bambinello in braccio. Si sorride e si butta loro qualche moneta, ma Giovanni si arrabbia, seccato di vedersi impacciare la corsa da altri che ci vengono incontro.

« Lei troppo buono, signole. Allora tutti venile dietro. »

Ecco dei ragazzetti che si genuflettono e battono ripetutamente la fronte sulla polvere davanti a una donnetta in cappa di seta che ha fatto loro l’elemosina: ed ella si compiace di guardarli. La strada imperiale si protende diritta e lontana tra le basse casupole decorate di insegne. Abiti bianchi, azzurri o celesti di seta leggera alla cadenza del passo, ventagli alla mano in atto di ripararsi il volto dal sole, di farsi fresco o di richiuderli con abile mossa tutto d’un tratto; altri, per non tenerli in mano, li portano dietro alla nuca, infilati tra la pistagna e il collo. Folla cinese più elegante di quella di Sciangai, meno imbronciata, più gentile. Il popolo anzi è accogliente, pronto al sorriso, non ostile verso lo straniero: leggera diffidenza in principio da ambe le parti, poi subito esso si fa espansivo e cordiale. Si sente che è la folla d’una capitale, folla abituata a vivere nel margine d’una gente di Corte e nel fasto di pubbliche feste. Scomparsi l’Imperatore i suoi principi, è il forestiero che ha preso il loro posto. Questi cinesi del Nord ci riconciliano con tutti gli altri. Anche la sporcizia e la miseria sono meno avvertibili sotto al grande cielo lieve ed asciutto. Le vie laterali attraggono. Si dà ordine a Giovanni di imboccare la Via delle Giade. Ancora egli ha un segno d’impazienza. Non ama i contrordini: pare quasi gli costi fatica variare il percorso, per avere, con faticoso sforzo di volontà, già disposta tutta la sua macchina muscolare verso il primo itinerario.

Via delle Giade

Via delle Giade è riposata e silenziosa. Un negozio si sussegue all’altro, con le vetrinette verdeggianti di giade, piene di idoli di pietra dura e di cristalli rosa e bianchi. Secondo lo stesso canone comune ai templi e alle abitazioni, è solo nella terza saletta che si trovano i pezzi più rari, più preziosi e più venerabili. I padroni stanno assisi ad un tavolo con la tazzina di tè tra le mani: dietro ai vetri appaiono seduti i garzoni curiosi negli occhi, pronti a spiare chi passa, con l’estro d’essere in treno dietro al finestrino e davanti a loro fugga una terra nuova e varia. Altri stanno sulla porta: le nere chiome lucide e divise, lunghe cappe di seta bianca, figure snelle e distinte, mani affusolate e ventagli pianamente mossi contro il petto. Invitano a entrare. Richiamano col sorriso e coll’inchino. Altri stanno sulla strada a dorso nudo, s’avvicinano alla carrozzella che vi porta, vi offrono il biglietto della loro ditta, atteggiano il volto alla dolcezza, perché abbiate la bontà di accontentarli. Da per tutto vi chiamano o vi sorridono. Giovanni domanda se si ha l’intenzione di comperare qualcosa. Egli conosce un negozio dove c’è ottima roba e a buonmercato: promette di far fare delle compere senz’essere imbrogliati. Il fatto consiste invece in questo: che andando accompagnati da lui si pagherà più caro che da soli, perché il venditore aggiungerà sul prezzo la percentuale dovuta all’accompagnatore. Il diritto alla percentuale è un sacro diritto per il Cinese ed esiste nei casi meno sospettati. E’ una vera smania in tutti, umili e altolocati. Le vie dirette tra compratore e venditore sono, in modo quasi assoluto, escluse. Non si può comperare una scatola di fiammiferi senza che il vostro servo abbia tutto il diritto ad essere considerato come mediatore. Si passa alla via delle Lanterne e dei Ventagli. All’imbrunire tutte e lanterne si illumineranno. Figure negli interni si muovono affaccendate a spolverare e dispiegare nelle vetrine antichi ventagli di seta.

Botteghe delle meraviglie

Attigue sono le vie degli artigiani; il mattino risveglia ed anima il lavoro: via degli Argentieri e degli Ottonieri. Qui è tutto un lavorio frenetico. Garzoni che battono a sbalzano i metalli, scintillii nelle penombre tra il luccicare dei petti nudi, madidi di sudore; e per la strada il traffico e il vociare dei carrettieri e del «coollies ». A volte la carrozzella si trova bloccata tra ruote massicce che stridono. Giovanni è costretto a retrocedere, batte il piede per la stizza. S’arriva alla via dei Broccati, ricca di fantastici negozi dalle facciate dorate di decori e di insegne: dentro, tessuti stupendi vi aprono tristezze nell’animo: tessuti di gialla seta, d’un giallo pastoso con draghi di oro o disegni di rocce, di nubi e di ibis; di seta rossa con fregi d’argento, quasi arabeschi; velluti di Nanchino, soffici e carezzevoli.

Dagli scaffali le mani nervose tolgono e svolgono con grandi gesti queste stoffe che nei loro riflessi e negli accordi dei colori tengono chiuso tutto il fasto raffinato del passato che non vuole sparire.

Via delle Tartarughe ricorda le strade di Sciangai, di Hong-Kong e di Canton: grande sventolio di insegne con iscrizioni dorate su sfondi di vario colore, e negozi pieni di gente. Grandi quadri alle pareti, con tigri irate opaesaggi di monti e di valli. Banche, farmacie, negozi di tè, teatri, bagni, «restaurants:», gente che va e viene, volti impassibili, passi animati. Il Cinese quando cammina imita sovente il passo degli attori sulla scena e ciò deve venirgli spontaneo mentre canticchia il motivo che più lo ha commosso. Volti assorti, impalliditi dal caldo, volti sorridenti che si modellano vivaci. Si passa per dedali di altre strade. Qui, Giovanni rallenta il passo e di tanto In tanto si rivolge a guardare ammiccando furbesco: sono le strade dell’amore. I portali delle case s’aprono su cortili circondati da leggeri edifici in legno ad una o (più logge. Lo sfondo del cielo è coperto da grandi stuoie sorrette da impalcature di bambù. Nei cortili vecchie donne dai piedi monchi, in giubbone e pantaloni, stanno fumando in pipette d’argento. Vi sono uomini e bambini, in altri angoli c’è chi mangia o chi beve il tè. Gli uomini sono gli araldi, sono essi che appostatisi in mezzo alla corte con voce altisonante si mettono a chiamare le varie inquiline: Peonia Bianca, Orchidea Selvaggia, Loto Rosa, Farfalla Azzurra. Dalle porte delle varie stanze si vedono le figurette uscire: percorrono le logge, arrivano nel cortile col medesimo passo degli attori teatrali, e agitando con cadenza le braccia, inchinano appena la testa e scompaiono.

Il padiglione del digiuno

Le strade, tutte dedicate all’amore, si susseguono fitte. Giovanni le percorre adagio: egli pensa che il Tempio del Cielo sia stato del tutto dimenticato.

«Giovanni, andare Tempio Cielo. »

« Si, signole ».

Ecco, era necessario vedere la terra, attraversare il popolo che la calpesta prima di giungere al tempio dell’idea più pura. La strada imperiale prosegue tra grandi baracche di bambù coperte di stuoie : è qui dove il popolo più basso viene a prendere il suo tè. Suonatori di piffero, suonatori di violino, ragazze che canticchiano con voci da bambini passano da una baracca all’altra per allietare la sosta a buon mercato di questi facchini, « coolies » o soldatacci estenuati. Poi il terreno si fa deserto, attraversato da rigagnoli dove guazzano dei porci piccoli e neri. Qui sorge il Tempio del Cielo. Qui l’Imperatore, figlio del Cielo, veniva due volte all’anno a celebrare il massimo rito dell’Impero: sacrificava per ottenere il favore del Gran Padre. Il Tempio è esteso quanto una piccola città, e confina con l’ultima cerchia di mura. Si entra per una grande porta e subito ci si trova davanti a un grande bosco di lecci che circonda tutto attorno i due principali elementi del tempio per celare la visione della terra. Gli alberi si fanno sempre più fitti e tutte le foglie si agitano nella mattina piena di luce e di vento. Non vi è anima viva. Su dal verde spuntano i tetti di ceramica azzurra, quasi nera, del padiglione del Digiuno, sormontato da un finale dorato. Sorpassata una porta, il padiglione appare nella sua completa armonia. Su da un basamento circolare di marmo in tre ripiani, cinto da balaustre, s’alza la massa dell’edificio rossa di lacca, alternata in alto da tre tetti circolari uno sopra l’altro, azzurri come certi fondali marini.

Qui l’Imperatore stava ritirato per un giorno e una notte a digiunare e a tenersi raccolto, vegliato dai Grandi dell’Impero che stavano nei tre ripiani esterni. Ora l’erba prorompe in ogni luogo e le balaustre di marmo vengono trattenute da legami di filo di ferro. Dentro al padiglione vi è un trono annerito dalla polvere e su nell’alto della cupola da certi fori appare il cielo e di tanto in tanto s’ode lo stridere di uccelli notturni che vi stanno rintanati. Indossati i paramenti di rito, l’Imperatore partiva di qui per dirigersi all’altare del Cielo che si trova all’altro capo d’una lunga strada marmorea. E’ un semplice basamento circolare cinto da tre ripiani. Tutto è in marmo bianco. Qui non vi sono immagini di divinità. Il Tempio è bello come una forza teorica.

Vi si sente insieme il fascino d’una formula astronomica e spirituale: poesia e cifra matematica. Non idoli verità assoluta: il Cielo, che sovrasta umido ed elevato, sola divinità presente.

Al centro della piattaforma l’Imperatore s’inchinava posando la fronte al suolo e recitava questa preghiera: « Davanti a Te, o Spirito Sublime del lieto, io offro il sacrificio per me e per il popolo che mi hai affidato. Ti ringrazio dei benefici concessi ; e se il mio popolo avesse mancato contro di Te, non scagliare la tua ira contro il lui, ma percuoti me, Tuo rappresentante, che sono pronto a morire per miei sudditi ».

Negli ordini sottostanti principi e mandarini militari e civili stavano ugualmente con la fronte contro al suolo. Poi in grandi ceste di ferro si gettavano gli animali offerti in sacrificio e sotto si accendevano i fuochi. Il silenzio discende dal cielo e si posa sulle pietre assolate. Di là dalle mura di cinta vengono le grida dei conducenti di carovane e imprecisabili vocii.

Col salire del sole, la volta sgombra di nubi si fa sempre più alta. Scomparso il grande sacerdote, abbandonato ogni rito, le pietre rese inutili si spaccano, ma il cielo non viene meno nella sua mirabile onnipresenza.

Giovanni Comisso

Pubblicato sul Corriere della Sera il 19 agosto 1930