Viaggio nelle Fabbriche della Bellezza: Blackfin

C’è un senso di magia soffusa, quasi un accordo musicale mistico, nel luogo che accoglie la sede di Blackfin, storica azienda di occhiali specializzata in montature in titanio. A Taibon Agordino, dove le Dolomiti diventano postura dello spirito, l’aria sembra possedere la stessa nitidezza del vetro, mentre il profilo delle montagne si staglia contro il cielo con la precisione del taglio laser, abbracciando uno spazio che è traduzione fisica della cura e del coraggio, del bagliore delle idee e della pratica della custodia. Non c’è traccia, in questo luogo, dell’innesto sghembo tra natura e antropizzazione, poiché l’architettura della fabbrica dialoga armoniosamente con la roccia, con il verde che allunga lo sguardo e nutre i pensieri quasi a mostrare, sulla pelle di chi lo vive, quanto un clima di bellezza sia funzionale alla visione del lavoro.

Il cuore pulsante di Blackfin è infatti un monolite nero dalle linee essenziali, Black Shelter, certificato “CasaClima Work&Life” e ospitato nel cuore del distretto bellunese dell’occhialeria. Un edificio che racchiude tante storie, che parla di identità e tenacia, di pazienza e dedizione.

Fondata grazie a un’intuizione di Maria Luisa Pramaor, per anni dipendente di Luxottica, l’azienda nasce sotto il segno del femminile, di una forza riparatrice che spinge le aspettative oltre l’orizzonte. Pramaor è infatti una donna capace di costruire “dal basso”, di tesaurizzare la sua esperienza di operaia nell’attuale colosso mondiale dell’occhialeria, che negli anni Sessanta è ancora una realtà mobile, in lenta espansione. La giovane è la diciottesima dipendente di uno dei laboratori sul territorio, quello di Valcozzena ad Agordo.

La svolta arriva nel 1971, quando l’azienda di Leonardo Del Vecchio le affida il compito di esternalizzare alcune fasi a supporto della produzione: Maria Luisa decide allora di mettersi in proprio, apre il suo laboratorio e assume solo donne capaci di svolgere le delicate fasi di lavorazione e assemblaggio. È una figura indipendente la sua, decisa a mantenere l’autonomia anche quando anni dopo, nel 1987, Luxottica sceglie di riportare in casa la produzione assumendo la maggior parte dei terzisti.

Insieme al marito Primo Del Din, allora direttore di una fabbrica di mobili, sposta il laboratorio a Taibon Agordino, dedicandosi alla produzione di occhiali di pregio. È una storia di solidità familiare, di ripartenze che trovano nelle radici private e territoriali la forza per spiccare il volo e guardare al di là dei recinti noti, dove nessuno si era mai spinto.

I clienti sono ora le principali aziende di occhiali del Cadore che Primo incontra e conosce saggiandone le richieste e studiando il clima imprenditoriale che si respira nella zona. È il tempo in cui o si spicca il volo o si va a fondo, non basta nutrire l’ipertrofia industriale. L’intuizione arriva allora potentissima, all’inizio degli anni Novanta: per differenziarsi bisogna essere unici, abbandonare le leghe tradizionali per dedicarsi esclusivamente al titanio.

I tecnici dell’azienda partono così per il Giappone, terra custode della materia prima, per apprenderne i segreti più intimi e acquistare i macchinari, tentando di riprodurre qualcosa che in Europa, all’epoca, era stato osato solo in Austria dalla Silhouette. È al loro ritorno che prende corpo quella forza caratteristica di una realtà che si fonda sull’energia e sul coraggio di un’idea; lavorare il titanio è difficilissimo, per anni Pramaor starà alla saldatrice per affinare la tecnica producendo occhiali che nessuno ordina. È una questione di disciplina, di lento e inesorabile apprendimento («stiamo ancora imparando», dichiara oggi Nicola Del Din, figlio di Maria Luisa e Primo e attuale Ceo dell’azienda, a rimarcare il valore dell’aggiornamento costante).

Tra il 1993 e il 1994 l’azienda affina le tecniche e produce così occhiali in titanio per quelle realtà a cui prima vendeva montature in metallo. La metamorfosi è interessante perché chiama in causa il concetto di italianità inteso come arte della manifattura, come gusto e sapienza delle forme, nel delicato intreccio di artigianalità e tradizione. Un occhiale di questi è infatti il compimento di passaggi millimetrici, quasi un rito laico in cui la tecnologia più avanzata serve a far spiccare la materia, a darle lustro, forza e levità.

Il 1998 è però un anno infausto: muore Primo e la concorrenza del mercato cinese irrompe con tutta la sua potenza. Lo scarto tra qualità e prezzo è abissale, resistere dinnanzi a tali insidie è difficile. Mentre rievoca tutto questo Nicola Del Din si emoziona, ricorda il dolore per la perdita del padre, le preoccupazioni della madre in quadro funestato da asperità e dallo spettro dei debiti: «Abbiamo trascorso dieci anni da panico – ricorda – ma tanta era la voglia di resistere, di portare avanti questo progetto che ogni giorno era necessario stringere i denti, credere che le nostre intuizioni avrebbero finito per ripagarci».

da sinistra Nicola Del Din e Giancarlo Recchia

Così è stato; nel 2007 l’incontro con Giancarlo Recchia, attuale socio di Del Din, è provvidenziale. Ci crede, intuisce le potenzialità del titanio e di una realtà genuinamente visionaria, ricca di competenze e di estro creativo. È un uomo che proviene da altri settori e racchiude in sé le figure del manager d’azienda e del business angel. Sposa l’entusiasmo di Nicola – ancora percepibile mentre racconta oggi, come un fuoco sacro che non si spegne mai – e lavora sui conti per garantire solidità e bilanci accurati. È una benedizione che ha il sapore della ripartenza, non a caso effigiata nel logo Blackfin che, dice Del Din, è un pesce che rimarca l’idea di rinascita, qualcosa in grado di effigiare la riconnessione con le origini, con la terra, anche se per i surrealisti i pesci erano libertà allo stato puro, simbolo di un ritorno alla vita prenatale perché l’acqua, in fondo, riporta sempre al liquido amniotico, alla forza della madre che tutto dona e tutto protegge.

Niente di più suggestivo per un’azienda che nasce nel segno dell’intuito materno e trova nella forza delle ripartenze il motore per dar vita a qualcosa di speciale. Nel 2008 Blackfin è solo una piccola collezione in titanio, venduta al costo doppio rispetto agli occhiali normali, una montatura di lusso che piace e si espande. Dal 2010 l’azienda cessa il lavoro di terzista e si concentra sul proprio brand, muovendosi agilmente tra qualità, innovazione e comunicazione.

La formula segreta sta nel disegno, nel taglio, nella verniciatura, nella finitura, nell’assemblaggio: tutte fasi che si susseguono qui, nello stabilimento tra le montagne, seguendo un approccio che Blackfin definisce “neomadeinitaly”, manifesto industriale prima ancora che slogan. Ciascun prodotto dell’azienda, si legge sul sito, è «unico anche per il modo in cui è realizzato: ogni occhiale racchiude infatti l’abilità tecnica e la vocazione artistica di generazioni di uomini e donne che con dedizione hanno fatto della produzione un’arte». Un’idea di imprenditoria bellissima, in cui il rispetto e la valorizzazione del territorio, nonché del proprio capitale umano, convive con l’armonia sul posto di lavoro, con l’eleganza di un ambiente funzionale ed esteticamente accattivante, cifra essenziale per l’elaborazione di un concetto di “sana” operosità.

Dentro lo stabilimento il rumore è del resto sempre misurato, mai aggressivo. Le macchine convivono con i gesti lenti degli artigiani, il titanio passa di mano in mano come un materiale prezioso e ostinato: leggerissimo, elastico, arduo da domare. Ogni montatura attraversa decine di lavorazioni, molte ancora manuali. Ci sono tavoli illuminati da lampade chirurgiche, vasche di colorazione, microscopi, lime sottilissime. E poi sorrisi e occhi. Tanti occhi. Perché in una fabbrica dell’occhiale il controllo qualità è quasi una forma di attenzione-ossessione, anche se alla tecnica si somma la passione, la sensazione che in un’epoca in cui tutto accelera sia ancora possibile lavorare in sottrazione, tra spazi curati e linee essenziali, rigorose. Nessun prodotto Blackfin cede all’eccesso decorativo; l’idea è quella di dar vita a occhiali destinati a durare, che abbiano carattere, gusto e personalità.

Tante le collezioni che confermano la visione del brand, da Blackfin One a Blackfin Pacific, da Blackfin Atlantic a Blackfin Aero Loop. Occhiali che uniscono artigianalità e ricerca costante, figli di una storia che insegna a trarre dalle difficoltà un messaggio di positività e orgoglio.

Oggi l’azienda conta 125 dipendenti e un fatturato di più di 15 milioni di euro. Dal 2011 comunica all’esterno il brand con campagne di marketing in grado di raccontare una storia che è insieme familiare, territoriale e visionaria, dove il titanio diviene immagine concreta del cambiamento e della resistenza. Nel 2014 gli occhiali con il pesce compaiono persino in una teca all’interno dell’Harry’s Bar di Venezia, grazie a una collaborazione con Arrigo Cipriani. L’azienda diviene poi sponsor del Teatro del Silenzio di Andrea Bocelli, sostiene la Andrea Bocelli Foundation, e manda persino gli occhiali nello spazio con Paolo Nespoli, icona indiscussa dell’esplorazione stellare.


Andrea Bocelli Olympics game: Andrea Bocelli indossa gli occhiali Blackfin in occasione della Cerimonia di Apertura dei Giochi Olimpici Invernali Milano Cortina 2026

È un successo, il compimento di un percorso programmaticamente interminabile perché l’azienda cresce, è distribuita a livello internazionale soprattutto in Europa, Stati Uniti, Asia e continua a portare alto il vessillo del “neomadeinitaly”, con una produzione “in casa” che è marchio di riconoscibilità e legame concreto con il proprio luogo d’elezione, là dove la scelta di restare si sposa con l’attenzione alla sostenibilità e alla valorizzazione del territorio.

Forse è proprio questo che rende Blackfin interessante oggi: la capacità di tenere insieme precisione tecnologica e identità manuale e locale. L’azienda bellunese continua infatti a difendere un modello indipendente, ad oggi quasi controcorrente. Non produce semplicemente occhiali, ma una certa idea di manifattura italiana, in equilibrio costante tra materia e gesto, tra macchina e paesaggio, tra velocità meccanica e pazienza artigianale.

Osservando da vicino le montature degli occhiali si avverte una tensione quasi fisica, con i fili di metallo sottilissimi eppure pensati per durare, capaci di incorniciare lo sguardo donando grinta e personalità.

L’azienda prosegue così oggi il suo cammino restando orgogliosamente legata al lembo di terra in cui è nata e tornata alla vita. È la dimostrazione che la bellezza, quella autentica, non ha bisogno di grandi artifici: basta la purezza di una linea retta, la flessibilità del titanio, la maestosità intatta delle Dolomiti bellunesi.
Ginevra Amadio

Riferimenti e contatti
Blackfin Official Website
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Blackfin – Prometheus Two

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